Mondrian: il soffio dell’eterno

Fotografia di Filippo Ilderico

Inizio ‘900. Piet Mondrian cerca di cogliere l’essenza della natura, svincolandosi dalle infinite apparenze mutevoli. In un percorso attraverso impressionismo, divisionismo e cubismo, l’artista li supera tutti per trovare il costante, l’assoluto.

Alla ricerca di un nuovo concetto di bellezza, Mondrian incontra prima le realtà parigine di impressionismo e fauvismo ma, consapevole di dover cercare la propria strada da solo, si svincola da essi. Il cubismo è per lui un metro di paragone, un sasso lanciato verso la giusta direzione, ma ancora troppo legato all’indicazione del volume.

Le prime opere, ancora naturalistiche, mostrano presto quell’importanza di orizzontalità e verticalità poi così significative nella sua arte. Sebbene in seguito il pittore rinnegherà queste prime rappresentazioni, esse mostrano già una visione della natura con occhi nuovi, visione che in Notte d’estate (1907) «diventa lavoro sulle masse scure del colore, in una continua specchiatura che fa il cielo simile all’acqua, che fa la luna l’abitante di un cielo misterioso e cinereo» [1]. Mondrian tuttavia non è soddisfatto: «Sentivo che stavo lavorando come un impressionista e che continuavo a esprimere sentimenti particolari, non la realtà pura. Sebbene fossi pienamente consapevole che non si riesce mai a essere assolutamente “oggettivi”, sentivo che è possibile diventare sempre meno soggettivi, finché il soggettivo non ha più il predominio dell’opera» [2].

È proprio questa considerazione a condurre l’artista verso uno stile più essenziale, che approda prima all’utilizzo fondante delle linee e poi anche all’eliminazione da queste della curva. A portarlo a questa scelta è la volontà di annullare la deformazione operata dalle emozioni umane sulla natura. Essa è infatti costante, sebbene la sua apparenza vari. Mondrian si propone in questo modo di rintracciare una misura invariabile, che invece di rendere la realtà rappresentata interpretabile, la faccia diventare simile a una formula matematica.

Un passo in questa direzione è visibile in Molo e oceano (1915). In un ovale linee orizzontali e verticali nere su sfondo bianco simboleggiano i riflessi della luce sull’acqua. Le linee, più rade in basso, si infittiscono man mano che si va verso l’alto. Al centro, inoltre, una prevalenza di tratti verticali dà l’idea del molo. L’arte di Mondrian ha qui già raggiunto l’astrazione totale, pur non essendo ancora approdata agli estremi di un percorso che porterà alla costruzione di tavole composte dall’intersezione di linee nere che formano quadrati e rettangoli bianchi o riempiti con i colori primari a tinta unita.

È proprio con l’astratto, infatti, con l’utilizzo degli elementi costanti della forma e dei soli colori primari, che Mondrian assolve alla missione di distruggere l’identità corporea, il volume delle cose. La perfezione può infatti essere raggiunta solo abbandonando l’imitazione della realtà. L’artista passa così dalla rappresentazione di un’acqua, o meglio di un’impressione di acqua, sia fiume o mare, particolare e derivante dall’emozione umana, a un’oceano astratto, di cui si cerca di rendere un’essenza universale. In seguito, rendendosi conto che è impossibile abbandonare i particolarismi mantenendo l’imitazione, raggiunge l’astrazione completa e senza connessioni con la natura così come la percepiamo sensorialmente.

Solo in questo modo si manifesta quel «soffio dell’eterno» [3] che è l’essenza della natura per Mondrian: «la misura di un tempo eterno, protratto, mai più modificabile» [4].

Elena Sofia Ricci


[1] Marco Goldin, Dell’imitazione o no della natura. Una nota in Mondrian, Treviso, Linea d’ombra Libri, 2006
[2] Piet Mondrian, Verso la visione vera della realtà in Mondrian, Treviso, Linea d’ombra Libri, 2006
[3] Marco Goldin, Dell’imitazione o no della natura. Una nota in Mondrian, Treviso, Linea d’ombra Libri, 2006
[4] Ibidem

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