I duellanti: l’ossessione per la violenza e l’assurdità della guerra

Nel film I duellanti (1977) Ridley Scott, al suo esordio cinematografico, descrive l’orrore della guerra e la sottomissione al desiderio di violenza, attraverso la storia di due soldati e del loro terribile ed interminabile duello.

Fotografia di Callum Skelton

Nella Francia napoleonica, il tenente degli Ussari Gabriele Féraud (Harvey Keitel) sfida a duello il tenente Armand D’Hubert (Keith Carradine). Questi, pur controvoglia, accetta la sfida riuscendo ad avere la meglio senza ucciderlo. Da quel momento Féraud diventa inconsolabile. Ogni volta che i due soldati si incontrano durante le diverse campagne napoleoniche, Féraud sfida a duello il suo avversario il quale, sempre malvolentieri, accetta. Terminate le guerre napoleoniche e diventati entrambi generali, i duellanti si scontreranno ancora un’ultima volta. D’Hubert, avuta la meglio sul rivale, decide di risparmiargli la vita, costringendolo così, in base al codice cavalleresco, ad essergli debitore. D’Hubert lo “dichiara morto” e gli ordina quindi di rinunciare alla sua ossessione, durata quindici anni, lasciandolo finalmente libero di vivere la propria vita. Il film si conclude con Féraud, solo e amareggiato, che guarda il tramonto sulle campagne francesi dove ormai è costretto a vivere in esilio.

Nel suo film di esordio, tratto dal racconto Il duello di Joseph Conrad, Ridley Scott racconta l’insensato odio, la rabbia irrefrenabile e l’assoluta brutalità che caratterizzano la guerra attraverso il conflitto di due singoli individui, che diventa una vera e propria guerra nella guerra.

Il contrasto sorge per un banale confronto in cui D’Hubert agisce come mero tramite del loro generale in comando. La mente contorta e rancorosa del cavaliere Ussaro, tuttavia, vi legge solo un affronto. La sua frustrazione e la sua volontà di sopraffazione non potevano trovare sfogo che contro D’Hubert, un suo pari grado, una circostanza essenziale perché la sfida a duello sia accettabile. Oltre alla banalità del casus belli e nella necessità strategica di ingaggiare lo scontro solo contro soggetti alla propria portata, il parallelismo citato si riscontra anche in alcuni dei commenti di Féraud riecheggianti pregiudizi e false accuse atte a giustificare odio e violenza contro il nemico.

Gli scontri fra i due protagonisti vengono inoltre dipinti come vere e proprie battaglie. Per quanto i due lottino per difendere l’onore, la reputazione e il rispetto degli altri consociati, in ogni duello emerge l’animo brutale. Combattono una guerra in cui non c’è niente di nobile o cavalleresco ma solo una violenza sanguinaria senza alcuna motivazione. Non a caso le campagne napoleoniche che fungono da sfondo all’intera vicenda sembrano rappresentarne invece la vera essenza, il convitato di pietra, di ogni istante vissuto nell’opera.

Il film getta uno sguardo, inoltre, sul terrore costante nei confronti di un destino ineluttabile, soprattutto se tale destino è determinato da una animalesca violenza e volontà di uccidere. Dopo il primo duello, D’Hubert e il suo amico Joaquin (Tom Conti), constatano che anche questa situazione doveva sottostare ad alcune precise regole quali la possibilità di sfidarsi solo fra pari grado, come accennato, la maggior importanza da dover dare ai propri doveri come soldati in stato di guerra e la distanza che separa i due duellanti assegnati a differenti compagnie. Joaquin quindi consiglia: Tieniti lontano da lui, fa più carriera di lui e abbi fede in Bonaparte.

Tuttavia, nonostante i tentativi di D’Hubert di evitare Féraud, lo scontro risulta ogni volta inevitabile. Anche contro ogni probabilità, i due si rincontrano sistematicamente ed ogni volta con gli stessi gradi sulla divisa. Dall’altro lato, nonostante la sua assoluta riluttanza, in virtù delle costrizioni ed aspettative sociali in parte causa della fama di duellante che, suo malgrado, si è creato fra i soldati, egli cede ogni volta alla sfida. D’Hubert non è davvero padrone della sua vita e delle sue scelte, prigioniero, per quasi tutta la sua esistenza, della crudeltà, della violenza e dell’imprevedibilità dell’ossessione del suo eterno avversario. Incapace di liberarsi di tutto questo, per paura e forse anche per vanità, egli rinuncia ad ogni aspetto piacevole della sua vita, compreso l’affetto di un suo amore di gioventù, Laura (Diana Quick).

Il finale ci mostra quindi l’illuminazione di D’Hubert che ha finalmente assaporato la bellezza di una vita vissuta in pace. Decide quindi di non lasciarsi più dominare dalla follia imposta da Féraud che salva dall’esecuzione a cui era stato predestinato dopo la guerra in quanto bonapartista. Ciò al solo scopo di potersi salvare dal suo avversario sconfiggendolo personalmente e grazie alla sua capacità di riacquisire il controllo sull’irrazionalità, non per una fortunata piega del destino. Soltanto ponendo fine con le proprie forze a questa persecuzione potrà sentirsi davvero un uomo libero da paura e angoscia.

Féraud ormai “dichiarato morto” da D’Hubert, perso ogni potere su quest’ultimo diventa di fatto D’Hubert stesso: un uomo solo, per sempre prigioniero di un’ossessione, il suo stesso desiderio di violenza, sulla quale, rimasto senza un nemico, non avrà più nessun dominio e dalla quale non riceverà più alcuna soddisfazione.

Andrea Faraci

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