MILLENOVECENTOTTANTAQUATTRO

Opera di Irene Puglisi per Millenovecentottantaquattro
Opera di Irene Puglisi

Esterno giorno. Il cielo è di un rosso inverosimile, fasullo. C’è una strada sterrata, tra filari di alberi e campi verdi. Sulla strada, un’utilitaria bianca. A bordo dell’utilitaria, una famiglia nella formazione classica: padre, madre e due bambini; un maschio e una femmina. D’improvviso appare un’altra auto, una berlina. Inizia a sfanalare. Chiede strada, incombe minacciosa. Sui volti degli inseguiti però, neanche un filo di preoccupazione. Piuttosto, nell’abitacolo aleggia una sorta di euforia, incomprensibile, mentre l’auto dietro si fa più vicina. Il bambino sembra addirittura entusiasta, sorride eccitato sul sedile posteriore. Anche il padre, grossi baffi e giacca di pelle, sorride. E accelera. Ad un certo punto, appare un bivio e la tensione di colpo si sgonfia, come un soufflé di aspettative inattese. Tutto si risolve nella maniera più anonima possibile: la prima auto svolta a destra, l’altra a sinistra. «Che forte la nostra Ritmo! Eh, papà?» «Eh, non tutti lo sanno ma la Ritmo è un diavolo di macchina!». Cambio di scena. Sono rimasti solo il padre e il bambino. L’uomo prende in braccio il figlio e si lascia alle spalle il mezzo che di colpo cambia colore, diventa rosso. I fari si accendono da soli, la Ritmo si scuote sulle ruote come dotata di vita propria. La voce fuori campo recita: «Ritmo: il diavolo e l’acquasanta».

