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MOMENTI DI TRASCURABILE INSANITÀ (MENTALE)

Opera di Silvia Farina

Un brano per accompagnare la lettura:

Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale

Massimilià, curre ccà che mammà è ascì pazz!
Queste sono state le parole urlate al telefono da mio padre, il giorno in cui tutto è cambiato.
All’inizio ho pensato che fosse mio padre a essere impazzito, e per due ragioni: la prima era che aveva gridato, e per lui, un incrocio tra un panda glabro e un bradipo senza artigli, rappresentava un’anormalità; la seconda era che, essendo originario della Campania e immigrato a nord da ormai più di sessant’anni, non si era mai rivolto a me, o a chiunque altra persona, in dialetto. Non ne conoscevo il motivo, ma ci teneva alla neutralità della sua cadenza, lui, l’uomo Tillandsia, che non necessitava di radici terrestri, ma soltanto aeree.
Il giorno in questione non è molto lontano nel tempo ma, considerando i fatti salienti che lo hanno contraddistinto, appare distante quanto la scoperta della ruota. Non sto parlando di cinquemila anni fa, della florida Mesopotamia o di un affare tutto sumero, ma di un risicato anno e mezzo fa, quando mi trovavo insieme a Marta nella stanza di un trascurato ospedale di provincia dell’estremo nord-ovest, precisamente nel reparto di maternità; quando aspettavo che il nostro piccolo decidesse di uscire dal suo ventre per scoprire che sua nonna, nel medesimo giorno, aveva deciso di dedicarsi full-time alla pazzia.
Così, subito dopo la telefonata, ho lasciato Marta in preda alle prime dolorose contrazioni per raggiungere casa dei miei. Lì ho scorto mia madre che era appena tornata a casa, accompagnata da un paio di poliziotti. L’avevano avvistata per strada mentre camminava, spiritata, con una sola vestaglia bianca addosso che lasciava intravedere il suo fisico ossuto, gli occhi azzurrissimi, sgranati e assenti, due topazi incastonati su di un volto sconvolto e truccato al limite, coi suoi capelli lunghi, spettinati e tinti del solito rosso acceso e folle, in mezzo a una via abbastanza trafficata della nostra becera città varesina.
Dopo circa un’ora e un quarto dal mio arrivo, quando la situazione sembrava essere risolta, i poliziotti sono tornati alle consuete contravvenzioni. Anche papà aveva iniziato a comprendere l’entità della situazione, e mi ha chiamato Marta dicendomi che Francesco stava nascendo. Così ho lasciato i miei, con il cuore che batteva a centoquaranta all’ora, e sono tornato in ospedale sfrecciando oltre ogni autovelox, oltre ogni semaforo rosso, oltre ogni passante in attesa di transitare sulle strisce e le loro caricaturali maledizioni, e sono arrivato giusto in tempo in sala operatoria per vedere nascere il mio primogenito: Francesco Piccolo, proprio come lo scrittore e sceneggiatore, nato nel primo di quei momenti che sarebbero diventati di non trascurabile insanità (mentale) di mia madre.

A volte penso di aver aspettato troppo. Forse avremmo dovuto generare Francesco su questo ignobile pianeta qualche anno fa, quando i miei trent’anni combaciavano con la parziale e apparente sanità mentale di mia madre.
All’epoca mamma assumeva soltanto qualche mix di pastiglie e gocce di benzodiazepine e paroxetina. Ansia, insonnia e una piccola depressione che passerà con questo blando supporto medicinale, o perlomeno così diceva il suo medico di base mentre glieli prescriveva e ammiccava con l’occhiolino, atteggiandosi a luminare della psichiatria. Nel frattempo l’ansia era rimasta, l’insonnia quasi sparita e la lucidità ormai paragonabile a quelli di una testuggine gigante nel corpo di una donna gracile e nervosa.
Durante questi lunghi anni, nulla è cambiato. Tutto è rimasto così com’era e tutti quelli che ci giravano attorno, parenti, amici e conoscenti, hanno creduto che la situazione non sarebbe peggiorata. Forse lo sapevano, ma speravano che non sarebbe accaduto.

Invece è accaduto. Proprio nel giorno che sarebbe dovuto essere il più gioioso, cioè quando, ai miei ormai anziani genitori, è nato il primo e inaspettato nipotino. Dalla sua nascita, il medesimo giorno dell’inaugurazione della follia materna, Francesco è cresciuto e ha imparato a giocare, gattonare, stare in piedi, camminare, fare gesti, pronunciare sillabe e parole; di pari passo, la testa di mia madre appariva come un vaso scheggiato, colmo di Anthurium rossi recisi, e ha iniziato a perdere pezzi, a seminare cocci dappertutto. Ora lei indossa sempre la stessa vestaglia, cammina in mezzo alla solita strada non appena la si perde di vista, si trucca come un mimo dai capelli rosso fuoco e dagli occhi azzurri che investono chiunque intralci la sua traiettoria.
Non si sa mai come possa reagire non appena vede Francesco. A volte gli sorride e appare lucidissima, altre ci gioca insieme come se fosse sua coetanea, altre ancora, non appena è con lui, comincia a urlare e gridarci di portarlo via: in lui vede il demonio, un pipistrello o un bambino con due teste e dieci braccia.
Mamma ha poi diversi personaggi con cui ama identificarsi. Tra questi ci sono Carla Fracci, motivo per cui cammina sulle punte per il soggiorno e fa giravolte senza contegno, ma anche Brigitte Bardot, quindi chiama papà Alain, come Delon (cosa che galvanizza mio padre); infine, intona le opere liriche di Maria Callas, pur con l’estensione vocale di un rinoceronte con la raucedine. Mi consola il fatto che non abbia mai letto Kafka e che non cominci a sentirsi uno scarafaggio, o che non abbia mai visto Taxi Driver.
Una delle poche sicurezze è che il nostro piccolo Francesco non si spaventa mai. La conosce e capisce prima di noi quando è il momento no; come se intuisse, prima ancora di vederla e ascoltarla, come apparirà quel giorno. Lui la osserva, sorride sempre e non si lascia mai intimorire, nonostante mio padre gli si avvicini non appena entriamo in casa e gli sussurri, mentre punta il dito indice alla testa, Francè, nunnarella è pazz!
Già, perché, da quando Francesco è nato e mamma ha deciso di dedicarsi alla follia, papà parla in dialetto napoletano. Questa situazione ci ha fatto pensare che anche lui volesse entrare nella squadra di mamma e trasformarsi da uomo-Tillandsia a uomo-Tiglio, dalle radici tanto forti da ancorarsi alla sua rinnegata terra d’origine.
Anche io, lo ammetto, con le mie piccole manie ossessive, ho cercato una spiegazione alla deriva psichiatrica. Così ho pensato a combinazioni astrali, a subdole variabili sociologiche, alle fasi lunari, all’effetto collaterale di qualche alimento (magari gli antibiotici nel pollo), al cambiamento climatico e a mille altre motivazioni plausibili. Ancora oggi, mi desto nel cuore della notte, tra un risveglio di Francesco e l’altro, e mi viene in mente qualcosa di nuovo e dai tratti alieni.
Marta invece si è fatta silenziosa e non ne vuole parlare della situazione. Piuttosto prova a nascondere il suo proverbiale silenzio stampa nella cura di Francesco, che è l’unico a essere attratto da nunnarella come se fosse, in ogni fase in cui gli si presenta, il più piacevole dei compagni di gioco.
È proprio in questi istanti, poco dopo i loro incontri, che si studiano e annusano come farebbero due cani sconosciuti. Io, Marta e mio padre ci limitiamo a guardarli e rimaniamo lì, tutti e tre in silenzio, senza cercare di capire cosa stia accadendo. Li studiamo, Francesco col sorriso mezzo sdentato e mamma con gli occhi topazio che, dopo aver inveito contro il demonio, un pipistrello o un mostro bicefalo di minuscole dimensioni, si placa e concede una tregua ai satelliti che gli transitano nella testa. Per una mezz’ora o un’ora soltanto, tutto sembra quasi tornare normale.

Racconto di Massimiliano Piccolo
Editing di Lorenzo Cappelli


L’autore

Massimiliano Piccolo nasce nel 1982 e vive sul Lago Maggiore. Ama leggere romanzi, scrivere, viaggiare e insegnare Yoga. Lavora nel settore educativo e della formazione professionale.
Suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste tra cui Cadillac, Fillide, CrapulaClub, Rivista
Blam e altre. Nel 2024 uscirà il suo primo romanzo per Edizioni Il Ciliegio.

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