Una pillola rosa contro i ragazzi della periferia

Disegno di Giulia Pedone

Jonathan Bazzi in Febbre (Fandango, 2019) si racconta e racconta la sua città, Rozzano, il suo sentirsi diverso in una realtà periferica, i suoi abitanti dai quali si sente distante, alieno, migliore. Racconta anche la sua scoperta: l’essere sieropositivo, e decide di parlarne liberamente a tutti: «Meglio tacere? Lo sapranno anche i muri».

In occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS alla fine del 2016 Jonathan Bazzi, nato a Milano nel 1985, decide di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo dal titolo Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto [1].

L’urgenza alla base della scrittura dell’articolo – “credo nell’esposizione, non nei segreti”, “detesto sentirmi obbligato a tacere” – è la stessa, in fondo, che alimenta le intenzioni progettuali dell’autore nella scrittura del suo primo romanzo, Febbre, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima e candidato, ora, alla settantaquattresima edizione del Premio Strega.

Il romanzo è stato ed è tuttora un successo di vendita, come confermano anche le numerose ristampe. Un ruolo fondamentale, inutile negarlo, è stato dato ai social. Il romanzo è proprio figlio dei suoi tempi, si potrebbe dire. Ne hanno parlato in molti, primi fra tutto coloro che hanno pagine su Instagram (ma il discorso vale anche per i blog letterari e i canali su Youtube) dedicate ai libri, quelli che oggi si fanno chiamare «bookstagrammer». Ma la domanda, anche un po’ polemica, sorge spontanea. Quanto hanno influito al successo dell’opera tutte le foto, le recensioni, i commenti entusiasti dei social? Ma soprattutto, alla base di questo entusiasmo, c’è veramente un buon romanzo, un libro di cui vale davvero la pena parlare con così tanta attenzione?

L’impressione è che la maggior parte delle presenze del romanzo di Bazzi sulle pagine social siano accompagnate da commenti sempre positivi: alcuni addirittura arrivano ad utilizzare paroloni come «capolavoro» o frasi come «uno dei libri più belli nel panorama contemporaneo». Il tutto, però, si limita ad un’impressione di valore: il libro mi piace, è scritto bene, una storia bellissima, una tematica importante, e altre frasi simili degne di una scheda-libro delle scuole medie. Pochi, per non dire pochissimi, si sono concentrati veramente sul libro, sulla sua struttura, sullo stile, sulla morfologia di genere e su tanti altri elementi che non vanno mai trascurati quando ci si propone di parlare seriamente di libri. Tutti gli altri hanno portato ai propri follower qualche impressione, certo, ma nulla di così fecondamente critico da poter in qualche modo giustificare, avvalorare e corroborare i loro entusiasmi accompagnati da foto che, complice la bellissima copertina di Elisa Seitzinger, hanno riempito le pagine dei social.

Il titolo, Febbre, accampa sulla copertina e colpisce subito. Un titolo semplice, costituito solamente da un nome. Un nome forse scontato, un qualcosa che, in un mondo o nell’altro, sentiamo tutti i giorni, ma che nel romanzo acquista una forza paradigmatica. Elemento paratestuale di fondamentale importanza, il titolo istituisce subito un «patto» con il lettore di grande efficacia. La febbre di Bazzi non è una semplice temperatura un po’ più alta del solito, ma è una sensazione sospetta «che lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue», come si legge dall’aletta del romanzo. È la febbre che precede la sua scoperta: la sieropositività.

A suggellare un patto con il lettore cadenzato su questa percezione, su questa febbre, è il primo capitolo, con un incipit folgorante: «Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via» [2]. Al lettore, fin dalle prime pagine, è messa di fronte la realtà di Jonathan, quello che gli sta accadendo, quello di cui inizia ad avere paura.

La struttura del romanzo, va detto, non spicca per originalità: numerosi capitoli molto brevi che si alternano tra passato e presente, tra ieri e oggi, fino poi ad unirsi. La forza di tale scelta, tuttavia, sembra essere il fatto che, nonostante facciano tutti riferimento alla stessa persona, allo stesso io narrante che racconta, l’io narrato è il protagonista di due storie diverse che poi, unite, costituiscono un romanzo di formazione, un Bildungsroman contemporaneo.

Il passato è quello dell’infanzia e dell’adolescenza di Jonathan in un paese della periferia sud-ovest di Milano, Rozzano: «la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese di tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali […]». Ancora, l’aletta editoriale orienta il lettore in una periferia ben connotata dalla delinquenza e dallo squallore. 

Bazzi riesce sicuramente a delineare un cronotopo periferico di grande immediatezza. La sua realtà è quella di ragazzi che ti urlano frocio quando ti vedono passare, di uomini e donne che, vittime di povertà, cercano di farcela in un modo o nell’altro, spesso illegalmente: spaccio, prostituzione, ricatto, rapine. Un paese in cui Jonathan si sente diverso e sbagliato: colto, sensibile, omosessuale. Ed è difficile essere sé stessi, esprimere la propria sessualità in un posto in cui le cose sono chiare: «i maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa -, le femmine in un altro. Si sta da una parte oppure dall’altra» [3]: o bianco o nero, le sfumature non sono ammesse in un paese che ostenta solo arroganti certezze.

Bazzi racconta un clima che solo chi lo conosce, solo chi l’ha vissuto può comprendere: l’esclusione, la paura di sentirsi diverso, insultato, picchiato, anche. La sua fuga, la sua resistenza, sono costituite dalle sue passioni, spesso giudicate come particolari da ragazzi che oltre al pallone e all’esibire una virilità spesso tossica non vanno: i programmi televisivi, le canzoni di Non è la Rai, i poster, le conversazioni con le maestre e le amiche della nonna. E poi lo studio, i libri e la cultura.

In questa fauna periferica spiccano sicuramente i membri della sua famiglia, una madre molto giovane e un padre che, come in molti romanzi di formazione, è una figura emblematica per il protagonista. Un padre che promette sempre ma non mantiene mai nulla. La figura paterna, elemento fondativo della bildung del protagonista, è delineata con i tratti dell’incostanza: presente per un po’, poi si allontana, è distante, lontano dal proprio figlio. Poi, ad un certo punto, il rapporto prova a risanarsi ma è, di fatto, impossibile una riappacificazione. Due uomini, lo stesso sangue, ma comunque diversi, forse troppo: il piccolo Jonathan cresce senza una figura paterna come riferimento.

Nel romanzo assistiamo quindi alla formazione del protagonista, fatta di ostacoli da superare, di paure da vincere. Se da un lato si sente sicuro nella sua camera, alcuni luoghi diventano un incubo: prima fra tutti la scuola, con cui Jonathan ha un rapporto conflittuale e contraddittorio. Dal rifiuto iniziale, dovuto alle sue timidezze e al suo difficile rapporto con gli altri, fino al sentirsi poi migliore di tutti, il primo della classe: e sì, agli occhi degli altri, lettori compresi, e forse anche ai suoi, questo secchione che vuole sentirsi il più bravo risulta di un’antipatia unica, salvo poi, come chiarisce proprio Bazzi in una domanda a sé stesso: «Perché nessuno mi dice che, se mi impongo questo regime – mai una caduta, una scivolata –, forse è perché in realtà io sento di non valere niente?» [4]. Ancora la sua insicurezza, quindi, «l’urgenza di non essere mai messo in discussione» [5] lo porta a voler primeggiare su tutti.

Le insicurezze, quindi, fondative del suo carattere, e poi le paranoie e la balbuzie che si rifrangeranno in quella timidezza che ha costantemente paura di mostrare: l’incubo, ad esempio, di leggere ad alta voce.

Si diceva, da un lato il racconto di ieri – arrivando negli immediati dintorni del presente – che, dall’altro, si rifrange però nell’oggi, nella contemporaneità, il 2016, l’inizio di quella febbre che il lettore inizia a conoscere fin da subito.

