LA FEBBRE

Opera di Silvia Farina

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

Sta succedendo. Sta succedendo di nuovo. Si è svegliata prima di me, quando ancora trattenevo sotto le palpebre le tracce di un sogno finito sfilacciato come un vecchio manifesto strappato dalla pioggia. C’era il mare e io ero più giovane, e c’era una ragazza che mi sorrideva su una spiaggia coperta di neve. Aveva un nome dolce, si chiamava Amandine. Ci eravamo amati, tanto tempo fa, ma un giorno se n’era andata senza dire una parola. Ora posso vederla solo quando ho gli occhi chiusi. Ci stavo bene in quel sogno. Invece lei si è svegliata e poi ha svegliato me, e adesso la sento muoversi sottopelle, come un insetto. Punge e si fa strada tra le vene, attraverso le cartilagini, lungo i nervi. Scende e mi ingombra il basso ventre. Non ci posso fare niente, vince sempre lei.

Fuori sta iniziando un nuovo giorno, e io mi chiedo come facciano tutte quelle persone giù in strada a essere così disinvolte. Forse sono solo rassegnate. Loro non fanno fatica ad alzarsi dal letto, a fare colazione e poi la doccia, a prepararsi per uscire di casa. Non fanno fatica a infilarsi nel traffico, a stare in mezzo a tutta quell’altra gente. Entrano ed escono dalla metro sotto le finestre di casa mia. Si agitano come formiche intorno al cadavere di una vespa e non hanno paura di niente.
Lei mi sta dicendo di provare ancora. Mi stringe la gola, vuole che io faccia un nuovo tentativo. Forse ne vale la pena. Non posso oppormi: ci ho provato una volta, ma lei sa come vendicarsi. È crudele, se non faccio quello che dice si infiltra in profondità e mi annienta. Quella volta ho dormito per due giorni di fila. Un sonno comatoso, senza sogni. Dall’appendiabiti dell’ingresso prendo il cappellino sdrucito dei New York Yankees sotto cui nascondere la mia alopecia, così da tenere lontani gli sguardi cattivi che mi giudicano. In fondo non me la sono cercata io, non sono responsabile di ciò che mi succede in testa.

Sento la voce di mia madre che arriva sommessa dal salotto. Non parla con me ma al conduttore del Tg del mattino, in una conversazione surreale con il tubo catodico. Passa il tempo così, infossata nella sua vecchia poltrona di pelle beige, lo sguardo fisso sullo schermo. Spesso non mi riconosce. Se non fosse per la sua pensione, ci avrebbero sbattuti fuori da questo posto già da tempo.

Apro la porta e scendo le scale, per fortuna non incontro nessun vicino. Non voglio le loro domande, le loro occhiate che mi rovistano addosso, che cercano un passaggio per scavarmi dentro, pretendono di sapere, loro. Esco.

Il sole sta spuntando in fondo al viale, ma è un sole già stanco e tutta la gente si muove sul marciapiede e mi spinge ed è infastidita dalla mia presenza perché intralcio la sua corsa. Bisogna correre verso chissà dove! L’importante è non fermarsi. Allora sento che la sicurezza che ho racimolato a fatica, quando guardavo tutto questo da dietro i vetri umidi di condensa della mia stanza, mi sta abbandonando come acqua saponata attraverso lo scarico di un lavabo. Tutto ciò che mi lascia sono depositi di smarrimento sotto lo sterno.

Devo assolutamente tornare dentro. Allungo una mano per cercare il portone del palazzo, ma il portone non c’è più e il palazzo nemmeno. Qualcosa li ha proiettati lontano, oltre l’orizzonte visibile. Lei si arrabbia perché avverte la mia paura ed è una cosa che proprio non tollera. Si avvinghia a me con le sue spire e stringe e io non ho scelta: devo guardarmi intorno, devo cercare. Trovo.

