LA MODA DEI MANICHINI

Opera di Silvia Farina

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni.

15 luglio
Questa mattina mi ha svegliata quel caldo afoso che crea piccole goccioline di sudore che strisciano lungo il viso, le gambe e la pancia. È una giornata anonima come al solito e immagino starò a casa tutto il giorno, girovagando per le stanze, oziando sul divano. Non c’è nessuna fretta di alzarsi.
Mi alzo dopo un’oretta, preparo un caffè, ne bevo un goccio e lo risputo nella tazzina: ho dimenticato lo zucchero. Pazienza, era comunque troppo caldo per questa giornata. Mi affaccio fuori dal balcone e guardo giù. C’è il terrazzo della signora che abita sotto di me, un’insopportabile vecchietta che non smette di origliare per poi spettegolare con i passanti sventurati. È una di quegli anziani che, nonostante si sia avvizzita e nessuno dei suoi figli si preoccupi più per lei, continua ad amare la vita, sorridere e canticchiare. Davvero penosa.
Faccio una smorfia e rovescio il caffè sulle piantine a cui tiene tanto. Sorrido, ci penso su e butto anche la tazzina.
Il mio sguardo si sposta poi sulla vista che il balcone della mia casa offre sul vicinato, un panorama composto da edifici e vecchie case popolari dove l’intonaco cade a pezzi. Di parchi non ce ne sono, tranne una piccola macchia di verde davanti al supermercato che è stata inutilmente abbellita con due anonime panchine. La tristezza di quel minuscolo tappeto verde viene enfatizzata dal misero supermarket alle spalle. Non ci non metto piede da anni, la spesa me la faccio portare a casa da molto tempo ormai. Ricordo, però, che gli scaffali erano sempre disordinati e spesso ci si imbatteva in pozzanghere di Pepsi o resti di patatine ripetutamente calpestati. Il cortile comune a tutto il mio condominio, invece, è rigorosamente asfaltato e nelle giornate estive diventa rovente.
Le uniche due villette nel raggio di chilometri si trovano proprio ai due lati del mio edificio. A sinistra c’è la casa degli Stoner: ci vive una coppia intorno ai cinquant’anni, non si muovono di casa per tutto il giorno e posso vederli giocare a carte sul tavolino del giardino. A destra, invece, c’è la casa dei Bankley: una famiglia nata da poco, con due bambini e dei giovani genitori dal gusto orribile.
Il primo giorno in cui si sono trasferiti, i due bambini non la smettevano di piangere e i genitori hanno pensato di facilitare il difficile processo del trasloco mettendo loro a disposizione cinque secchi di vernice, tutti di colori diversi, e l’intera facciata bianca della casa. Il risultato è stato un insieme di macchie di colore scomposte e stampi di manine verdi, rosse e blu dappertutto. E proprio questa mattina hanno aggiunto dei particolari agghiaccianti all’arredamento del giardino.
Ci sono quattro manichini. Quattro manichini come quelli nei negozi di abbigliamento.
Sembrano essere stati scelti apposta per rappresentare i membri della famiglia: due più piccoli e bassi, i bambini, e due più alti, la mamma e il papà. Sono inclinati verso l’esterno della staccionata che delimita il loro prato e posizionati in modo che sembri che stiano salutando i passanti (lo si capisce perché hanno tutti le braccia protese verso l’esterno in modo innaturale, in particolare quello della madre). I loro occhi sono spalancati in un’espressione atterrita, in effetti sembra quasi che cerchino aiuto.
Il manichino che ritrae la madre è stato fatto a opera d’arte. Indossa una parrucca molto simile ai suoi capelli naturali ed è truccato per somigliarle il più possibile: ciglia lunghe attaccate alla plastica e un rossetto rosso, un po’ colato per il caldo.
Ce n’è di gente strana in giro, io non comprerei mai una cosa simile per il mio giardino. Ma d’altronde, sono i Bankley.

16 luglio
Oggi il caldo è, se possibile, ancora più asfissiante.
La signora del piano di sotto è venuta a lamentarsi per la tazzina che ha trovato sul terrazzo, io l’ho liquidata dicendole che non bevo caffè e che doveva essere stato quello del piano di sopra. “Sì, è stato sicuramente lui” ho concluso, con la tazza di caffè ancora in mano, e le ho sbattuto la porta in faccia. Sopra di me non ci vive proprio nessuno, il mio è l’ultimo piano dell’edificio.
Mi affaccio alla finestra e guardo fuori. Oggi non c’è molta gente, il caldo è davvero insopportabile, ci sono solo alcuni scemi che sono andati a correre sotto il sole. I manichini dei Bankley sono al loro posto e mi sembrano ancora più brutti di ieri.
Guardo l’orologio appeso in soggiorno, sono le quattro del pomeriggio. Se vivessi con mia madre non smetterebbe di dirmi che sono una nullafacente. Ho lavorato anch’io un tempo, ora non più. Sono troppo affaticata per fare qualsiasi lavoro, ma ho avuto l’astuzia che manca a molti di mettere da parte quei risparmi necessari per vivere senza far nulla dalla mattina alla sera. Certo, so che i risparmi prima o poi finiranno, ma non è il caso di darsene pena ora. Ingegnarsi per risolvere dei problemi che si devono ancora presentare è il miglior modo per vivere male.

17 luglio
Dopo tre giorni che non lo facevo, oggi mi sono lavata i denti e ho sciacquato la faccia (anch’io ho un po’ di orgoglio) anche se, non avendo impegni o persone da incontrare, nessuno se ne accorgerà mai. In effetti, ora che ci penso, è stato inutile. Però odio passare davanti allo specchio del bagno, non è che mi importi molto del mio aspetto, è che non mi riconosco più, ecco.
Ogni movimento richiede una fatica straordinaria per colpa di tutto il grasso che mi porto dietro. Se guardo il mio riflesso ho l’impressione che il mio intero corpo voglia sdraiarsi a terra, le gambe, le braccia, la pelle, tutto tende verso il basso, soprattutto la faccia.
Oggi, come al solito, mi affaccio dal balcone. La signora del piano di sotto mi vede, non mi saluta e continua ad annaffiare le sue stupide piantine. Il caldo è diventato ancora più insopportabile, così sono costretta a scappare dal terrazzo.
Intanto, nell’edificio di fronte, un ragazzo sembra avere avuto la stessa idea dei Bankley. Ha messo anche lui un agghiacciante manichino sul terrazzo. È seduto a gambe incrociate e sorride, ma i suoi occhi sono spalancati e ha la stessa espressione atterrita che avevo riconosciuto negli altri. A guardare bene è davvero insulso, indossa solo un paio di pantaloncini e non ha nemmeno un capello in testa. Poteva almeno abbellirlo un po’.
Di solito non mi interesso molto degli altri, ma questo nuovo pezzo di arredamento sembra andare forte perché non sono le uniche due case ad averlo sistemato fuori delle proprie abitazioni. Infatti, la casa a sinistra della mia propone una scena davvero macabra.
Un manichino sul tetto.
Sembra intento a buttarsi di sotto, si trova sul ciglio con il busto inclinato, come se si fosse pietrificato nel momento esatto in cui ha deciso di suicidarsi. Un brivido mi scuote la spina dorsale. Il manichino è identico al signor Stoner, i capelli brizzolati e la corporatura robusta. È meglio rientrare.
Accendo il condizionatore, lo imposto su 15 gradi ma nella stanza non sembrano essercene meno di 40, nonostante l’aggeggio funzioni perfettamente. È decisamente l’estate più calda che io abbia mai visto.
Intanto scaldo al microonde la pasta di ieri. Dopo aver sentito il familiare bing tolgo il piatto, lo guardo, ci penso su un attimo e, visto che così è troppo caldo, lo butto in frigorifero. Accendo la televisione su un canale dove stanno trasmettendo il telegiornale. Lo ammetto, di solito non lo guardo, ma questa volta un dettaglio attira la mia attenzione. Dietro al giornalista – che ho messo in muto – c’è un parco e sull’unica altalena c’è un bambino, un bambino immobile. La sua pelle luccica al sole e nei suoi occhi quell’espressione… è un manichino! E lo è anche la figura che, dietro di lui, sembra spingere l’altalena senza muoversi.
Guardare i loro occhi spalancati in quel modo mi inquieta, quindi spengo la televisione e torno in terrazzo. Ci sono già tre nuovi manichini. Uno è all’entrata del supermercato, un altro è seduto sulla panchina e l’ultimo è sul marciapiedi in una posizione di movimento, come se stesse camminando. Ma il dettaglio più atroce è che quel manichino sta tenendo al guinzaglio un cane. Un cane vivo che si dimena incontrollato e abbaia come un pazzo.
L’animale comincia a strattonare il manichino, l’uomo di plastica cade, il braccio che teneva il guinzaglio si stacca e il cane corre via spaventato.
Non sono mai stata una persona che prova pena per gli animali, insomma non sono delle persone, ma quella scena mi ha davvero colpita. Se si tratta di uno scherzo, è di pessimo gusto: qualcuno ha legato quel povero cane sotto il sole cocente, spaventandolo a morte. Rientro e chiudo la finestra, per oggi ne ho viste abbastanza.

18 luglio
Oggi un episodio anomalo mi ha lasciata perplessa.
La casa dei Bankley sembra essere stata saccheggiata, perché i vetri di almeno tre finestre sono in frantumi sul loro prato. Dal mio terrazzo, allungando il collo, riesco a scorgere leggermente l’interno dell’abitazione e sembra essere tutta sottosopra. Sono già le otto di sera, il sole è ancora caldissimo e dei Bankley non c’è traccia. Mi chiedo se non siano andati in vacanza. Sì, probabilmente è così, e troveranno una bella sorpresa quando torneranno a casa.
Anche la vecchietta al piano di sotto non si è ancora fatta vedere. Strano, questa volta le ho lasciato il terrazzo pieno di cartacce e non è venuta a lamentarsene. Un po’ mi dispiace, era l’unica voce umana che sentivo e l’unico volto che vedevo durante tutta la giornata. Probabilmente si è chiusa in casa a causa del caldo.
Ad ogni modo, anche lei ha ceduto all’acquisto di uno dei manichini. Non pensavo avesse dello spirito auto ironico, ma devo ricredermi. Il manichino che ha acquistato è una sua indiscutibile caricatura, un grinzoso e rinsecchito soggetto curvato sulle piantine con l’annaffiatoio in mano. È terrificante, ma anche divertente.

23 luglio
Oggi ho preso una decisione che avevo evitato di prendere da anni. Sono uscita di casa.
Sono sei giorni che non vedo più anima viva dalla mia finestra e questo mi sta facendo impazzire. La città, inoltre, si è riempita di manichini. Ce ne sono un’infinità, le strade ne sono ricoperte e ogni balcone ne ha almeno uno esposto. Potrebbero essere molto pericolosi per il traffico stradale, se non fosse che di macchine non ne passano più. Non so cosa stia succedendo là fuori, ma l’unico modo per vedere delle persone e mettermi l’anima in pace è uscire di casa.
Non lo facevo da anni semplicemente perché mi ero abituata a starmene chiusa nella mia rituale comodità. Uscire mi metteva a disagio, le persone non facevano altro che guardarmi, e anche solo fare una passeggiata era diventata per me un’impresa faticosissima. A ogni passo mi toccava trascinare chili di grasso e frustrazione, metro dopo metro.
In questi ultimi giorni, però, il peso di quei chili si è incredibilmente affievolito e stamattina, quando mi sono guardata con coraggio allo specchio, ero stupendamente magra. Fianchi sottili e gambe atletiche, il doppio mento si è completamente volatilizzato e ogni indumento mi sta largo. Per tutta la vita ho guardato il mondo con gli occhi della tristezza, della rabbia e della frustrazione, un passo dopo l’altro portava soltanto a un’inutile produzione di sudore e fatica. Oggi invece, nonostante l’inquietante silenzio del mondo là fuori, mi sento pervasa da un’euforia incontrollabile. L’idea di uscire mi fa ancora paura, ma non desidero altro che mostrare a tutti quanto sono bella.
Questa incontenibile euforia, però, non mi ha fatto rendere conto dell’insopportabile caldo all’esterno. Di mattina avevo impostato il condizionatore su cinque gradi, l’aria usciva ma si dissipava immediatamente. La casa ora è praticamente un forno. Nemmeno il frigorifero riesce più a trattenere il freddo, tutti i cibi al suo interno sono liquefatti e sgocciolano tristemente tra gli scomparti creando un’enorme poltiglia marrone. Prendo un sacchettino che dovrebbe contenere una mozzarella, lo apro, e ciò che è rimasto non è altro che un sasso duro e bianco. Devono essere evaporati tutti i liquidi.
Tremo al pensiero di uscire sotto il sole, quindi decido di aspettare fino a sera per aprire la porta di casa. Addosso ho una maglietta che ora mi fa da vestito. Inizio a scendere le scale del condominio immerse nel silenzio più assoluto. Arrivo al cancello e la porta è tenuta aperta da un manichino che rappresenta un ragazzo dalla pelle scura con una maglietta dei Lakers. Deve averlo messo il sedicenne che abita al piano terra, perché è identico a lui.
Esco in strada e vengo pervasa da una calura asciutta e arida che si insinua in ogni poro della mia pelle, un minuto dopo mi sento totalmente disidratata: le palpebre sfregano sugli occhi secchi quando le chiudo e in bocca non ho più un goccio di saliva. Decido comunque di fare velocemente un giro in strada. Il silenzio tombale del quartiere assorda le mie orecchie. Passo davanti al giardino dei Bankley, guardo i loro manichini da vicino e la somiglianza con i rispettivi proprietari è spaventosa. Mi dirigo verso il supermercato, entro e ciò che vedo mi paralizza. Solo manichini. Alle casse con in mano dei prodotti, fra i reparti a contemplare gli scaffali, solo manichini.
Vado incontro alla figura più vicina, ha le sembianze di una ragazza bionda e sembra intenta a uscire dal supermercato con il sacchetto della spesa in mano e una borsetta rossa sulla spalla. Ci frugo dentro. Ci sono telefono, portafoglio e chiavi di casa. Apro il portafoglio, contiene i documenti. Chi diavolo si darebbe tanta pena per aggiungere tutti questi dettagli a un manichino? Esco in preda al panico alla ricerca di una persona viva.
Mi fermo di fronte a un’auto parcheggiata e dal finestrino vedo il mio riflesso. Sono cambiata: non sono solo magra, sono addirittura pelle e ossa e non riesco più a sbattere gli occhi, ora spalancati a forza. Sul mio viso si fa largo un’espressione atterrita tanto familiare. Non riesco più a muovermi.

Racconto di Francesca Zerbetto
Editing di Martina Costanzo


L’autore

Nata nel 2002 a Verona, appassionata fin dalla tenera età alla narrativa, comincia a scrivere giovanissima. Attualmente studia all’Università di Lettere Moderne di Bologna e sta lavorando a un romanzo distopico.

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