LO STUPIDO DI TURNO

Opera di Silvia Farina
Opera di Silvia Farina

Sono lo stupido di turno, fino alla fine ci ho creduto.  
Dovevo capirlo prima che sarei rimasto fregato. Troppi occhi nei miei occhi, ogni santo giorno, sono arroganti e mi deridono. Pretendono domande, così lunghe che non riesco a vederne la fine, vogliono risposte, che non so formulare. E dopo non mi lasciano niente in cambio. 
Mai mi metteranno una medaglia al petto, mai vedranno una coccarda sul mio cappello.
Sono lo stupido di turno, ma non toccherà a me per sempre. Spero. 

Il cameriere allunga il braccio oltre la folla in piedi, mi passa un caffè fino all’unico posto libero in cui sono riuscito ad infilarmi. In questo piccolo bar la gente stipata sussurra, sommessa e placida, gode del tepore del pomeriggio che fende le vetrine con la sua luce ramata e mi attira promettendomi rifugio. Sono persone che guardo per la prima volta, adoro la loro serenità, forse mi faranno del male, ma finché resteranno sconosciute non mi potranno deludere, come hanno fatto quegli altri lì fuori che ho appena lasciato perché parliamo lingue diverse. Fino alla fine ci ho credutoGuarda che stupido sono stato! La mia illusione adesso rallenta e si infrange a questo tavolo, si ferma e qui trova pace. 
“Posso?” mi siedo perché lei mi dà il permesso, lo fa con un gesto lieve e rassicurante, anche se non mi ha mai visto prima, mi sorride, giuro che non le darò fastidio, berrò da solo.  

Eppure, sto amando la vita e la gente che incontro per strada, chiunque. Mamma mi dice che non va bene, che sono solo un illuso, uno stupido. Appunto, l’avevo detto io, lo stupido di turno. Di una cosa io sono certo però: la poesia che le ho letto la sta tenendo in vita, anche se gli altri insistono, mi dicono che è uno scherzo, che lei mi ha preso in giro; secondo loro sono solo accecato dall’infatuazione. 

“Quello che mi piace del sitar è il suono vibrante e suggestivo”, mormoro nel mio caffè amaro la risposta a una domanda che lei non mi ha fatto. Legge un libro, sembra rapita da parole cucite tra loro con sapienza, forse desidera che le frasi diventino vive, tridimensionali, e si stacchino dalla pagina. 
Le mie parole la trascinano via dal suo sogno, ma non sembra infastidita. Chiude il libro, è gentile e mi ascolta. Protegge con la mano la custodia del suo sitar. Deve essere orientale.  
“Ho letto quel libro” tocco il titolo con un dito, azzardando un’invasione del suo spazio. 
“Allora sei arrivato nel momento giusto” dice con accento insicuro, riapre il libro, lo gira e mi offre le sue pagine “non capisco bene questo passo”. 

Scorro tra le sue dita le righe per lei oscure: leggo del povero Adso che cerca di spiegarsi la passione appena vissuta. 
Mi alzo in piedi, la gente guarda, con la destra mi porto il libro aperto ad altezza d’occhi, la sinistra mi serve per recitare e la dimeno come una spada sopra un palco. 
Leggo come fosse la mia poesia per lei. Ride e ascolta.  
Mi risiedo e le spiego il significato di quelle parole. 
“Sei bravo” simula un inchino da seduta. 
“Mia madre ha una libreria.” 
“Ecco perché hai l’aria di un poeta, frequentare certi posti aiuta.” 
Adesso sono io a sorridere, per la prima volta oggi. Mentre i miei battiti accelerano, le restituisco il libro. 

“Forse so leggerle, ma non so scriverle.” 
“È come per la musica, puoi essere il migliore esecutore al mondo, ma non essere in grado di comporre.” 
“Parli per esperienza personale?” 
“Può darsi” si sistema la frangetta, che in realtà non avrebbe bisogno di ritocchi. 

Poi mi concentro molto forte e mi guardo dentro fino a un punto che, quando ci sono arrivato, mi rivela che sto cercando di fare tutto bene; è allora secondo me che lei può sentire, perfino da lontano e attraverso il vento, la mia voce chiara e limpida. È in quel momento che diventiamo come corrente elettrica, come una giostra rumorosa nel centro della piazza; avverto il sole, la terra di creta asciutta sotto ai miei piedi nudi, e tocco il peccato finale.  
Che ci posso fare? Mi piace credere.  

Dà un’occhiata all’orologio.  
“Devo andare.” 
“Resta ancora un po’.” 
“Mi spiace, ho fatto tardi.” 
Fino alla fine ci ho creduto. 

Eppure, ogni battito pazzo delle sue note danza nella mia testa e, nonostante io sia lo stupido di turno, alla fine sopravvivo, in qualche modo. 
Alla fine sono felice. 

Racconto di Fausto Campana
Editing di Giorgia Vullo

Un brano per accompagnare la lettura:

Scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

L’autore

Fausto Campana nel 1975 nasce in Calabria, poi studia a Perugia, dopo a Cosenza e quindi si trasferisce a Firenze. Oggi abita a Modena, ma lavora a Verona, nel marketing di un’azienda farmaceutica. Inventa storie per passione, ha frequentato diversi corsi di scrittura ed ha un romanzo nel cassetto in attesa di pubblicazione.
Quando non lavora viaggia, suona la chitarra, scrive racconti e canzoni, beve e cucina.

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