MORTE DI UN SENTIMENTALE

Opera di Irene Puglisi
Opera di Irene Puglisi

Peppino Sparaccino seppe di dover morire in un caldo pomeriggio di luglio. Poche parole su un biglietto “Ti ucciderò stasera a mezzanotte”. Un tremito gli attraversò il corpo, ma l’uomo non si scompose più di tanto. Era sempre stato un fatalista che credeva nel destino e nella necessità di affrontarlo a testa alta, qualunque cosa fosse successa. Peppino si lasciò andare sulla vecchia poltrona verde. Solo una persona poteva volerlo morto. Si trattava di Tony Santoro, il padrone di tutto, lì a Marina Scalea. Peppino in fondo sapeva che Tony non avrebbe mai perdonato quello sgarbo, per quanto piccolo, che lui gli aveva fatto.   
Anche per un fatalista capire di non avere scampo e dover tirar le somme della propria esistenza è sempre un brutto affare. Peppino aveva condotto una vita tutto sommato tranquilla, lavorando diligentemente nella falegnameria che gli aveva lasciato il padre, e, fatta eccezione per quel piccolo sgarbo nei confronti di Tony, che da lì a poche ore gli sarebbe costato la pelle, non aveva mai fatto del male a nessuno.  La sua vita non era stata più piena di rimorsi e rimpiatti rispetto ad altre vite come la sua, solo una cosa lo divorava davvero dentro: in cinquantadue anni di tranquilla esistenza non aveva mai conosciuto né l’amore, né il contatto fisico con una donna, un po’ per la timidezza che lo inibiva, un po’ per il suo l’aspetto fisico. Per questo, le malelingue del paese lo chiamavano ironicamente “Giuseppe il falegname”. 
Preso atto del suo imminente destino, decise di spendere le poche ore che gli restavano con una prostituta. Non una qualsiasi però. Lui voleva Sole, era la più bella di Marina e una delle più giovani leve del mestiere. Non poteva avere più di venticinque anni, anche se l’espressione triste dei suoi occhi la faceva sembrare più vecchia. 
Il desiderio e la voglia di lei, l’avevano perseguitato per mesi come un’ossessione, come non gli era mai successo con nessun’altra, facendolo rigirare nel letto, e costringendolo agli atti più impuri. 
Peppino prese tutti i suoi risparmi e tutto il suo coraggio e si avviò verso la casa dove Sole lavorava davanti a cui si era a lungo soffermato senza mai entrare.
Attraversò il paese a passo svelto fino ad arrivare in quel quartiere che tutte le persone come si deve evitavano. 
“Vieni qui” gli disse la ragazza trovandoselo sulla porta, con un sorriso a cui Peppino, così abituato ad essere respinto e dileggiato, non era pronto. 
Fecero l’amore in fretta e senza fronzoli. Sole aveva capito presto che quell’uomo, dall’aspetto segnato dal tempo e dall’infelicità, non aveva mai toccato una donna prima e si era data da fare per metterlo a suo agio il più possibile.
Quando tutto fu finito Sole guardò Peppino, e si scoprì a guardarlo con un’infinita tenerezza che non aveva più nulla a che fare con la pena con cui lo aveva guardato all’inizio. Qualcosa di Peppino risuonava in Sole, come un eco lontano che la riportava a sé stessa. Entrambi erano i reietti di una società che li negava ma questo non li aveva incattiviti, pensò. 
“Dove devi andare?” aggiunse Sole “non puoi avere un appuntamento a mezzanotte”. 
“Una specie” rispose Peppino infilandosi serio i pantaloni, e gettando uno sguardo alla stanza completamente in disordine, con i vestiti sparsi in un angolo. 
Peppino, che non aveva nessuna voglia di parlare della sua fine imminente, e ostinato a concedersi ancora qualche minuto di felicità, cambiò argomento: “Sole è un nome strano per una prostituta” disse a mezza voce, girandosi verso di lei. 
“Lo so” rise la ragazza “Non so chi me l’abbia messo.” 
“Come è possibile?”  