Dall’altra parte della strada c’è una ragazza, sta scendendo a prendere la metro. Ha i capelli neri e la pelle color della luna, porta una felpa rossa. Amandine ne aveva una uguale. Quel rosso è come un’esplosione, e il mondo all’improvviso diventa tutto grigio e informe e silenzioso. Lei è contenta e mi dice sibilante all’orecchio: «Quella va bene, seguila!». Io eseguo gli ordini e metto meccanicamente un piede davanti all’altro.

Improvvisamente sento l’urlo stridulo di una donna e non vedo più niente se non il cielo. Poi, nella visuale spunta anche la faccia di un tizio con delle profonde occhiaie e un mozzicone di sigaretta incastrato all’angolo della bocca. Urla: «Mi ha attraversato la strada all’improvviso! Si è buttato lui sotto il mio taxi! L’avete visto tutti, non è stata colpa mia!». Attorno alla faccia del taxista si aggiungono altri occhi curiosi. Quel “lui” devo essere io. Tutti mi guardano, ma nessuno mi aiuta ad alzarmi e non ce n’è bisogno, faccio da solo.

Devo sbrigarmi, perché la ragazza con la felpa rossa nel frattempo si è lasciata inghiottire dal sottosuolo. Raggiungo la scalinata barcollando, mentre la gente si è già dimenticata di me e ognuno è tornato a badare ai fatti propri. Lei ordina: «Scendi!», e io scendo, anche se non mi piace andare là sotto perché c’è solo rumore e puzza di gomma bruciata e i neon, santo cielo quei neon quanto sfarfallano, mi riempiono di angoscia. Faccio in tempo a scorgere la ragazza sulla banchina mentre sale sul vagone.

Quando mi risveglio la prima cosa che vedo è una lattina di birra vuota a qualche centimetro dalla mia faccia, accanto ai piedi metallici di una panchina. È buio, fa freddo. Mi tiro in piedi a fatica, tra foglie secche e cartacce. Di là dalle siepi sforacchiate, che puzzano di piscio di cane, riconosco i palazzi della periferia dietro alla cortina di foschia che si aggrappa alle loro facciate. D’improvviso mi accorgo di una cosa: lei non c’è più, è andata via! Non sento più la sua voce, la febbre ha abbandonato il mio corpo e come ricompensa mi ha lasciato un enorme sollievo. Devo godermelo, almeno fino alla prossima volta.

Poco più in là, sotto il cono di luce incerta proiettato da un lampione, c’è qualcosa che si muove dentro al cerchio rosso di uno specchio parabolico. Mi avvicino e la cosa sembra venirmi incontro. Guardo meglio e sono io, la mia immagine riflessa deformata e ridicola. Ho dei graffi sullo zigomo destro e un po’ di sangue sulla giacca mimetica. Forse è successo quando mi è venuto addosso il taxi. Guardo di nuovo nel cerchio dello specchio e alle mie spalle intravedo qualcosa di rosso per terra. È una felpa, e accanto alla felpa c’è una ragazza. Non si muove. Forse riposa, non la voglio disturbare e poi adesso non ho proprio tempo da perdere. In fondo alla via c’è la fermata della metro, quindi mi metto affannosamente a correre. Voglio tornare a casa mia, al sicuro, nel mio letto. Magari riesco ancora a recuperare il sogno di quel sorriso, sulla spiaggia d’inverno.

Racconto di Ottavia Marchioni
Editing di Martina Costanzo


L’autrice

Ottavia

Ottavia Marchiori è nata a Broni (PV) nel 1980. Vive a Parma dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Ha vissuto in Francia ed è stata ideatrice e curatrice di un blog letterario dedicato all’opera dello scrittore Jean-Claude Izzo. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati nelle antologie Haiku tra meridiani e paralleli – V stagione (Fusibilia Libri) e Poesie di Strada (Idrovolante Edizioni). Suoi racconti sono inclusi nelle raccolte Una giornata di Hemingway in val Trebbia e Incontri ravvicinati di un diverso tipo (Officine Gutenberg) e Cinquantatré vedute del Giappone (Idrovolante Edizioni).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *