Solitudine e distanze. “La Notte” di Michelangelo Antonioni

Fotografia di Manuel Monfredini

La Notte (1961) è un film diretto da Michelangelo Antonioni, scritto dal regista con Tonino Guerra, Ennio Flaiano. In quello che viene definito il secondo capitolo della cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” si esplora il malinconico tormento esistenziale di una coppia durante il loro “peregrinare” dalla mattina fino all’alba del giorno successivo.   

Lidia Pontano (Jeane Mareau) è una donna triste e delusa, sposata con Giovanni (Marcello Mastroianni) scrittore affermato ma uomo irrequieto, annoiato e concentrato su se stesso. All’inizio del film i due protagonisti fanno visita a un carissimo amico, ormai in fin di vita. A partire da questo tragico momento si susseguono diversi eventi per tutto il proseguire del giorno e durante la notte, fino all’alba del giorno successivo. Dalla presentazione del nuovo libro di Giovanni, alla “fuga” di Lidia per i quartieri di Milano per giungere ad una festa nella villa di un grande industriale brianzolo. Qui Giovanni conosce Valentina (Monica Vitti), figlia dell’imprenditore, donna giovane, energica e stravagante. Fra Valentina e Giovanni si crea subito una tensione erotica, mentre Lidia viene corteggiata da un altro giovane ospite della festa. Il film si conclude con un dialogo fra Lidia e Giovanni sull’ormai inesorabile tramonto della loro relazione.

La Notte è considerato il secondo capitolo della cosiddetta Trilogia dell’Incomunicabilità che vede comporsi dal precedente L’avventura e dal successivo L’eclisse.

Il distacco che mantiene i due personaggi principali come in due dimensioni distinte, l’immobilità e l’incomprensione sono i perni centrali [1]. L’impossibilità dei protagonisti di esprimere se stessi ed avvicinarsi l’uno all’altroè implicita nella struttura stessa del film. Come è già stato sottolineato, Antonioni non si adegua alle classiche strutture narrative e «ai “fatti” sostituisce i pensieri che tormentano, consumano, annientano, inghiottono i personaggi» [2]. I pensieri in questione non sono quasi mai raccontati ma semplicemente rappresentati. Il bighellonare annoiato di Giovanni da solo nel suo studio o il vagare attonito di Lidia per le periferie grigie di una Milano quasi irriconoscibile.

La separazione emotiva dei protagonisti diviene immediatamente una separazione fisica. Entrambi agiscono e si muovono in ambienti diversi per buona parte del film, o mantenendosi distanti anche se nello stesso luogo. Il mondo di Lidia e Giovanni rimane sempre un mondo sospeso e incomprensibile. Solo nel dialogo finale fra i due protagonisti, ormai all’alba, si tenta di spiegare e descrivere il proprio dolore. La sequenza inizia con inquadratura fissa su marito e moglie che, camminando insieme ma sempre distanti, si allontanano in un paesaggio naturale, apparentemente incontaminato. Il dialogo finale sulla loro situazione non è mai un vero confronto e termina con un guizzo di passione forzato e disperato. La scena si conclude con un lento movimento di macchina che termina con un’inquadratura fissa del solo paesaggio, distogliendo lo sguardo dai due personaggi, il cui distacco rimane irrisolto.

Rilevante è anche il nesso fra interiorità e contesto. Come osservò Pasolini i personaggi di Antonioni sembrano sempre soffrire di un’angoscia di cui ignorano la natura [3], inserita nel contesto sociale della borghesia italiana. Borghesia che circonda i protagonisti durante la festa in Brianza. Questa sofferenza si incastra, quindi, nella decadenza “spirituale” del benessere economico e di quella stessa decadenza probabilmente si nutre, tanto da portare Giovanni, tentato dalle lusinghe dell’industriale che gli offre un posto di lavoro, a mettere in dubbio anche il proprio ruolo d’artista.

I due personaggi proseguono su rette parallele senza un termine o un intreccio. Lei non sembra in grado di affrontare la propria condizione, la ricerca di un ruolo nel contesto e la fine del suo amore, lui non sembra davvero consapevole di nessuno di questi elementi. I rimandi ad Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick potrebbero essere molti. Non a caso lo stesso Kubrick annoverò La Notte fra i suoi film preferiti [4]. Mettendo a confronto i mondi raccontati dai due grandi registi, infatti, non sembrano molte le differenze. Uomini e donne incerti, confusi e soli in un mondo ricco e misero al tempo stesso.

Andrea Faraci


[1] Guido Aristarco, Cinema Novo, 1961 in First Art https://arte.firstonline.info/antonioni-la-notte-e-la-critica-di-allora/ .
[2] Vedi di nuovo Aristarco, cit.
[3] «Così i personaggi di Antonioni non sanno di essere personaggi angosciati, non si sono posti, se non attraverso la pura sensibilità, il problema dell’angoscia: soffrono di un male che non sanno cos’è» Pier Paolo Pasolini, Vie Nuove, 1961 in First Art https://arte.firstonline.info/antonioni-la-notte-e-la-critica-di-allora/ .
[4] Simona Santoni, Panorama, 23 settembre 2013.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *