La casa al mare: il boom economico di Italo Calvino

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

La speculazione edilizia è un breve romanzo di Italo Calvino uscito a puntate nel 1957 e riproposto come unicum già nel 1958.

Il libro si apre con l’immagine di Quinto, il protagonista, che dalle grandi città del nord Italia dove vive e lavora, è di ritorno verso ***, la sua città natale sulla Riviera ligure.

Guardando fuori dal finestrino, però, Quinto non vede il posto dove è cresciuto, non vede le calli e i giardini dove sono depositati e custoditi i suoi ricordi, ma solamente grigio cemento, casamenti e appartamentini soleggiati-tre locali-vista mare.

La Liguria dove è nato e cresciuto non esiste più, e Quinto lo accetta, come sua madre, con vuota rassegnazione. I nuovi edifici, che sua madre gli elenca e gli mostra ogni volta che lui le reca visita, sono i trofei borghesi, la prima rivendicazione di un benessere etichettato sotto il nome di “casa al mare”.

Le tasse e le spese di mantenimento costringono Quinto, assieme alla madre e al fratello, a dover vendere un pezzo del loro terreno. Il compratore che si fa avanti è il Caisotti, che, quasi analfabeta, si rivela essere uno dei più grandi costruttori della zona.

Durante le trattative per il prezzo del terreno edificabile Quinto si accorge che un montanaro sgrammaticato come il Caisotti gli piace. La sua praticità, la sua borghesia e la sua approssimazione morale vanno contro tutta l’educazione elevata e umanistica che ha avuto Quinto, ma proprio per questo colpiscono nel segno.

Dopo aver conosciuto il costruttore il protagonista sarà allora in preda ad un limbo, nel quale si imporrà un comportamento per lui nuovo e inusitato, un comportamento che il narratore definisce “economico”.

Quinto è a cavallo fra due mondi: il primo è il suo, quello della madre e della sua educazione, quello degli amici che ha lasciato a *** e quello della militanza comunista; il secondo è quello del Caisotti, della cementificazione della Riviera e della borghesia della nuova Italia democristiana.

Nella sua posizione liminare Quinto si mostra al lettore come uno degli inetti della letteratura italiana: non è capace di provare interesse vero o passione alcuna, la carica politica che lo aveva accompagnato in gioventù è ormai sfiorita e lo lascia in un’Italia che non è più quella del primo dopoguerra, e si è ormai diretta verso il benessere degli anni Sessanta.

Il breve romanzo di Calvino, fortemente autobiografico, lascia l’immagine ancora molto contemporanea di un personaggio che non sa cosa farsene della sua educazione e della sua ideologia in un mondo in cui bisogna scendere a trattare con speculatori come il Caisotti.

Sballottato in questa nuova Italia della Lambretta e degli elettrodomestici, Quinto è troppo poco intellettuale e troppo poco “economico”: una via di mezzo che non può che perdersi nella “folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati” [1]. La sua inettitudine è tale che non prova nessuna emozione per il deturpamento del luogo dove è nato e cresciuto: la sua accidia lo rende anonimo nella società del primo dopoguerra.

Assieme alle colline della Riviera ligure, quindi, a rimanere schiacciati sono i valori di cui la Resistenza si era fatta portatrice: le prime sotto la cementificazione massiccia, i secondi sotto il democristiano benessere della nuova borghesia italica, portatrice di quel pensiero “economico” che Quinto non riuscirà mai a raggiungere.

Giordano Coccia


[1] I. Calvino, La speculazione edilizia, Torino, Einaudi, 1973, p. 87.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *