Oblomov e la sua prigione: l’«oblomovismo»

Foto di Luca Torriani

Nel 1859 Ivan Gončarov pubblica il romanzo Oblomov, nel quale racconta le vicende del protagonista omonimo. Un ambiente sociale ristretto, pochi istinti e ancor meno vita e vitalità sono le caratteristiche fondamentali del suo stile di vita e della sua peggior malattia: l’oblomovismo.

Sin dalle primissime pagine del romanzo si trova Oblomov in quella che, fra tutte, è la sua posizione preferita: sdraiato sul suo letto, avvolto da una veste da camera consunta e circondato da mobili polverosi e avanzi della sera prima. L’unico suo compagno di vita è il servitore Zachar, tutt’altro che solerte. Oblomov è un proprietario terriero, e con la rendita delle sue terre vive in un agiato quartiere di San Pietroburgo: dei suoi terreni e dei suoi contadini, però, non sa assolutamente nulla.

Oblomov non ha la passione per la lettura, non sa suonare, non gli piace andare in società e se fosse un vizio capitale sarebbe l’accidia. La vita gli scorre accanto mentre lui rimugina sul suo letto e si affatica anche solo al pensiero di dover fare le cose più semplici. Nei suoi pensieri c’è un progetto per una vita serena e placida in campagna, un progetto che però non trova mai compimento definitivo, e questa manchevolezza induce Oblomov a rimandare tutto, dimenticandosi di vivere davvero.

Nemmeno la minaccia dello sfratto da parte del padrone di casa lo spinge ad alzarsi dal letto, a scrivergli una lettera o a fare qualunque altra cosa: sono i suoi pochi avventori e amici a trovare una soluzione a questo suo problema insolubile, offrendogli una piccola casa in uno dei sobborghi di San Pietroburgo.

La solerzia e la vitalità con cui Oblomov non affronta la vita hanno un nome preciso, che ritorna come fosse una grande teoria della vita nel corso di tutto il romanzo: l’oblomovismo. Uno stile di vita che si rivelerà però nient’altro che una condanna per il protagonista e che è diametralmente opposto allo slogan e al modo di vivere del suo caro amico Stolz: ora o mai.

Ed è proprio Stolz che più di tutti cerca di scuotere Oblomov dalla sua inerzia e dalla sua passività portandolo di peso dove egli non andrebbe da solo, invitandolo ad andare con lui all’estero e facendo leva sul suo amor proprio. Sempre tramite l’amico tedesco, Oblomov conosce la giovane Olga, di cui attira l’attenzione.

Anche la ragazza, a suo modo, si impegna perché il protagonista non rimanga l’ombra sciatta che è e si dia da fare per iniziare a vivere, progettare il futuro e portare finalmente a termine il suo progetto di vita ideale. Tra i due si intreccia un amore adolescenziale e adulante, che però alla fine scontenta entrambi. Olga, che si credeva perdutamente innamorata, capisce di essere innamorata del suo ruolo di crocerossina, e non certo dell’uomo insignificante che ha davanti.

Nel romanzo di Gončarov si trovano due idee di vita agli antipodi, esagerate nei loro tratti più scabrosi e forse proprio per questo esemplari e prototipiche. Da una parte Slotz e Olga, che vivono la loro vita a pieno, realizzano tutto quello che desiderano e non riescono a concepire la vita di Oblomov, che a loro sembra solamente asfittica, e dall’altra parte proprio il protagonista, che nella sua pigrizia eccessiva e nella sua placidità istintiva lancia un monito anche al lettore moderno. Nell’idea dell’autore, infatti, il protagonista sarebbe il ritratto della nobiltà russa prima dell’abolizione della servitù della gleba, ma certo non guasta riattualizzare il messaggio.

Infine Oblomov si sposerà con la sua nuova padrona di casa: una vita immobile, strettamente domestica, senza impegni o interessi per riempire le giornate, solo brevi passaggi tra la tavola e il divano, tra la poltrona e il letto. Intorno al protagonista si costruisce ogni giorno di più una prigione, una cella claustrofobica che Oblomov stesso rinforza e rinserra con le sue mani. La massima espressione della sua filosofia di vita: l’oblomovismo.

Giordano Coccia

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