TESTAMENTO

Oper di Silvia Farina.

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale.

Laura quando guarda il mare non piange.
Osserva lo sciabordio delle onde e il rifluire della schiuma mentre i piedi si coprono di sabbia grossa.
Non si sposta i capelli dagli occhi, ma aspetta che il vento cambi un poco tragitto, faccia una deviazione, si incastri in qualche roccia che lo obblighi a spostarsi più in là; i capelli sottili e dritti alla garçon sono eredità della madre, era lei, da giovane donna appena cresciuta, a tagliarglieli così.
A sua madre piaceva tanto il mare, o almeno così Laura si era convinta accumulando negli anni fotografie mai scattate, istantanee fatte di racconti e ricordi rubati dalle sue parole che, con quella patina sbiadita degli album mal conservati, la ritraevano con lunghi capelli rossi e ricci (erano ricci? Laura non poteva saperlo, quelle foto non le aveva mai viste veramente, e sua madre la ricorda sempre con una dura spazzola color mogano in testa).
Sua madre che cucinava sul fornello acceso con la bombola a gas, sua madre che spuntava da una spessa tenda verde militare, sua madre sulla battigia, un vestito leggero arancione e bianco, le ciabatte di gomma ai piedi e la faccia accartocciata in una smorfia di fastidio, per il sole? No, per suo padre, il nonno di Laura, che a far foto non era bravo, e ritraeva le due figlie solo da lontano, quando si distaccavano dal campeggio per sognare le pensioni complete con piatti di pasta al pesce e i bagni con i lettini pieghevoli.
Il nonno Laura lo aveva conosciuto appena: quindici anni erano stati sufficienti a capire la rabbia verso quella primogenita, sua madre, destinata irrimediabilmente al secondo posto da un’eccezionale sorella minore. Quindici anni erano stati sufficienti per capire, ma non per perdonare, amare o arrabbiarsi a sua volta.
Così, mentre lui cercava nella mediana delle tre nipoti l’intelletto che mancava alla prima e l’indole volitiva che non si era manifestata nell’ultima, Laura lasciava seccare quell’innesto nell’albero genealogico. Quel ramo collaterale, già mezzo potato e arido di linfa, non aveva attecchito, sovrastato dalla vivacità delle fronde paterne e dall’indifferenza della madre, impegnata a fingere di essersi dimenticata il tronco da cui si era distaccata.
È in quel momento, quando la luce del giorno si lascia cadere sulle spalle di chi attende, che Laura ripensa a sua madre.
Alta quanto ci si aspetterebbe da una donna, dalle forme lunghe e smussate, una risata sardonica e leggera faceva da conca a occhi grandi come ciliegie mature, ciliegie salate, di lacrime, di sudore, di acqua di mare. La madre di Laura, Lidia, non era stata particolarmente premurosa, nemmeno severa, solo “sufficientemente buona”. Lo ripeteva spesso, di fronte alle rimostranze di una figlia che, come la più parte delle seienni, a dispetto dei gelati e delle pizzette delle compagne non sapeva individuare i vantaggi di gallette di amaranto, merendine macrobiotiche, succhi allo sciroppo d’agave.
A Lidia piacevano le cose belle, le imprese facili e il lusso innecessario: beveva solo acqua gasata in bottiglia di vetro e comprava biglietti di prima classe per andare a Milano. Era sempre in cerca di una signora con borse di cuoio martellato, di un cane dalla toeletta curata, di vetrine in cui sostituire alla testa bianca e liscia del manichino la propria spazzola rossa e irsuta.
Lidia non guardava il mondo ma una prima bozza, ancora aperta alle correzioni, del suo romanzo personale; e dava nomi alle cose, nomi in cui rintracciare quelli di altri oggetti, altre persone, altre stesure: persone che aveva amato, che l’amavano senza saperlo, persone che non c’erano più o che avrebbero dovuto esserci ma se n’erano andate, persone che erano rimaste ma solo per poco, persone che erano mondi interi e altre che facevano parte di mondi che aveva creato lei.
«È del nonno, questa pianta?», le aveva chiesto una volta Laura.
Lidia si era voltata piano, con l’innaffiatoio di plastica verde che gocciolava semivuoto sul vestito estivo. Lo sguardo avvilito e la voce scheggiata avevano sentenziato un «No» più deciso del necessario «è mia, si chiama Clizia, come la musa di Montale, come la ninfa che non riusciva a rinunciare al sole».
«E perché l’hai chiamata così?» aveva risposto Laura, accarezzando le grosse foglie scure di un photos.
«Perché guardiamo troppo quello che crediamo di voler amare e non vediamo chi ci ama. Restiamo abbagliate dai sogni e ci dimentichiamo che abbiamo gli occhi aperti».
Nemmeno i quarantatré anni di Lidia erano stati sufficienti ad amare o perdonare. Nemmeno un marito, una figlia e una casa tutta sua avevano colmato il vuoto di una madre sparita troppo presto e di un padre abituato a sparire, lasciando di sé solo bonsai eccessivamente delicati e cactus inavvicinabili.
I mondi di Lidia, Laura li aveva incrociati spesso anche tra le righe dei quadernetti dalla copertina nera dimenticati in bagno quando tornava da un viaggio, o nelle foto del cellulare che lasciava sempre acceso sul tavolo della cucina; riversava le emozioni in oggetti inusitati, quasi a sbarazzarsi di quelle fastidiose interferenze narrative, e edificava la costanza di cui era priva con rituali infantili, reiterazioni di gesti che si affannava a portare a termine, pena un’incontenibile esasperazione.
Poi Lidia aveva iniziato a sostenere che, a un certo punto della sua vita, il tempo corresse per lei più veloce: le stagioni accelerassero il passo, il latte scadesse prima, e i compleanni sembrassero più vicini. Così, anche tutti i suoi mondi si erano sempre più avvicinati, avevano cominciato a urtarsi i gomiti, poi le guance si erano flesse contro quelle di altre storie contenute in quelle bolle di vite, oggetti, case. La massa di pianeti si era fatta sempre più globosa e grigiastra, poltiglia di carta e parole sciolte dal temporale e dal tempo. La memoria di Lidia si era ammalata, e lei si era dimenticata del suo stesso romanzo, delle signore ben vestite e dei viaggi in prima classe, aveva cominciato a lasciar perdere le varie versioni della storia, si era proprio dimenticata di averne una, di storia.
Una delle poche cose di cui Lidia si ricordava spesso era un vestito macchiato di irregolari pallini bianchi, leggero, elegante, di un blu “marino” aveva detto. “Marino”. Del mare. Il mare, a mia madre deve piacere, allora, il mare.
Laura guarda la gobba slabbrata del sole indugiare sul filo aggrovigliato delle onde: disordinato, frettoloso e scortese, il sole non rispettava i dettami della stagione e il mare gli disturbava l’uscita, protestando.
Lidia, quando osservava il mare, non pensava più a quello che di lei se n’era andato. Si abbandonava al privilegio dell’incostanza, si riempiva gli occhi di quell’acqua salmastra e frizzante che ora entra negli angoli delle labbra di Laura.
Laura, quando guarda il mare, non piange. Si libera solo gli occhi di quello che non c’è più.

Racconto di Camilla Sguazzotti
Editing di Martina Costanzo


L’autrice

Camilla Adelaide Sguazzotti nasce nella provincia di Pavia, ma ha Torino nel cuore. Comincia a leggere in tarda adolescenza, si laurea in Lettere Moderne, frequenta la scuola Holden e poi capisce che i libri preferisce farli. In futuro farà l’editor, ma nell’attesa corregge le virgole, scrive racconti di frasi brevi e impagina testi troppo lunghi.
Parla con le piante e accarezza gli alberi da frutto, ma le piacciono anche le persone.

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