Sole tacque un attimo, e sembrò indecisa tra il rispondere e il non proferire parola mai più finché avesse avuto vita, ma poi parlò: 
“Mia madre è morta partorendomi e mio padre non l’ho mai conosciuto”. Mentre lo diceva la sua voce si velò di malinconia.  
Peppino avrebbe voluto dirle che gli sarebbe mancata, nonostante si conoscessero appena da poche ore, avrebbe voluto chiederle del suo passato, di com’era finita a fare quella vita, ma non aveva più tempo. Le fece una carezza sul viso, si alzò dal letto, ma mentre andava via la voce di Sole lo raggiunse:
“Ma chi sei tu?”, domandò incuriosita da quel cliente così insolito.  
Peppino non rispose, non era più così sicuro di saperlo. 
La guardò con tenerezza e uscì. 
Fuori, lo accolse il profumo tiepido della notte e un vento leggero che lo sfiorava appena senza dargli fastidio. Non si sentiva stanco, anzi; un’energia insolita si era impadronita di lui, rasserenandolo. 
Dopo pochi passi, una voce familiare alle sue spalle lo inchiodò. 
“Ti stavo aspettando”. 
Peppino si voltò; il lampione acceso dietro di lui gli illuminava gli occhi scuri, la testa pelata, e la giacca che aveva messo apposta per l’incontro con Sole. 
Di fronte a lui, Tony Santoro, attorniato dai suoi scagnozzi, stringeva una pistola, la cui sagoma si poteva intravedere anche in quella penombra. Come l’altro, indossava la giacca delle grandi occasioni, fissandolo con i suoi occhi marroni, cangianti e pieni di odio nei suoi confronti. 
“Lo so” scandì lentamente Peppino, e per un attimo lui stesso si stupì di aver trovato il coraggio di dire quelle parole.
“C’è ancora una cosa che voglio chiederti prima di ammazzarti come un cane. Perché, sapendo che stai per morire, non sei scappato?”. 
“Perché mi avresti trovato lo stesso, ovunque fossi andato”. 
“Un atteggiamento da codardo” ghignò Tony. 
“Forse. Ma adesso sono io che voglio fare una domanda a te. È più codardo chi scappa, o chi uccide, approfittando del fatto di riuscire a fare paura al prossimo?”. 
“Come osi parlarmi in questo modo?”  
“Tanto sarò morto comunque” 
Tony strinse i pugni senza rispondere, ma dall’espressione del suo viso, Peppino capì di aver colpito nel segno. 
“Un’ultima curiosità prima di salutarci” disse in tono ironico e sprezzante “da dove arriva tutto questo tuo improvviso coraggio?”. 
Il mezzo sorriso che precedette la risposta fu assolutamente sincero. 
“Non lo so neanche io”.  
In realtà lo immaginava, nella sua mente presero forma due occhi azzurri e un deserto di pelle scura dell’unica persona che gli aveva mostrato, anche se per poche ore, cosa volesse dire amare qualcun altro; non importava che fosse l’amore di una prostituta. 
In quel momento, il campanile della chiesa batté la mezzanotte. 
Lo sparò rimbombò nel silenzio.  
Toni si avvicinò al corpo in fin di vita di Peppino e prima di allontanarsi lo guardò con disprezzo. 
Peppino capì che stava morendo, e mentre sentiva il calore abbandonare il suo corpo e il sonno riempigli l’anima, rivide i pochissimi momenti passati con lei, risentì l’odore selvatico e aspro della sua pelle olivastra. 
“So…sole” balbettò, e per lo sforzo dalla bocca gli uscì un rivolo di sangue. 
Stava inginocchiata accanto a lui, accarezzandogli dolcemente il viso e ripetendogli “Sono qui, non ti lascio”, ma forse non era realtà, ma solo il delirio che precedeva la morte. 
E mentre chiudeva gli occhi, fu l’ultima cosa che vide. 

Racconto di William Grifò
Editing Giorgia Vullo


L’autore
William Grifò

William Grifo, ha appena compiuto trent’anni e vive a Catania. Divoratore di libri da sempre, scrive da quando aveva nove anni. Ha collaborato con alcuni siti letterari. Si destreggia tra diversi lavoretti saltuari, ma sogna di poter vivere raccontando le sue storie.

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