LO SGUARDO DEL MARE

Opera di Silvia Farina

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

Le andai incontro a passo svelto. Non volevo sembrare impaziente, ma non avevo nemmeno il pudore di far finta di fregarmene. Quindi avanzai velocemente con tanto di sprint finale.
Era seduta sullo scalino di fronte a un negozio con la saracinesca abbassata, l’aria annoiata, indossava una minigonna nera in finta pelle e le scarpe con il tacco più alto e sexy che io avessi mai visto. Mi salutò con gli occhi, con quello sguardo conturbante e bistrato di nero nella palpebra inferiore.
Era strano il suo modo di truccarsi, sembrava quasi voler cancellare gli occhi semplicemente tirandoci su una riga, come si fa su un foglio di carta con una parola sbagliata da eliminare. Devo ammettere, però, che a distanza di anni quegli occhi facevano ancora un certo effetto. Li ho sognati spesso, li ho cercati, per potermici specchiare nelle notti senza luna, ma loro non c’erano più da un pezzo.
Da lontano notai che si stava arrotolando una sigaretta. Da quando la conosco non l’ho mai vista fumare una sigaretta vera. Il rito era sempre il solito: filtrino tra le labbra, la cartina con la colla girata all’ingiù, per farla a bandiera, un po’ di tabacco all’inizio e una piccola aggiunta appena prima di chiuderla. Alla fine di quest’operazione leccava delicatamente la colla e staccava via una striscia di cartina che faceva volare via nel vento.
Quante ne ho trovate di quelle strisce di carta in casa. Tra i cuscini del divano, sulla libreria, sparpagliate per terra. Una volta ne ho persino trovate un paio nella dispensa, tra le pentole. Era stata lei a chiudersi la porta di casa alle spalle senza tornare. Ci eravamo conosciuti alla facoltà di Giurisprudenza, all’epoca voleva diventare un avvocato di successo, ricordo ancora tutte quelle serate incollati allo schermo a guardare “Le regole del delitto perfetto”.
Con gli anni, e la crisi di mezzo mi viene da aggiungere, che non ha aiutato nessuno di quelli che conosco a farsi strada nella vita, i suoi orizzonti sono cambiati. Non nego di condividere la maggior parte delle sue idee, ma scoprire in cosa si fosse imbarcata, letteralmente parlando, è stato per me come una cannonata sparata con forza nel silenzio.
Non mi ero dato la pena di cercare delle risposte alle mie domande. Lei non c’era più e io, nonostante tutto, me ne ero fatto una ragione. Ero giovane e spensierato al tempo, il futuro era solo una macchiolina lontana, appena percettibile. Non mi rendevo conto in quelle sere annaffiate di Gin tonic, con il pensiero fisso dell’esame di diritto privato rimandato per l’ennesima volta, che quella macchiolina avrebbe assunto ben presto le forme nitide e spaventose di un cancro. Un cancro comune, il futuro come metastasi per tanti, troppi di noi. Di lei sapevo solo che cambiava vita, la sua, la mia e pensandoci bene adesso, anche quella di molte altre persone.
Mentre mi avvicinavo ricambiando il suo saluto, mi aggiustai la cravatta. Forse era la prima volta che mi vedeva così. Avevo trovato un lavoro da poco, mi pagavano male, mi sfruttavano assai ma non mi potevo lamentare. Avevo studiato quel tanto che bastava, però sapevo parlare con la gente, o almeno questo è quello mi avevano detto al colloquio, così mi sono ritrovato a fare il consulente assicurativo, 9-18, ferie pagate ma che raramente potevo permettermi e, dopo due anni di lavoro, la bellezza di 450 euro sul conto. No, non ero felice, ma era il meglio che avessi trovato di questi tempi con una laurea triennale in Giurisprudenza, una gavetta come cameriere alla trattoria “Lo Scudo” e sei puzzolentissimi mesi al McDonald’s.
Rimanemmo in silenzio per qualche infinito minuto. L’osservavo. Era invecchiata, e ora che l’avevo vicina notavo qualche lieve ruga agli angoli degli occhi, ma nessun capello fuori posto. Vestiva come una ragazzina, chissà se voleva impressionare me, ma aveva la bellezza confidente di una donna di mondo. Nella mia testa, non so il perché, si formò l’immagine di Marylin Monroe nella versione pop e a ripetizione di Andy Warhol. Nei suoi occhi sottolineati si scorgeva il mare, nero pece, un inchiostro denso con cui lei scriveva le storie di chi combatteva tra la vita e la morte.
Accese la sigaretta e mi sorrise senza parlare. Mi stava forse chiedendo di rompere il ghiaccio oppure no, si stava godendo il momento forse. Non c’era più traccia di quella ragazzina un po’ imbronciata che avevo conosciuto anni fa, che voleva tutto e velocemente, che prima pestava i piedi agli altri e poi chiedeva scusa, in un continuo gioco a suo favore. La donna che avevo di fronte era matura e aveva fatto pace con la vita, con quel suo modo coraggioso che aveva di sfidarla.
Gettò la sigaretta lontano e si alzò di scatto. Senza chiedermi niente si avvicinò al locale all’angolo e ordinò un Americano; la seguii e finalmente attaccò a parlare.
Mi raccontò del suo cane, Alaska, che aveva rivisto da poco, l’unico della famiglia ad averla riconosciuta al suo rientro. Mi parlò dell’ex ragazzo Gianni che, appena prima della sua partenza, le aveva rivelato il desiderio di avere una famiglia, un bambino, un gatto, un mutuo. Mi aggiornò sul corso di inglese che stava frequentando e di quanto, nonostante l’impegno, ancora non riuscisse ad assimilare il present perfect.
Si fermò un attimo per riprendere fiato, fece un cenno gentile e frettoloso al cameriere e chiese un altro drink, uno a caso, faccia lei. Forte sì, grazie. Mi disse, con tutto il candore possibile, che quella sera voleva solo ubriacarsi con me e non rientrare a casa.
Continuò a parlare, confidandomi di sua madre, e dei suoi occhi, che si inumidivano ogni volta alla vista della figlia; di suo padre, che finalmente era in pensione ma che non riusciva a godersela perché non aveva trovato alcuna passione. Di sua sorella Martina, che passava sette ore al giorno su Instagram e si pettinava o si truccava per il “pubblico”. Infine, di suo fratello Davide che studiava sodo, che lo faceva anche di notte e che era stato il secondo della famiglia a dare un dispiacere ai suoi genitori annunciando una sera a cena, senza togliere lo sguardo dalla pasta, che, a laurea sopraggiunta, sarebbe andato a vivere in America.
Era un fiume in piena quella sera e mi guardava dritta negli occhi quando parlava. Non accennò all’argomento tabù, non mi raccontò quello che viveva in mare. Non so se ne andasse fiera, non ne ero sicuro, so solo che quella sera aveva altro per la testa. Era come se volesse far finta di niente. Come se non ci fossimo mai lasciati, come se fossimo ancora una coppia. Una coppia comune che la mattina si saluta con un bacio prima di andare a sedersi dietro la scrivania grigia di un ufficio qualunque.
La persi solo per un attimo, quando vidi il suo sguardo rivolto lontano, molto più lontano della panchina in ferro battuto all’altro lato della strada. Aveva gli occhi febbricitanti. Vi riconobbi di nuovo quel mare nero, denso e anche il buio, un buio che in qualche modo conoscevo anch’io. Le mani, tra le dita il mozzicone spento, dirigevano la musica delle sue parole con grazia.
Chiedemmo ancora da bere e, sorreggendoci l’un l’altra, ci trascinammo nel mio appartamento. Per quello che ricordo non facemmo altro che ridere e raccontarci cazzate, ridemmo fino a farci venire il mal di pancia. Poi facemmo l’amore con voglia e rabbia, forse in quest’ordine, forse no. Avevamo bisogno di sporcarci e sudare, mischiare i nostri liquidi e le nostre lacrime, di graffiarci aggrappandosi l’uno all’altra, come se ci trovassimo sul bordo di un precipizio o di un gommone che sta per affondare.
Con i suoi occhi socchiusi e i suoi gemiti spezzati, Carolina mi stava raccontando quello che aveva vissuto e lo faceva lasciando fluire via il dolore che portava da sola sulle sue piccole spalle, custode di un segreto che tutti quelli vicini a lei sembravano accettare ma che in pochi capivano veramente. Ci lasciammo infine trascinare giù, nel buio, nella profondità dell’orgasmo, nella vaghezza di pensiero che ne scaturisce e che per una manciata di secondi riporta la mente alla sua semplicità e bestialità.
In quell’istante lei dimenticò, forse per un solo secondo, che mesi prima, incurante delle conseguenze e spinta solo da un forte senso di giustizia e umanità, aveva salvato più di un centinaio di migranti africani capitanando la sua prima nave e attraccando illegalmente in un famoso porto della costa francese. Fu una nottata diversa rispetto a quelle a cui era abituata, accompagnate dai soliti incubi.
Il giorno dopo mi svegliai ubriaco e solo, chiedendomi se sarebbe tornata ancora. Mi affacciai alla finestra e la vidi uscire dal portone di casa mia. Si voltò a guardarmi e, mentre accennava un saluto con la mano, scorsi dietro di lei la striscia di cartina della sigaretta che si era appena accesa e che volava in alto, a formare delle onde immaginarie e a ricordarmi per sempre un bellissimo mare in tempesta.

Racconto di Veronica Nucci
Editing di Martina Costanzo


L’autore

Appassionata di lingue straniere, dopo una laurea in Traduzione Letteraria e Saggistica ha vissuto prima in Galles poi in Belgio, e attualmente risiede e lavora in Francia nel campo del digital marketing. Nel tempo libero scrive racconti, alcuni dei quali sono apparsi o appariranno su Rivista Blam, il Timoniere, Eisordi Rivista, The Bookish Explorer e Quaerere.
Fa parte della redazione della rivista culturale Light Magazine e di Quaerere Rivista come editor.

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