E se il passato viene raccontato con un punto di vista abbassato, che si avvale di un lessico, di scelte stilistiche che mimano la giovane età di Jonathan, il presente viene raccontato con quella consapevolezza del sé caratteristica della maturità adulta.

Quella consapevolezza che, però, cede nello scontro con la sieropositività: subentrano paure più grandi, le ansie, le paranoie, le manie di persecuzione e tante altre insicurezze: alcune nuove e altre, invece, le stesse di sempre. Perché vi siete fermati all’HIV? Io magari sto morendo per un altro male, per un tumore, o per la SLA. Dubbi di Jonathan che iniziano a farlo preoccupare veramente, accompagnati da ricerche online. 

L’ultimo capitolo ha un titolo significativo: Oltre. Se a primo impatto sta a significare il punto di vista del protagonista seduto sul tram che, dall’ospedale, lo riporta a casa, il titolo ha una valenza anche simbolica, che sottolinea il superamento di Jonhatan del suo periodo più difficile:

“2016-2019
Ormai sono tre anni che sono in terapia.
Prendo tutti i giorni una pastiglia.
Una sola.
È rosa pallido, grossa come un confetto, una caramella che si manda giù intera” [6]

In un arco cronologico di tre anni si racchiude gran parte della sofferenza, della paura, dei timori di Jonathan. Ora la situazione è tranquilla, il protagonista si sente fortunato rispetto a tante altre persone, assumere la pastiglia è diventato un gesto automatico e, anche prenderla al ristorante in mezzo a tante persone, non fa paura. È normalità.

Concludendo, il romanzo di Bazzi è un capolavoro? No di certo, ma di questo importa poco. Si è di fronte ad una scrittura molto semplice, a tratti banale. Ci sono delle carenze dal punto di vista stilistico, inutile negarlo, ma si sa, una lettura critica eminentemente stilistica ha i suoi vantaggi, certo, ma anche i suoi grandi limiti. 

Lasciamo perdere anche i tanti entusiasmi dei social, spesso troppo impegnati a dire cose belle a priori, il tutto accompagnato da una bella foto: questa voglia di letteraturizzare ogni cosa, dichiarare ogni romanzo un simbolo della letteratura dei nostri tempi si rifrange poi in una serie di equivoci e, spesso, di errori grossolani.

Tuttavia, la vera forza del libro è una: l’essere un romanzo necessario. Un romanzo con una morfologia di genere ambigua (romanzo di formazione? autobiografia? romanzo realista o sociologico?) ma che con grande efficacia riesce a raccontare due realtà: la periferia e i rapporti interpersonali che si vengono a creare in una Rozzangeles violenta e soffocante ma (anche), soprattutto, l’accettazione della sieropositività, l’urgenza di voler raccontare la propria storia liberamente, senza paure del giudizio, dello stigma sociale che per anni – e, in alcuni casi, ancora oggi – ha accompagnato l’HIV e tutte le persone sieropositive.

Ecco che allora il linguaggio di Bazzi e quella scrittura che può benissimo non convincere, altro non è che il modo più efficace per raggiungere quell’orizzonte d’attesa che ha spesso bisogno di messaggi chiari, concisi, necessari. 

Il romanzo acquista la sua grande forza e, forse, il proprio valore, anche e soprattutto alla luce della dedica iniziale: «A tutti i bambini invisibili». Perché gli invisibili, sì, sono tanti e alcuni, anche grazie a Bazzi, hanno avuto il coraggio di uscire dalle loro gabbie di insicurezze e di paure. 

È questo che deve rendere davvero orgoglioso Bazzi; ed è una vittoria che nessun premio può comparare. 

Alessandro Crea


[1] È possibile leggere l’articolo al link: https://www.gay.it/gay-life/news/jonathan-bazzi-hiv
[2] J. Bazzi, Febbre, Fandango Libri, 2019, p. 9
[3] Ivi, p. 27
[4] Ivi, p. 277
[5] Ivi, p. 278
[6] Ivi, p. 322

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