DIALOGO DI DUE CANI BASTARDI – II PARTE

Opera di Silvia Farina
Opera di Silvia Farina

Questo è un racconto in parti, per leggere la prima clicca qui.

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

IV – La piccola Venezia

I cani bastardi giunsero in una via del centro di Bologna. Lì, sotto un portico ombroso, si trova una finestrella chiusa da cui si può scorgere un canale stretto che emerge fra le case. Vicino a quella feritoia serrata, sopra quello che è poco più di un rigagnolo, Davide pensò, o disse, o pensò di dire qualcosa.

-Su questa via c’è una piccola finestra da cui si vede un ramo del canale delle Moline.
-Sento già il brusio dell’acqua.
-Eccola. Se quel battente fosse aperto, vedresti un’acqua scura sfiorare due file continue di case secolari e in fondo una luce viva che non smetteresti di guardare.
-La vedo.
-Lì, il rivo ristagnante diviene un fiume impetuoso e cristallino. Si muove sinuoso fra anse e greti. Si ingrotta a volte, emerge qual fonte, si lancia in cascate pure. Berresti le sue acque limpide, se solo le vedessi.
-Le vedo.
-Poi, il fiume diventa un porto affollato di navi ormeggiate, coi loro scafi ondeggianti e un intrico di alberi maestri e corde annodate alle bitte incrostate di salsedine. Infine, c’è il mare aperto. Pare argento vivo, ora che i raggi solari ne marezzano la superfice. Sono creste e vortici fino alla fine dell’orizzonte. Ah, se solo lo vedessi!
-Lo vedo.
-Non ci sono spiagge negate agli occhi dell’immaginazione. Solo lidi non ancora conosciuti.
-Quali meraviglie può svelare una finestrella chiusa.

Il mormorio roco delle acque del canale si mescolò allo scroscio d’urina contro il muro. Un uomo o un cane stava liberando la vescica, noncurante del mondo che passava.
Le strade cominciavano a brulicare di gente indaffarata: alcuni studenti portavano dei volumi sottobraccio, delle signore distinte avevano l’aria di aver fretta, un netturbino accomodava in un cestino l’ultimo sacchetto della giornata e rimontava sul suo furgoncino dinoccolato.
Una città respira. Ha strade come rami che raggiungono luoghi e persone. Raccoglie nei suoi spasmi umori e turbamenti, viaggi e solitudini, energie vitali. Collega storie e silenzi da raccontare. Una città vive e su quelle strade un gruppo o un individuo hanno lo stesso significato: soggetto e contesto al contempo. Sempre la differenza fra narratore e lettore, uomo e persona, punto e confine è sottile come la pagina di un libro.

-Da qui, forse, intuisci meglio il viaggio
-Credo di sì
-Come vedi, camminare o stare fermi non cambia per chi ha scelto una via da percorrere
-Chi siamo noi?
-Percepisco le tue parole e mi sembrano un fiume in piena. Non esaurire il mondo nella fretta di una risposta
-Siamo noi?
-Non dubitarne o resterai accecato
-Noi?
-Insieme. Per volontà e destino
-Da qui, forse, inizia il viaggio
-Credo di sì
-Come vedi, cammino o giaccio in un angolo, in cerca di calore e riposo. Ciò che cambia è la via interiore
-Hai scelto di percorrerla?
-Abbiamo scelto insieme
-Siamo questa strada, questo paesaggio di case brunite dal tempo, questo odore urbano, questi passanti sconosciuti e il loro andare e tornare, la notte che dovrà arrivare

V – Piazza Maggiore

Una distesa di fiori recisi. Era fresco l’odore di steli, corolle chiare adagiate sull’erba e petali sparsi dal vento dai colori diversi. Il vento: suono non era ancora, non una nota ma un vibrare sottile fra fibre non asciutte. Se un essere senziente avesse potuto sfiorare con uno dei suoi organi tattili quella radura, avrebbe sentito roridi villi carezzare un fragile destino.
Poi il sole sembrò non tramontare mai e i suoi raggi sempre più vicini succhiarono la vita dove ne era rimasta. Seccò l’erba ingiallita, schioccarono chicchi cavi come ossa, si sventrò la terra. La zolla fu polvere allora e un mare riarso fece a gara con l’orizzonte per dettare un infinito. Finché si sentì una voce urlare nel deserto. Da lì una goccia nera, poi un’altra e un’altra ancora. La nube tonante schiacciava il cielo contro il suolo e il mare di sabbia divenne un lago d’acciaio lucente. Fu il buio. L’alba trovò un cielo sgombro e sicuro e la terra tremante viveva di vita nuova. Era il petricore, infine, a impregnare quell’aria senza età, nella luce abbacinante che nessun vivente aveva mai veduto.
In quella distesa, un giorno, decise di stanziare poca gente dai nomi dimenticati e il sentiero immaginato divenne un percorso battuto, la linea di confine un muro tornito, il cielo un ordito di soffitti di paglia e una trama d’azzurro, finché quel luogo si chiamò casa.
Popoli si susseguirono lì, al centro della via Emilia, dagli accenti diversi, e montarono i loro piccoli regni di leggi e confini arbitrari. L’amore correva già per le strade in basolato e le mura intonacate a vivi colori a inventare il tempo e darne forma sulla misura dell’uomo.
Come l’incanutirsi di un capo è segno del cambiamento ineluttabile e dell’inevitabile ritorno all’uguale, allora anche la neve coprì quei tetti di tegole e malta e il biancospino tornò a fiorire senza fretta appena i giorni si fecero più tiepidi e lo spazio si saziò di sfere accese e grappoli succosi con la stagione estiva. Così come vuole il moto astrale, così come vuole la legge interiore che da esso proviene.
Quel luogo divenne il centro di una città e pietra su pietra, mattone su mattone, palazzi imponenti diedero forma a uno spazio nuovo. Si scrissero norme, canzoni, poesie, romanzi, si raccontarono in lingue diverse storie a foggia di quel quadrilatero altero. Uomini e bestie si diedero un nome in virtù di quello spazio. Un porticato continuo e irregolare proiettava ombre cangianti a seconda del moto della luce e una Basilica fu eretta: rimase incompiuta.
Di fronte a quella facciata, decorata solo per metà, i due cani rimasero a lungo a osservarsi e pensare, finché Giulio guardò quel marmo incompiuto e masticò alcune parole.

-È come la vita.
-Cosa?
-Questa facciata di marmo rosa-bianco che termina e non finisce. Sospesa a metà fra potenza e azione.
-Un miracolo.
-In quale tempo si trova?
-Di cosa parli, amico?
-In quale tempo? Lo spazio è questo che vedo con i miei occhi di cane, tra palazzi regali e acciottolati antichi, gente che viene a va, rumori di auto in lontananza. Qui esiste. Ma quale tempo?
-Qui è la risposta alla tua domanda.
-Vedi come sale la facciata? Sembra una porta aperta per metà, una mano che indica il buio.
-È quello che vedi.
-E noi? In quale tempo viviamo noi?
-Come questa piazza, traversiamo e siamo traversati. È questo esistere.
-Ovvero?
-Non c’è altro.
-E cos’è questo mutare del cosmo? Questo sollevare mura e città? Questo rincorrere il profumo di una femmina all’alba per dare vita a un sogno mai sognato?
-Ti dirò una cosa, fratello. Oggi mi vedi a un certo punto del mio corso: ho zampe abituate a lunghi cammini e lo stomaco pronto a soffrire le ristrettezze di una vita nomade. Ho una pelliccia fulva lordata di fango seccato al sole e qualche ferita rimarginata. Gli occhi, li vedi, sono gli occhi di chi scruta nell’ombra e ho ancora l’olfatto buono, affinato dagli anni.
-Sì, sei tu fratello mio.
-Ecco, un giorno il pelo sfoltirà come lo sfrondarsi di un ciliegio in autunno, gli occhi saranno foschi e il fiuto debole. Le zampe non mi reggeranno più come fanno oggi, ma claudicante vagherò lento, confuso da ricordi sempre meno vividi.
-Invecchierò anch’io come te, lo so.
-Nulla scorre. Vedrai soltanto un albero mutare le sue foglie e seccare. Noi siamo il mutamento che viviamo.
-Non esiste un tempo, allora.
-Il tempo è un inganno del linguaggio degli uomini. Noi siamo coscienze transitorie in uno spazio reale. Il resto è la fantasia dei poeti.
-La finzione che ci tiene in vita.
-La finzione che termina e non finisce.

Un passante vide i due cani sdraiati in cima ai gradoni di marmo della Basilica di San Petronio. La luce accesa di mezzogiorno schiacciava piccole ombre nette per terra e appiattiva le dimensioni rendendole irreali. Il passante dimenticò per un attimo i suoi impegni mondani e si trattenne al centro della piazza per osservare i due animali. Quasi si zittirono per un momento le voci delle persone che affollavano il Crescentone e le vie ramificate intorno ai monumenti. Il passante vide i due cani, sembravano soli, abbagliati dalla luce verticale, immobili eppure peregrini. Sullo sfondo, l’imponente basilica di marmo rosa-bianco interrotto e mattoni sporgenti fin contro il cielo.
Poi tutto tornò come prima: movimento e attesa.

VI – Ai giardini Margherita

-Allora, ti racconto quello che ho pensato di scrivere per il sesto capitoletto. L’ho intitolato “Ai giardini Margherita.” Dunque, dopo aver contemplato i due cani bastardi, il passante …
-Quale passante? Scusami, mi sono persa.
-Quello che vede i cani alla fine della sezione precedente. Quello in bici, per intenderci.
-Ah, ecco. Bene, dunque, il passante …
-Il passante inforca la sua bici da corsa e se ne va.
-Dove?
-Ai Giardini Margherita, subito dopo porta Castiglione, appena attraversate le mura a sud est di Bologna. Insomma, questo ragazzo fugge.
-Da chi?
-Non è importante saperlo. Sarà stato quell’incontro a dargli l’impulso di scappare via. Verso quale direzione? Boh! Forse era già il suo destino e bisognava solo che qualcuno glielo indicasse. Ho letto una volta che qualcuno si addormentò e si ritrovò dentro il sogno di una farfalla che si era svegliata credendosi un uomo.
-Cosa fai adesso? Citi Borges? Come sei pedante! Non ti lamentare, poi, se non trovi una ragazza con cui uscire. Comunque, stiamo divagando come al solito. Torniamo al tuo racconto.
-Ecco, mi sembra di vederli i due cani, lì raccontarsi qualcosa.
-Sembra di vederli anche a me.
-Senti quel che dicono?
-No, non sento, ma posso immaginarmi una storia di uomini e bestie vagabonde.
-Raccontamela tu, sta volta.

-Un tempo, per una valle, chiusa fra due fiumi, Amir, figlio di un carovaniere e di una straniera, stava possedendo la giovane Mirna. Una stuoia di giunco intrecciato poggiata sulla terra brulla, le belle cosce bianche della ragazza schiacciate dal peso del corpo nudo di Amir e il profumo del fiore di mandorlo appena caduto. Dalla lontana, si udivano gemiti e battere di carni, si vedevano le natiche contratte del giovane sollevarsi e ripiombare dietro un cespo secco, al ritmo costante dettato dalla fatica dolce dell’amplesso. Si narra che in quello stesso luogo, molti eoni orsono, un dio sempre adolescente venne concepito dalla coda recisa di una salamandra. Mirna godette, emise uno stridio soffocato dal pudore; Amir godette, sospirò tremante, lasciando nel corpo di lei un seme fecondo. Dopo due stagioni, venne al mondo il frutto di quella contingenza lieta e incisa negli astri.
“Ti chiamerai Ismail, come mio padre e come suo nonno prima di lui.”
Un inizio di primavera, quando aveva varcato la soglia di giovinezza, Ismail volle percorrere la terra che fu dei suoi avi e decise di lasciare la casa del padre. Baciò la madre sulla bocca e si incamminò lungo strade sconosciute. Conobbe uno sciacallo grigio e divennero amici.
“Chiamami Samal, come il vento che viene dall’oceano. Sarò la tua guida. Sarai il mio padrone.”
“Non ho bisogno di guide, non ho bisogno di servitori.”
“Non sono venuto a chiedere, ma ad agire un destino.”
Allora, era l’epoca in cui il mandorlo inonda di bianco le colline, sciacallo e uomo attraversarono insieme vie serpentine, guadarono rivi, scorsero villaggi immersi in un’atmosfera senza tempo. Il vento seccava la pelle dei viaggiatori, il sole ardeva i loro pensieri; i giorni fuggivano rapidi, le notti erano spazi indefiniti abitati da mostri e desideri. Il viaggio proseguì, finché scavalcato il dorso di un’altura rocciosa, i due camminanti videro Uruk verdeggiare di giardini e torri.
“Finisce qui il nostro andare.”
“Non crederlo, mio padrone. Il cammino si dipana soltanto andando.”
Nessun uomo vivo sembrava abitare quella città. Era come se il deserto si fosse impadronito di tutto ciò che aveva creato l’uomo. Solo qualche animale randagio muoveva fra le mura abbandonate.
“Dove sono finite le persone che popolavano questi luoghi? Dove le donne madri di guerrieri e gli uomini sapienti artigiani?”
“Non lasciarti ingannare, principe, nulla è ciò che appare.”
Passarono due notti e due giorni e ancora il silenzio era unico compagno dei girovaghi, in cerca di un senso. Poi il suono cigolante di una porta che si apre colse Ismail di sorpresa.
“Qualcuno!”
Il giovane corse verso dove gli parse di aver udito quel suono, seguito da Samal. Poi la strada si fece più stretta e tortuosa e si divise in un bivio. Ogni direzione era probabile, ogni scelta ragionevole.
“Dove voltare, ora?”
“Capirai che nel percorso non ci sono scelte giuste o sbagliate. Tuttavia è ancora presto. Un peso sul cuore porterai con te, fino al giorno in cui non avrai più bisogno dei miei consigli. Allora, sarai uomo.”
Ismail scelse una via. Un profumo delicato di donna lo aveva guidato. Il vicolo era ancora più angusto e a ogni porta chiusa e finestra serrata il silenzio penetrava nelle ossa, senza dare tregua.
“Inizia così a pesare il mio cuore.”
Ogni sera, alla stessa ora, il cigolare di una porta lontana, lo sbattere di un’imposta, il frusciare di passi leggeri destavano Ismail e lo portavano in altri vicoli, su altre strettoie. Una sera si sentì una voce femminile sussurrare un sorriso. Ismail rincorse quel nuovo segno dentro l’intercapedine della città, fino a perdersi ancora.
“È lei che mi attrae e sfugge ogni sera. Ormai ho smarrito la direzione, non so come uscire da questo groviglio di vichi e mura. A una punizione orrenda mi ha condannato il dio sempre adolescente!”
“Guarda bene, principe, quel dio che punisce e perdona sei tu.”
I giorni divennero mesi e passarono gli anni. Ismail non trovò mai la donna del sorriso sussurrato e dal profumo di rosa. Ogni tanto, qualcuno si affacciava dalle finestre di Uruk, qualche passante ingombrava le strade colme di odori e i mercati rumoreggiavano in giorni prestabiliti. A Ismail si ispessì la pelle e la barba si imbiancò. Samal non parlava più la lingua degli uomini.


-Davide, hai sentito anche tu questa voce ovattata? Una storia orientale venuta chissà da dove. O ho sognato?
-Forse, non so. Possiamo essere noi il sogno di qualcuno.
-Siamo perduti.
-Affatto. Goditi questo sole pomeridiano, finché non ci sarà il crepuscolo, e non chiederti se vivi o se qualcuno ti sta vivendo. Questo passaggio di calore sulla pelle è più di un sogno.
Davide e Giulio erano distesi sull’erba fresca dei Giardini Margherita, sotto l’ultimo sole tiepido della giornata. L’aria era profumata, il cielo sgombro. Presto, i due cani sarebbero tornati nel guazzo della città-labirinto.

Racconto di Giulio Foderà
Editing di Giorgia Vullo
e Martina Costanzo


L’autore

Giulio Foderà è nato nel 1991 nel cuore della Sicilia. Ha studiato Lingue e culture europee, euroamericane ed orientali a Catania e ha proseguito i suoi studi a Bologna dove ha conseguito la laurea in Letterature Moderne Comparate e Post-coloniali con il massimo dei voti. Il suo amore per le lettere lo ha portato in giro per tutto il mondo. Attualmente insegna letteratura e lingua inglese presso un liceo a Monza.

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