LA VERA STORIA DI ACHILLE E LA TARTARUGA

Opera di Silvia Farina.
Brano scelto da Mattia Sonzogni, editor musicale.

Se Achille avesse incontrato prima la tartaruga, forse non avrebbe mai fatto quella gara. Ma la gara si fece e Achille perse.
Già, andò proprio così: il grande “piè veloce” fu battuto da una tartaruga.

“È tutta una questione di talloni!” lo schernivano sarcastici i suoi nemici (da qui la storia che il tallone fosse il suo punto debole, si sa come vanno a finire i pettegolezzi), ma Achille non rispondeva. Non lo fece mai. Non disse assolutamente nulla su quella strana storia, tranne ciò che tutti sappiamo da due millenni, e che nessuno poté smentire.
Ma c’è dell’altro. Qualcuno vide, ascoltò, e ciò che si udì si tramanda segretamente insieme alla storia ufficiale, trascinata dietro come la sua ombra. La luce è tenuta nascosta da millenni perché acceca gli occhi di colui che non è pronto a vederla. E se ora questa storia è giunta a te, significa che invece tu lo sei. E lo sei perché quella luce in qualche modo ti appartiene.
Come fu che il grande e possente Achille si trovò a fare una gara di corsa con una tartaruga, questo di preciso non è dato saperlo. Certo sembra una cosa improbabile e tutt’al più una fantasia umoristica di qualche ubriacone eleatico che è riuscita ad arrivare fino a noi. Ma sei poi così sicuro che questa storia sia così lontana da noi?

Pare che la docile tartaruga del famoso paradosso fosse appartenuta al venerabile Parmenide, sapiente filosofo, ottimo medico, scaltro politico, e reggente di Elea. La città incastonata sulle coste della Magna Grecia era stata, un tempo, una piccola colonia. A fondarla erano stati i Greci di Focea dopo che i persiani guidati da Ciro il Grande li avevano cacciati dalla loro prima casa, in Asia Minore. Con Parmenide, Elea era divenuta in pochi anni una tra le più grandi e fiorenti città del mediterraneo.

Così Focea, città ormai persiana, non poteva che limitarsi a invidiare da lontano la grande ricchezza e lo smisurato potere che Elea stava accumulando. Invidia e sete di potere nutrivano Focea; risentimento e rivalsa crescevano invece nel cuore di Elea, fondata del resto proprio da coloro che a suo tempo i persiani avevano cacciato lontano da casa.

In mezzo a questo intreccio di risentimenti avvenne un giorno che Parmenide accettò di ospitare la potente Marte, reggente di Focea per conto di Ciro il Grande, che con un folto seguito, si trovava “casualmente” in viaggio lungo le coste del Mediterraneo. In viaggio per affari si diceva allora – come ora – in questi casi.
Questo apparente segno di rispetto e accoglienza fu, in realtà, per Parmenide, l’occasione di sbattere in faccia ai Persiani d’essere diventati più potenti di coloro che in passato li avevano sconfitti e scacciati.
Quali che furono i dettagli dell’incontro non è dato sapere, ma se vuoi immaginarlo non devi guardare poi così lontano: guarda ai luoghi del potere del tuo tempo e te ne potrai fare un’idea piuttosto precisa. Ci furono grandi cerimonie, saluti, abbracci, scambi di doni, confronti, summit, promesse di amicizie e bunga bunga, mentre nell’ombra teste cadevano e l’odio si alimentava.
Così il confronto tra Marte e Parmenide giunse ad un tale punto di presuntuosa idiozia che ciò che era nell’ombra venne finalmente alla luce, sgretolando il sottile velo di apparente buon senso di cui erano riusciti ad ammantarsi fino a quel momento.
Parmenide pubblicamente dichiarò – pare un po’ ubriaco – che la tempra degli Eleati era talmente superiore a quella dei Focesi, che anche la sua vecchia tartaruga avrebbe potuto sconfiggere in un qualunque confronto il più forte dei campioni focesi. E Marte – che ubriaca non lo era affatto – accolse immediatamente la sfida.
Poiché il tutto era avvenuto pubblicamente, Parmenide non poteva certo tirarsi indietro a quel punto, ed anzi rincarò la dose: – Ebbene! la mia tartaruga contro il tuo campione migliore. E scegli pure la sfida che più ti piace!
Si dice che qualcuno bisbigliò, in un angolo, che il vino dovrebbe restare nelle botti, ma anche di questo non vi è notizia certa. Del resto non fu davvero un problema di ubriachezza a far di una ridicola sfida un accadimento reale, ma una ancor più potente droga: la brama di potere.
Ad ogni modo, al tempo il primo campione dei Focesi era il potente Achille, ancora giovane ma già conosciuto, in ogni luogo, come l’uomo più veloce del mondo. Così Marte non tardò a deliberare che il suo campione e la tartaruga si sfidassero in una gara di corsa.
La sfida fu suggellata da una scommessa, com’era usanza allora: se la tartaruga avesse vinto, i Persiani di Focea avrebbero dovuto ammettere pubblicamente la superiorità di Elea e dei Greci consegnandogli il loro campione Achille; se avesse vinto Achille, gli Eleati avrebbero celebrato la superiorità dei Focesi offrendogli un sontuoso banchetto a base di zuppa di tartaruga. (Allora – come ora – sono sempre i sottoposti a pagare per i giochi dei potenti).

Ovvio, penserai – e chiunque con un po’ di cervello penserebbe – che era una sfida troppo assurda e inverosimile anche per loro; ma il fatto è che quando l’avidità di potere prende il controllo, nulla ha più a che fare con la ragione. Guardati intorno: non potrai che cedere all’evidenza. Che Achille corra contro una tartaruga non è certo più irrazionale, ad esempio, di molte cose che accadono oggi. La realtà supera sempre la fantasia!

