Parole mute, corpi vivi: l’amore in Bryan Washington

Promesse, il primo romanzo di Bryan Washington uscito in Italia quest’anno, riflette su un linguaggio dalle forti connotazioni fisiche che intercetta i temi cardine della sua scrittura: l’anima queer, la componente multietnica e la voracità dei processi di gentrificazione.

Fotografia di Carter Baran

Promesse, il primo romanzo di Bryan Washington uscito negli States nel 2020 e in Italia quest’anno per i tipi NN, esplora e amplia l’universo sociale e semantico introdotto in Lot, la raccolta di racconti con cui ha esordito nel panorama letterario contemporaneo.

Tutti i racconti di Lot sono ambientati a Houston, città vitalissima e strabordante, focalizzata da Washington lungo tre linee in perenne intersezione: l’anima queer, la componente multietnica, la voracità dei processi di gentrificazione. In Promesse, situato per gran parte a Houston ma anche ad Osaka nel presente prossimo della ipercontemporaneità, quanto detto persiste e si complica perché diventa intimo.

Il romanzo è diviso in tre parti: la prima e l’ultima affidate alla voce di Benson, la seconda a quella di Mike. Benson è un ragazzo afroamericano che insegna in un doposcuola, mentre Mike è un ragazzo Asian American di origini giapponesi. Giunto negli USA da piccolo, è rimasto a Houston nonostante i suoi (prima il padre e poi la madre, separati) siano tornati in Giappone e lavora come cuoco in uno dei numerosi ristoranti latini che affollano la metropoli texana. I due stanno insieme da quattro anni e l’incipit in medias res, avvvolto in un microclima passivo aggressivo in cui Mike annuncia con indifferenza a Ben che il giorno dopo partirà alla volta di Osaka, restituisce immediatamente l’atmosfera di una coppia routinaria che fatica a rimanere a galla fra i non detti e i silenzi.

Il giorno in cui Mike ha il volo per Osaka è lo stesso in cui arriva a Houston sua madre Mitsuko, che abiterà con Benson in una strana e all’inizio disagiante convivenza lungo tutti i mesi in cui Mike sarà in Giappone. Lì, lavorando nel locale del padre Eiju, avrà modo di approcciarsi nuovamente alla figura paterna e ricostruire così una parte importante della sua identità. La famiglia di Benson è altrettanto problematica, ma è evidente che tanto nella sua quanto in quella di Mike ci siano legami profondi. L’ostacolo principale è quello della comunicazione.

La tangibilità di questo affetto, infatti, non è reso da Washington tramite il linguaggio verbale bensì per mezzo di quello corporeo. «Il lettore di questo libro si sarà già accorto […] di quanto il mondo di Bryan Washington prenda vita […] esattamente attraverso i movimenti del corpo […]. Il silenzio delle parole che pesano, si intrecciano, si annullano prima di poter essere espresse, delle parole di cui non si è ben sicuri, che vengono strozzate sul nascere» [1].

Spesso, a sostituire la parola ricorre l’immagine. Così su Grindr o nelle conversazioni tra Mike e Ben, dove è più probabile che a un: «Come stai?» si replichi con una foto (graficamente presenti nelle pagine), evitando di formulare verbalmente una risposta. Tramite pacche sulle spalle, sbattimenti di palpebre e sesso – quello che Mike e Ben fanno puntualmente quando la conversazione diventa troppo impegnativa da sostenere – si esorcizza la paura del chiarimento, che implica anche la possibilità di porre fine a un rapporto sofferto.

Il corpo, dunque, assume una centralità esplosiva. Non solo dal punto di vista sessuale, ma anche come primo fattore di connotazione della propria identità. Mike e Ben sono costantemente circondati da bianchi che fanno cose “da bianchi” e il tema della gentrificazione è gestito anche al fine di mostrare come i corpi periferici, da sempre ostracizzati, siano ulteriormente marginalizzati dall’occupazione wasp di aree un tempo abitate prevalentemente dalle comunità latine e nere.

Washington palesa una maturità incredibile, capace di rivitalizzare un sentimento come l’amore canonicamente frequentato e abusato dalle narrazioni, a riprova del fatto che in letteratura non conti solo il cosa ma anche e soprattutto il come.

Giulia Annecca


[1] Emanuele Giammarco, Nota del traduttore, in Bryan Washington, Promesse, Milano, NN Editore, 2021, pp. 345-346

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