“In tua presenza impietro, mare”: Montale sgomento dinnanzi all’immensità

Fotografia di Filippo Ilderico

Il poeta ligure (Antico, sono ubriacato dalla voce, 1925) si arrende davanti al richiamo dell’infinito di cui il mare è figura.

La vertigine ferma il respiro davanti ad una distesa d’acqua che la mente non potrà mai sognare di comprendere tutta: non c’è mare che allo sguardo umano non sia oceano. Una vastità che illude l’uomo ingordo di potersene appropriare: questo vorrebbe allargarsi fino a farla sua, ma si squarcia assieme alle sue speranze, prostrato alla magnificenza.

«In tua presenza impietro, / mare, non più degno / mi credo del solenne ammonimento / del tuo respiro» [1]: tremano le parole di Eugenio Montale, raccolto come i suoi Ossi di seppia sulla riva di quello che può essere il mar Ligure come l’Oceano Pacifico – poco importa – perché il rapporto di grandezza dell’uomo al confronto sarà sempre ridicolmente minuscolo.

Il desiderio lo punge, però, e la vastità che si fa bellezza non può lasciarlo inerte, anche perché ciò che cerca di conquistare è in parte già dentro di sé, ha il sapore familiare della «casa delle mie estati lontane / […] là nel paese dove il sole cuoce e annuvolano l’aria le zanzare» [2]. È una voce che già da tempo risuona nelle orecchie, dentro già lo abita, ma scivola dalla mano quando la si vuole definire. «Tu m’hai detto primo / che il piccino fermento / del mio cuore non era che un momento / del tuo» [3]: l’immensità di cui il mare è figura chiama il poeta, come interpella ogni uomo, perché a lui è rivolto l’invito ad infinitarsi, a tendere alla grandiosità, non perché sia capace di comprenderla. Il ritmo dell’animo umano è, infatti, seppur in piccola parte, porzione della sinfonia dell’infinito e ad essa è chiamato a ricongiungersi, non come possessore, ma come partecipe.

Il mondo finito non è sufficiente per un essere che ha la facoltà di percepire che c’è qualcos’altro al di là delle capacità della ragione, qualcosa di una bellezza che richiede radicalità nell’approcciarvisi. «Legge rischiosa» [4], infatti, quella del mare, perché impone all’astante che la sua natura muti, che si faccia argilla quando è sempre stato abituato ad essere lui artigiano del proprio destino. Le acque lo esortano a diventare «vasto e diverso / e insieme fisso» [5], a lasciarsi levigare da una corrente di cui non può concepire origine né fini, ma della quale può solo fidarsi. Tutto ciò perché sedotto da un sublime che l’essere può percepire appena.

Perché questa forza agisca, è necessario però «svuotarmi […] d’ogni lordura, / come tu fai che sbatti sulle sponde / tra sugheri alghe asterie / le inutile macerie del tuo abisso» [6]. La corrente opera dove trova, oltre che fiducia, spazio dove lavorare. Il monito all’animo che vuole elevarsi è chiaro: abbandonare a terra tutto ciò che lo tiene legato a questa, liberarsi dal sudiciume che si porta dentro e che gli impedisce di congiungersi all’infinito. Zavorre che l’animo si tiene ben strette a sé, i suoi parametri sicuri con cui valutare il mondo e ordinare le gerarchie di priorità: nient’altro però che castelli di carta sulle sponde di un mare in tempesta.

L’immensità sgomenta e sembra quasi aprire un varco all’uomo che si fa suo ascoltatore attento, non poi così diverso forse da quello che i limoni dell’omonima lirica dell’autore schiudono con i loro profumo intenso e colore luminoso. Dunque anche la visione di questo mare è ipotesi di riscatto dalla condizione umana di finitezza deterministica, possibilità di rompere la catena della prigionia terrena; o, sempre al pari dei limoni, è mera illusione che svanisce nelle «città rumorose» [7] dove «la luce si fa avara – amara l’anima» [8].

Fulmini nel buio dell’esistenza, le figure di quest’immensità illuminano per un attimo una via mai ancora tentata, che subito si spegne e sfugge dalla comprensione: chi se non l’astante può cogliere la loro natura e decidere se farsi brace per queste faville o lasciare che, bollate come illusioni, soffochino al contatto con la terra?

Alice Dusso


[1] E. Montale, Antico, sono ubriacato dalla voce, in Ossi di seppia, 1925
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] E. Montale, I limoni, Ossi di seppia, 1921
[8] Ibidem

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