DIALOGO DI DUE CANI BASTARDI – III PARTE

Opera di Silvia Farina

Questo è un racconto in parti. Per la PRIMA parte clicca qui, Per la SECONDA parte clicca qui.

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

VII – Le Sette Chiese

Le linee nere dei cavi dei lampioni incorniciavano il cielo. Gli ultimi raggi del sole si diffondevano tenui sull’acciottolato medievale e sfocavano i contorni dei palazzi rendendo la città un acquerello dai toni mattone.
I nostri randagi erano a piazza Santo Stefano.
Un edificio composito si stagliava in mezzo all’acciottolato, bagnato dall’ultimo bagliore crepuscolare. Era una antica chiesa, costruita in più epoche, ognuna visibile nelle sue forme molteplici eppure armonicamente mescolate.

-Chissà quanti uomini hanno varcato la porta di questa chiesa? Quante storie potrebbero narrare!
-Come noi, passanti e affamati di senso.
-Ecco, vedo un uomo vestito con una tunica rosso sbiadito. Passa sotto il porticato del chiostro, sfiora con le dita una colonna, chiude gli occhi e china il capo. Sembra turbato.
-Si chiama Dante, è qui in viaggio.
-Sospira sconsolato. Adesso si avvicina al centro del cortile, si appoggia al pozzo di pietra, dove ancora una luce svela figure immaginate.
-Forse pensa a una donna conosciuta a Firenze e mai più rivista. Forse la vede ora davanti a sé.
-Pare inseguirla con lo sguardo, mentre corre sotto il porticato: una lunga veste bianca, passi affrettati, l’eco delle sue risa e il suo profumo.
-Beatrice sussurra. La vede, ma è un’ombra. Il suo sguardo si posa su una colonna, segue la sua linea verticale fino al capitello.
-Un mostro orrendo è inciso sulla pietra: un uomo col capo rivolto all’indietro, condannato a vedere sempre oltre le sue spalle.
-Dante vede, si ferma, pensa. Questa notte aggiungerà altri versi al suo poema.
-Vedo un altro uomo entrare nella cappella centrale. Ha baffi da sparviero e pizzetto a punta. Si fa il segno della croce con la mano destra, la sinistra pende paralizzata al suo fianco.
-C’è poca luce, cosa vedi ancora?
-Si avvicina all’altare, è stanco. Si sente lo scalpitio di zoccoli sul marmo delle navate. Due uomini a cavallo passano di fronte l’altare. Il più alto è anziano, ossuto, armato di lancia e armatura. Il suo cavallo gli somiglia, fragile e fiero allo stesso tempo. L’altro è un uomo di mezz’età, tarchiato e rubicondo. Monta su un mulo malfermo.
-Che fantasmi proietta la mente di quell’uomo!
-Dalla navata destra si leva un vociare di gente e battere di sonagli. Una ragazzina gitana balla scalza, incitata dai compagni. L’uomo si volta verso di loro, sembra commosso.
-Cos’altro vede quell’uomo?
-Due cani bastardi. Si chiamano Scipione e Berganza. Sono accovacciati in un angolo contro la porta della navata centrale. Parlano fra loro ed evocano storie senza fine.
-Un altro uomo passa, guarda!
-È entrato nella Basilica del Santo Sepolcro. Una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Chi sarà mai?
-Si tratta di Eco, lo scolare.
-Eccolo, nella chiesa innalzata in onore di Iside e poi rimodellata a foggia della tomba di Cristo. Lo vedo, Umberto, tocca i bassorilievi con devozione. Appaiono immagini fantasmagoriche di un monastero piemontese, le brume scozzesi dove fuma la pipa un investigatore accigliato, un libro introvabile.
-Il secondo libro della poetica di Aristotele. L’origine della cultura occidentale.
-Il Santo Sepolcro è una biblioteca che sale fino al cielo. Un groviglio di scaffali e scale, un labirinto intricato e oscuro. Umberto guarda in alto, gira su sé stesso, scorre con lo sguardo l’immensa costruzione e sgrana gli occhi. Ha una vertigine. Vede quel che comanda la sua mente.
-Buio.
Le luci dei lampioni appena accesi illuminarono la piazza. Le ombre lunghe contro i muri e le colonne medievali modificavano gli spazi. I volti di terracotta, decoro di antichi palazzi, sembravano muoversi e prendere vita per quella luminosità artificiale e cangiante.
Giulio e Davide chiusero gli occhi per un attimo. Immaginarono un percorso nell’intrico delle strade del centro. Il filo d’Arianna sarebbe stato la fantasia.

VIII – Le due Torri

La torre degli Asinelli si staglia alta e tronfia nel centro della città, fiancheggiata dalla torre della Garisenda. La prima, più bassa, si inchina per sbaglio o destino. La seconda è un gigante di mattoni bruni; anche di sera è affollata di turisti che vogliono salire in cima e da lassù ammirare la via Emilia illuminata, perdersi nel buio della pianura e immaginarsi i paesi lontani che la circondano come costellazioni vibranti nel firmamento. Nel centro il solco della via Lattea segna una direzione e un confine. E si chiedono chi abbia deciso quel segno, come il vomere dell’aratro che traccia la fenditura dove si seminerà un giorno.
La fila di gente che aspetta di entrare è lunga ai piedi della torre, si perde nei vicoli della città, non si riesce a vedere la fine. Dentro, centinaia di persone si accalcano. Ci sono uomini e donne, giovani e vecchi, bambini e adolescenti.
Il numero di gente aumenta. Lo spazio si riduce. Tutti salgono, affollano la scala in legno traballante, si spingono, pigiano l’uno contro l’altro.
Parlano lingue diverse: il siciliano dello studente fuorisede, il bolognese di chi non saliva la torre da anni, lo spagnolo della ragazza in Erasmus, l’inglese della donna d’affari, il bantu di chi è arrivato da poco ma non ricorda da dove.
Le lingue si impastano, si mescolano, si imbastardiscono. Alcuni hanno in bocca parole antiche e vestono abiti di epoche lontane. Il latino di Cicerone, il greco di Sofocle, l’arabo di Averroè. Poi altre lingue sconosciute, altre vesti antiche, altre persone.
S’ode l’accadico di Gilgamesh, parlato nell’antica Babilonia.
Le lingue del passato e del presente si amalgamano, così come le persone che le parlano. Si toccano. Si schiacciano. Cercano di salire fino in cima.
Si parlano addosso. Nessuno capisce. Ognuno è chiuso nella sua lingua incomprensibile agli altri.
Urlano, si graffiano, si colpiscono. Litigano. Hanno paura. Piangono. A turno cacciano versi bestiali, latrano, abbaiano, ululano. Si strappano i vestiti, si mordono, si pisciano addosso. Nudi, si lanciano contro le proprie feci. Toccano il fondo della loro miseria.
Non esistono più il profugo con le vesti annerite dalla guerra, la donna in carriera del ventunesimo secolo, il pastore della Mesopotamia, la giovane geisha imbellettata. Tutti sono nudi e sporchi di letame. Tutti soli e farneticanti.
Poi, dal nulla, qualcuno percepisce qualcosa. Sente il vagito dell’altro. E decide di imitare quel verso, di delirare con lui. Con la medesima intonazione della voce, gridano in due, in tre, in cinque. E l’eccezione diventa moltitudine. Centinaia di urla si levano nella torre, ma sono tutte lo stesso urlo contro il cielo. Dapprima le urla rompono il silenzio con tempi diversi. Sono un frastuono tremendo, ma pian piano si fanno rumore e ritmo, battono un tempo. Le voci si fanno sempre più coordinate e lentamente diventano musica. Finché all’unisono quella moltitudine lancia una sola voce nel buio, come un grido nel deserto. Tutti si abbracciano. Si capiscono. Si amano.
La via Lattea è ancora lì ad aspettarli.

I due cani guardarono la scena tacendo e pensando. E i pensieri si fusero insieme.
-Un dio ha fatto credere loro di non capirsi e per questo sono dispersi nel mondo.
-Un dio venuto dal deserto.
-Un dio della parola e del silenzio.

IX – Piazza Verdi

E se fossimo come quei bastardi randagi per il mondo senza una direzione precisa eccetto ciò che guida i sensi
nuovi mondi
nuovi odori
nuove fibre da percepire ed essere essere essere senza un senso esatto
senza pregiudizi o manie
essere perché si è non importa cosa
se fossimo noi così sarebbe il cielo una casa abbastanza grande per noi
un intero universo basterebbe a racchiudere la nostra estensione
lo spazio
quante volte ho detto sì al tempo
sì al dopo
sì al desiderio
sì alla meta
sì alla direzione
sì e poi ancora sì

un rincorrersi vuoto
lasciare il testimone al prossimo della lista che viene e poi ancora il prossimo
il prossimo sì
sono stato io questo
siamo stati noi così ingarbugliati nel meccanismo
nella maledetta trappola
ma oggi ma qui indefinito è il percorso
inizia qui il viaggio
e sale sale sale
sfuma lieto fra turbe impazzite
ho capito
hai capito
siamo e esistiamo per il cielo che ci fa da casa per il prato che è suolo e per l’albero che cresce nella direzione dell’astro
nella direzione del centro della terra
una radice che è una e molteplice fra le zolle e l’albero cresce e crea un diaframma da cui un giorno passerà una luce
una luce
una luce
sì?
Dimmi se pensi quel che penso anche io
anzi taci
se puoi taci
se vorrai
di questi istanti pregheremo un dio non ci privi un domani nel silenzio che ci avvolgerà
e per questo lottiamo
per questo soffriamo
per questo abitiamo la paura
per questo sentiremo il suono acuto di un urlo e saremo liberi allora
saremo.
Ecco una brezza notturna che passa da via Zamboni e arriva a piazza Verdi
ecco il suono della folla festante
ecco la musica
ecco il calpestio di scarpe sui pezzi di vetro
ecco il profumo della notte
ecco l’odore dell’erba
ecco il sentire di uno solo che si fa moltitudine
io sono e felicemente accetto il mio stato
non altro potrei essere se non me stesso e ogni particella del cosmo ogni fibra ogni suono ogni tocco.
Passo il confine ed è un limite apparente
c’è solo luce al di là
solo me e te e l’altro e ognuno sicuro di aprirsi in fiore come fosse una farfalla che apre le ali per la prima volta
e non sa nemmeno di essere stata pupa crisalide bruco uovo seme molecola nulla eternità per sempre per sempre per sempre.
Inizia qui il viaggio
per sempre
sì.

Racconto di Giulio Foderà
Editing di Giorgia Vullo


L’autore

Giulio Foderà è nato nel 1991 nel cuore della Sicilia. Ha studiato Lingue e culture europee, euroamericane ed orientali a Catania e ha proseguito i suoi studi a Bologna dove ha conseguito la laurea in Letterature Moderne Comparate e Post-coloniali con il massimo dei voti. Il suo amore per le lettere lo ha portato in giro per tutto il mondo. Attualmente insegna letteratura e lingua inglese presso un liceo a Monza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *