CARO LUIS

Opera di Silvia Farina.

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale.

Amore mio,

la scrittura è terapeutica: per un attimo smetto di pensare che le mie parole si disperderanno nel nulla. Confido che una parte di te riceverà l’amore dietro a ogni lettera, anche se non ci saranno occhi a scorrere le righe che seguiranno.
Sono arrivata in paese tre giorni fa, in mattinata. Ora capisco quel tuo insolito modo di fare, quando rimanevi in silenzio per diversi secondi prima di rispondere. Sceglievi accuratamente cosa non dire.
Ricordo ancora gli ultimi istanti di mio padre, un arcigno punto nero sprofondato tra il bianco dei cuscini, e noi all’altro capo della stanza. Speravamo quasi di confonderci nello sciame di parenti in continuo via vai, avvolti dall’odore pungente del disinfettante. Finché, ad un tratto, l’indice di mio padre aveva cominciato a muoversi nella nostra direzione, e più di dieci teste si erano voltate:
– Cosa fai lì? Non vedi che tuo padre ti vuole vicino? –
La voce sprezzante di zia Elsa mi aveva attraversato il cranio, facendomi sperare che la pianta poggiata sul tavolo prendesse vita e le stringesse i rami intorno al collo fino a farla tacere. Lui aveva continuato a far roteare il dito. Puntava te, genero bistrattato e malvoluto. Con passo sicuro ti eri avvicinato al suo letto, per poi sentirti canzonare:
– C’è lo scrittore. Lo scrittore fallito –.
Mentre tutti mormoravano, e la mia testa esplodeva per la vergogna e il risentimento, tu eri rimasto in silenzio. Uno dei tuoi, di quelli che confondevano, perché al loro posto sarebbe stata più ragionevole una sfuriata. Nessuna tua parola era mai di troppo.
Dicevo, ora capisco: questo paese, che ti ha dato la vita, è come una fedele rappresentazione di te sotto forma di case e strade. Ogni viuzza ti porta semplicemente dove dovrebbe, senza che nulla ti distragga durante il cammino. Non un vaso di fiori a ornare i balconi, non un affresco sui muri; in certi punti nemmeno si alza il naso per guardare il cielo, tanto sono ravvicinati i tetti di alcune case, e ci si accontenta di una sottile striscia di azzurro. Ogni suono al suo posto, senza fronzoli, come te.

Di fronte al mare sono scoppiata in lacrime. Nel suono della risacca c’eri tu, e sembrava quasi che mi restituisse tutte le parole che non mi hai mai detto. Non ero ancora riuscita a piangere prima di quel momento, chissà poi perché. Negli anni devi avermi trasmesso la paura dello spreco: anche le lacrime non vanno buttate, come le parole. Chissà se invece piangevi di nascosto, qualche volta. Forse parlavi tanto con te stesso da non aver bisogno di dirmi niente.
Nemmeno la prima volta che ti ho parlato di Magù ti sei scomposto. L’avrei tenuto per me, se non fosse stato per la cena di Natale del 2001. I nostri ventiquattro anni li stavamo passando in un buco di pochi metri quadrati, l’unico che potessimo permetterci con le prime vendite del tuo libro e il mio stipendio da cameriera a cinque euro all’ora. Almeno quella sera potevamo sfuggirgli, e riempirci la pancia al tavolo imbandito di tuo cugino.
Successe tutto dopo che varcammo la soglia di casa. Gli altri erano seduti e, nel chiasso delle loro voci festose, i bicchieri in mano erano già mezzi vuoti. Gli occhi puntati addosso non ci sono mai piaciuti, vero Luis?
– È arrivato il nostro scrittore! – aveva esclamato tua mamma, correndoci euforicamente incontro dalla cucina. In pochi secondi si erano raccolti tutti intorno a noi per abbracciarci. Io mi sentii dire che ero bellissima nel mio vestito di raso rosso; tu, pronto a iniziare il tour di promozione del libro, che avresti finalmente ottenuto la fama che meritavi. Avevamo intorno l’ammirazione di persone che avrebbero scommesso qualsiasi somma sul nostro successo, e mi sentivo come un piccolo contenitore che si riempiva di ogni buona parola ricevuta. Finché non fu pieno fino all’orlo, e Magù arrivò puntuale a divorare le strabordanti emozioni.
Durante la mia infanzia non mi era capitato spesso di vivere momenti di intensa gioia e, quelle poche volte in cui era accaduto, era stato come se il mio corpo non fosse in grado di accoglierli. Così iniziavo a sentire un forte senso di angoscia all’altezza dello stomaco, puro disagio in circolo nel corpo. Da piccola avevo dato a questa sensazione il nome Magù. Lo immaginavo come un piccolo esserino che si cibava di felicità, e negli anni avevo continuato a pensare a lui come a qualcosa di reale, solo per rendere più sopportabile quella percezione malsana. In quei momenti sembrava che le emozioni fossero impossibili da contenere, e io mi sentivo stretta nella mia stessa pelle. Come se la mente non concepisse un dopo, come se l’aver provato tanto piacere potesse avere come epilogo solo la morte.
Quella volta, in mezzo alla tua famiglia in festa la sera di Natale, mi era venuta una voglia improvvisa di morire.

Magù, che non incontravo da anni, mi aveva colpito con tale violenza da spingermi a raccontarti tutto. Lo avevi etichettato come “strano”. Forse pensavi fossi pazza, credevo che nemmeno li ascoltassi, certi miei discorsi maledetti. Non hai detto altro, ma sembravi pensieroso, mi hai abbracciato forte e ci siamo addormentati così. Ricordo la neve al nostro risveglio.
Qualche giorno dopo ti ho visto arrivare con un libro tra le mani, uno dei tanti che avevi letto. Era stato lasciato a lungo nel buio della cantina e ora rivedeva finalmente la luce. Mi hai detto solo “leggilo, amore”, senza aggiungere altro.
“Va’ dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro ci ha seguito, senza essere nemmeno sfogliato, in tutti i posti che abbiamo chiamato casa negli ultimi quindici anni, dopo che abbiamo lasciato il nostro buco in periferia. Prima di partire per arrivare qui l’ho gettato in valigia perché ti era appartenuto, e ti volevo con me. E nella noia di questo paese di uomini come te, silenziosi, quasi spettri, non è stato necessario arrivare all’ultima pagina per capire.

“Pensai che la cosa più bella in quell’istante sarebbe stata morire. Pare strano, ma la felicità massima, come la massima infelicità, porta con sé sempre questo desiderio contraddittorio”.

I battiti del mio cuore hanno accelerato per la sorpresa quando ho letto la frase che avevi sottolineato per me così tanto tempo prima. Avevi voluto dirmi ciò, senza dirmelo: che mi avevi ascoltato tanto profondamente da rivedermi nelle pagine di un libro che amavi.
Se solo fossi stata più simile a te, se solo avessi avuto orecchio per le parole non pronunciate, o uno sguardo attento ai tuoi gesti misurati, forse troppo, ora saprei perché hai deciso di andartene. Ora conoscerei il motivo per cui sei tornato da solo in questo paese di ombre e ti sei tuffato, lasciando che il mare fosse l’ultimo ad abbracciare il tuo corpo. Nessuno potrà mai dirmi se lo scoglio su cui sono seduta adesso, mentre scrivo questa lettera a nessuno, sia lo stesso da cui ti sei gettato.
In questo infinito vortice di dubbi, devo disperatamente aggrapparmi a qualcosa che posso controllare. Sento il bisogno di agire, di scatenare conseguenze, di percepire la vita che sa che hai preferito la morte, ma non si offende e ti lascia lentamente, con gentilezza. Tra pochi secondi poserò la penna e mi spoglierò.
Spero solo, per una volta, di sentire come ti sei sentito tu, perché in realtà non ho mai davvero saputo come ti sentissi.
Mi tuffo, e il mare saprà darmi la risposta.

Tua per sempre, in tutte le vite, Micol

Racconto di Martina Marotta
Editing di Martina Costanzo


L’autore

Martina Marotta, classe 1996, nasce a Borgomanero, nel novarese. Affascinata dalla mente umana, si diploma in Scienze Umane, per poi laurearsi con una tesi sull’inefficacia dell’attesa nelle opere di Dino Buzzati presso la facoltà di Lettere di Vercelli. Ha concluso il suo percorso formativo alla Scuola Holden di Torino e maturato esperienza come copywriter presso un’agenzia di comunicazione a Milano. Scrive articoli e poesie per la rivista online Io Voce Narrante. 

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