Plastic Hearts: rock liberatorio by Miley Cyrus

Fotografia di Filippo Candotti
Fotografia di Filippo Candotti

Nel novembre 2020 è uscito il nuovo album della pop-star, Plastic Hearts, che scardina un sound più rock dei precedenti.

Prisoner è il singolo estratto dal nuovo album Plastic Hearts di Miley Cyrus, prodotto da Mark Ronson, rilasciato a fine novembre del 2020. La featuring con Dua Lipa, che ricorda la memorabile Physical di Olivia Newton-John, non è però l’unica del progetto: hanno collaborato artisti del calibro di Billy Idol, Stevie Nicks e Joan Jett, oltre che ai batteristi Taylor Hawkins e Chad Smith. La cantante si è anche cimentata nelle cover di Heart of Glass (del gruppo Blondie) e Zombie (Cranberries). A questo punto, considerando le origini anni 80 di questi, si può notare come la somiglianza di Prisoner con la popolare hit della Newton-John non sia così casuale.

L’atmosfera del disco ricorda quella della musica anni 80 in molti suoi aspetti. Plastic Hearts infatti è molto diverso dai precedenti della cantante: questo succede spesso con artisti variegati come la Cyrus – la quale confessa di essere molto dinamica nei suoi stati d’animo, il che influenza inevitabilmente le sue decisioni e soprattutto la sua musica. I cambiamenti a cui è andata incontro sono serviti a delineare ogni giorno la sua forma artistica più autentica. Questo anche grazie alle critiche ricevute negli ultimi anni per la sua immagine anticonformista, che hanno sollevato anche più voglia di provocazione nella Cyrus. Ma è lei stessa, in un’intervista, a chiarire il pensiero che l’ha aiutata con il tempo a evolvere: «Don’t get furious, get curious. So don’t be mad at yourself, instead ask yourself “what happened?”» (Non essere furioso, sii curioso. Non essere arrabbiato con te stesso, ma chiediti “cos’è successo?”).

Profondamente appassionata di tutti gli artisti con cui ha collaborato direttamente per alcune tracce, l’obiettivo della Cyrus è stato creare qualcosa di più vicino alle sue influenze musicali più profonde, come spiega nell’intervista con Zane Lowe per Apple Music. Lo si può notare anche dal nuovo look della cantante, che spicca sulla copertina bicolore dell’album (ricorda molto le copertine di Joan Jett) opera dell’iconico fotografo Mick Rock, oltre che nelle poche occasioni in cui ha potuto esibirsi – ma anche e soprattutto, ovviamente, sui social.

Dopo gli esperimenti più pop e sperimentali di Bangerz (2013) e Miley Cyrus & Her Dead Petz (2015), le chitarre sono tornate protagoniste nell’album più country del 2017 intitolato Younger now e si riaccordano per un sound rock più solcato dal tempo, ma leggendario, con Plastic Hearts. Tutto perfettamente in linea con la voce sempre più roca e matura della Cyrus.
Ecco cosa dichiara a Rolling Stones: «Mi piace il fatto che per una volta mi sembra di essere concentrata sulla musica e quasi mi sento in colpa per essermi distratta ogni tanto in passato». È una sorta di un ritorno a quello che è sempre stato radicato in lei, nella musica rock che ha sempre amato (basti nominare il suo altare a Elvis Presley, purtroppo andato perduto in un incendio), pur essendo riconosciuta come stella del pop.

Il brano che ha più fatto discutere è stato Prisoner, non solo per la somiglianza troppo calcata e criticata con la vecchia Physical, ma anche per il video musicale in cui, come al solito, la Cyrus ha dato mostra di saper far parlare di sé.
Non che ci sia qualcosa di sbagliato. C’è solo qualcosa di “troppo” per chi non apprezza il suo stile, il lato più ribelle della sua natura.
In queste critiche è stata coinvolta anche la popstar Dua Lipa, con cui la Cyrus dichiara (sempre in quell’intervista) di essersi confrontata in maniera efficace e diretta, sostenendo di aver trovato una valida collega in cui specchiarsi. È principalmente un brano destinato a essere un singolo, ma non diverso da tutti gli altri nell’album nello scopo per cui è stato scritto.

Prisoner è una canzone che ha dimostrato di poter essere una hit adatta alle orecchie di tutti in periodo di quarantena per il Covid-19. In realtà alla Cyrus l’intero album è servito a per rigenerarsi da quello che ha affrontato negli ultimi due anni – l’incendio della casa di Malibu nel 2018 in cui ha perso tutto ciò che le apparteneva, il matrimonio con Liam Hemsworth seguito presto dal divorzio (Hate Me e WTF Do I Know derivano da questo), la perdita di persone care (Angels Like You). Tutto questo poco prima dell’esplosione del Covid-19, che ha influenzato la vita della cantante così come quella di tutti. «I went like three days without sleeping at one point because the energy of everything happening was just too stimulating», dice nell’intervista.

A Zane Lowe la Cyrus rivela il processo attraverso cui nascono le sue canzoni, attraverso cui la cantante riesce a sfogarsi (raccontando in particolare il modo in cui è nata WTF Do I Know, specificamente rivolta al suo ex-marito): «È come catturare le lucciole in un vaso», dice. Le emozioni di un momento, di una situazione, vengono catturate dagli accordi di una canzone o dalle parole di un testo, rappresentano un determinato momento della sua vita che vanno a costruire la sua identità, ma proprio perché sono ormai prese e salvate al sicuro al di fuori di noi, la Cyrus dichiara di sentirsi libera di quella emozione. Una volta espressa in una canzone, non per forza quell’emozione rimane eterna: è solo sospesa, intrappolata fra le note di una canzone, che ha il potere di espandersi ovunque con la forza unica della musica.

Teresa David

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