Dunque, in un modo o nell’altro, Achille si trovò a gareggiare con una tartaruga.
Ovviamente la tartaruga non aveva scelta, ma Achille sì; egli era un uomo libero ed anzi faceva della sua libertà punto di vanto e superiorità su ogni altro uomo. Certo non avrebbero potuto costringerlo con la forza, essendo egli il più forte tra gli uomini. Per persuadere Achille ad accettare il folle confronto, gli furono promesse ricchezze e onori da re. Il libero Achille accettò sorridendo all’idea di potersi arricchire in tal modo senza alcuno sforzo.
Si può rimproverare tutto a questi sovrani antichi, ma bisogna ammettere che già allora sapevano che è più facile sottomettere con lusinghe e promesse che con la forza.
Al porto di Elea fu allestito un circuito di circa 1000 mt e il giorno della sfida vi erano più persone ad assistere a questo bizzarro evento che ai giochi di Olimpia. Tutto era pronto. I concorrenti si portarono al punto di partenza. L’enorme caos di voci eccitate si trasformò in un manto di silenzio fremente nell’attesa.

E fu allora che accadde ciò che non fu mai detto.
Accadde che Achille e la tartaruga parlarono. E ciò che si dissero fu pressappoco questo:

– Il grande Achille accanto a me! È un vero onore, se posso. – cominciò la tartaruga.
– Hai ragione ad essere onorata, e non devi sentirti dispiaciuta, vecchia tartaruga. Sarai sconfitta dal migliore di tutti.
– Dunque, stasera mangerai zuppa di tartaruga, oh grande Achille!
– Mi spiace per te, ma è così che andrà. Lo so, è una sfida impari, folle, ma è così che vanno queste cose.
– Oh ma io non sono affatto dispiaciuta per come andranno le cose. La morte del resto è una cosa inevitabile. Piuttosto sono dispiaciuta per te.
– Per me?
– Sì, caro Achille. Ma se mi ascolti un momento, io posso salvarti.
– Tu vuoi salvare me? Salvarmi da cosa?
– Dal mangiare te stesso, questa sera.
– Non di me si farà banchetto, questa sera, ma di te, mia sfortunata amica.
– Esatto. Ed è proprio questa la sventura da cui voglio salvarti! Se fossi tu a perdere, verresti ceduto ad Elea perdendo la tua libertà, ma non avresti colpa per questo perché non avresti più scelta, avendo accettato la scommessa. Se invece sarò cucinata io, allora sì che sarebbe cosa decisamente terribile per te, perché avresti ucciso te stesso, e lo hai scelto da te, mio libero amico! Nessuno può sconfiggerti, oh divino tra gli uomini, tranne uno: te stesso. E poiché io non ho alcuna possibilità di vincere, questo è certamente ciò che accadrà se non ascolti quel che ho da dirti!
– Di cosa stai blaterando, vecchia matta?
– Del fatto che le cose non sono come sembrano.
– Che cosa intendi dire?
– Sai, il mio padrone per tutta la sua vita non ha fatto che blaterare di questo Essere. L’Essere di qui, l’Essere di là, l’Essere è e non può non essere, mentre le cose non sono davvero e cose del genere. Tante parole, ma cosa fosse poi davvero l’Essere, proprio non mi riusciva di capirlo, e forse neppure a Parmenide. Ma proprio in questi giorni è accaduto un fatto che mi ha reso chiaro ciò che prima era oscuro. Tra il seguito della potente Marte vi è un uomo orientale dalle sembianze di umile servo, un certo Siddharta, che l’altra sera ha chiesto di parlare col mio signore Parmenide, dichiarandosi desideroso di conoscere la sua famosa teoria dell’Essere. Io, come sempre, ero presente nella sala. Parmenide parlò per ore sfoggiando compiaciuto le sue abilità retoriche, mentre lo straniero ascoltò tutto il tempo in silenzio. Quando Parmenide ebbe finito di parlare, Siddharta ringraziò per l’incontro e si congedò senza aggiungere una parola. Allontanandosi dalla sala, mi passò accanto e mi rivolse la parola sorridendo.
“Ti vedo perplessa, vecchia amica”.
“Lo sono sempre quando sento Parmenide parlare” risposi. “Sono anni che ammiro la sua retorica, ma non riesco a comprendere davvero questo Essere di cui parla. E in fondo credo che non ci riesca neppure lui stesso”.
“Credo anch’io, sai? Vorresti sapere cosa ne penso?”.
“Perché vuoi dirlo a me ora – una vecchia tartaruga che non conta nulla – e non hai detto una parola a lui?”.
“Perché per riempire una caraffa con dell’acqua bisogna che la caraffa sia vuota. Non ha senso mettere altra acqua in una caraffa già stracolma”, rispose enigmatico. “Tu invece mi sembri assetata, amica mia”.

Racconto di Fiorenzo De Vita
Editing di Giorgia Vullo

Vi diamo appuntamento al prossimo mese per leggere la seconda parte del racconto.


L’autore

Fiorenzo De Vita è nato a Monza (MB) nel 1977, successivamente si è trasferito all’età di 13 anni nel Cilento, la terra natale dei suoi genitori. Si è laureato in filosofia all’Università di Napoli “Federico II” con il massimo dei voti. Attualmente risiede a Como, dove si occupa di disabilità, consulenza filosofica e discipline orientali di cura. Già autore di un romanzo breve pubblicato nel 2005, dal titolo Il commerciante di pietre gialle – favola sull’io ovvero sull’illusione del potere (Editrice Ibiskos), continua a coltivare la passione per la scrittura. La sua prossima pubblicazione sarà un saggio sulla filosofia del viaggio.

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