«Guarda papà! Eccola!» si agita Marco, all’ennesimo passaggio dello spot, indicando la tv. Papà poggia la forchetta accanto al piatto di pastasciutta fumante, fa scivolare una carezza tra i ricci biondi di mio fratello, seduto alla sua destra. Io mi immagino già su quell’auto, al posto del passeggero, una mano abbandonata al flusso dell’aria fuori dal finestrino.
Papà ha avuto una promozione e finalmente possiamo permetterci un’automobile. L’ha ordinata qualche settimana fa da nostro zio Enzo che gestisce l’unico autosalone del paese. Io e Marco non vediamo l’ora che arrivi. Finiamo di cenare e ci mettiamo sul divano davanti al Telefunken, anche questo un nuovo acquisto fatto grazie alla promozione. Prima avevamo una tv in bianco e nero, senza telecomando. A papà, seduto accanto a me, scappano due colpi di tosse. Si toglie in fretta il fazzoletto dalla tasca dei jeans e se lo preme sulla bocca, poi va in bagno a sputare il catarro. Ultimamente ha delle crisi che gli mozzano il respiro ma dice che non è niente, che deve aver preso freddo andando in bici di mattina presto a lavoro. Mamma, nel frattempo lava i piatti, dandoci le spalle. Stasera a tavola non ha detto una parola. L’altra mattina l’ho sentita piangere, chiusa in bagno, ma non l’ho detto a nessuno.
Gabriella Golia annuncia la programmazione settimanale degli spettacoli su Italia Uno: i film in prima serata iniziano alle otto e venticinque, Gigi Sabani conduce Ok il prezzo è giusto, David Hasselhoff combatte il crimine a bordo di Kitt. Alle nove e mezza in punto la mamma dice a me e a Marco di filare a letto. Deve insistere come ogni sera, perché puntualmente protestiamo per restare alzati almeno mezz’ora in più. Questa volta però succede una cosa inusuale: alle nostre resistenze, mamma reagisce sbraitando. Non alza semplicemente la voce: ci urla addosso con tutta la rabbia che ha in corpo, in maniera scomposta, non sembra più lei. Cerco lo sguardo di papà, lui mi fa l’occhiolino come a dire non preoccuparti, cose da donne. Poi io e Marco andiamo in bagno a lavarci i denti. Una volta in camera, aspettiamo che la mamma ci venga a rimboccare le coperte come sempre, ma lei non arriva. Affondo la testa nel cuscino che sa di detersivo, quello in cui c’era in omaggio il marsupio della Converse che a scuola abbiamo quasi tutti. Le tende della finestra sono ancora scostate, oltre i vetri si vedono le strisce di fumo che si alzano lente dalle ciminiere della fabbrica dove lavora papà. Là dentro non si fermano mai, neanche di notte. Producono tubi, lastre, guarnizioni in fibrocemento. A volte papà chiede il permesso ai suoi superiori e ci porta con lui. Fa parte della squadra dei meccanici, si occupa della manutenzione dei macchinari. Ci piace parlare con i suoi colleghi, sono tutti molto gentili. E poi possiamo portare a casa dei tubi che hanno scartato, ci giochiamo come fossero tunnel per le biglie. Ogni angolo di quel posto è ricoperto di polvere, la stessa che a volte si alza sul paese, appiccicandosi alle auto, ai balconi, ai tetti delle case, bianca come la neve. Anche le tute da lavoro di papà sono sempre intrise di polvere. La mamma però sa come pulirle. Si mette in cortile e le passa col battipanni, poi le lascia a bagno nel lavatoio prima di strigliarle con la spazzola di legno.
Passano i giorni ma della Ritmo ancora nessuna traccia. La mamma è sempre più intrattabile, ci sgrida di continuo, qualsiasi cosa facciamo. Allora io e Marco dopo scuola cerchiamo di rientrare il più tardi possibile. Andiamo a giocare da qualche amico oppure stiamo da zio Enzo. Lui ci permette di salire sulle auto in vendita esposte sul pavimento di linoleum del grande salone. Basta che ci togliamo le scarpe, per non sporcare gli interni. Un lunedì di marzo siamo in concessionaria, a bordo di una Giulietta e facciamo finta di guidarla: siamo due poliziotti all’inseguimento di un’auto rubata. Stiamo quasi per raggiungerla quando sentiamo battere sul vetro: è zia Lucia, la moglie dello zio. Ci dice che stasera saremo a cena da loro, i nostri genitori sono già avvertiti. Grande! Già mi immagino i cannelloni che sicuramente ci preparerà come ogni volta che siamo suoi ospiti. Passiamo il pomeriggio nell’autosalone, quando arriva qualche cliente ci nascondiamo sotto ai sedili e ci viene da ridere. Alle sette zio dice: «Per oggi basta così!». Il loro appartamento è al piano di sopra, ci si accede da una porta interna. Ci mettiamo a guardare la tv in salotto mentre aspettiamo che la cena sia pronta. La sera rimaniamo a dormire lì. La mattina dopo, mentre facciamo colazione, la zia dice che saremo loro ospiti ancora per qualche giorno perché mio padre è in ospedale, dice di non preoccuparsi, che sono solo dei controlli per via della tosse. La mamma lo assiste e preferisce che stiamo da loro per un po’. Marco scoppia a piangere. Zio lo accarezza sulla testa. Io cerco di ingoiare il magone fin giù nello stomaco: sono il fratello maggiore e devo dare sempre il buon esempio.

Era il 1984, io avevo dieci anni, Marco otto. Papà ne avrebbe compiuti quarantuno a Natale. Rimase ricoverato per un mese prima di lasciarci. Qui, in paese lo chiamano “il male della cementifera”. Ce l’hanno avuto e ce l’hanno in molti, tanti ci sono morti, come papà. Ma non ne parla volentieri nessuno. Sembra una cosa di cui vergognarsi, da nascondere. Come se la gente qui si senta in qualche modo responsabile dello stesso male che la decima da decenni. Non ho mai capito perché. La mamma non aveva la patente, chiese a zio Enzo di mettere in vendita la Ritmo. Su quell’auto non mettemmo mai piede.

Racconto di Ottavia Marchiori
Editing di Giorgia Vullo


L’autrice

Ottavia Marchiori è nata a Broni (PV) nel 1980. Vive a Parma dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Ha vissuto in Francia ed è stata ideatrice e curatrice di un blog letterario dedicato all’opera dello scrittore Jean-Claude Izzo. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati nelle antologie Haiku tra meridiani e paralleli – V stagione (Fusibilia Libri) e Poesie di Strada (Idrovolante Edizioni). Suoi racconti sono inclusi nelle raccolte Una giornata di Hemingway in val Trebbia e Incontri ravvicinati di un diverso tipo (Officine Gutenberg) e Cinquantatré vedute del Giappone (Idrovolante Edizioni).

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