La disperata quiete di Hannah

Hannah (2017), secondo lungometraggio diretto da Andrea Pallaoro, racconta la storia di una donna che affronta in solitudine l’accartocciarsi drammatico della sua vita da anziana. Fra un avvicendarsi monotono delle sue abitudini e gli elementi in grado di suggerire ciò che la trama non racconta mai esplicitamente, la protagonista racconta la propria interiorità e la propria tragedia con straziante malinconia.

Fotografia di Samuel Austin

Hannah (Charlotte Rampling) è un’anziana donna che divide le sue giornate fra lavoro come domestica, vita di casa e lezioni di recitazione. La sua vita sembra continuare linearmente anche quando un giorno, di prima mattina, è costretta ad accompagnare suo marito in prigione. Hannah porta avanti la sua vita di sempre con triste continuità. Si rifiuta di incontrare una donna che bussa alla sua porta per parlarle del trauma del proprio figlio del quale non conosciamo la natura ma di cui la donna sembra accusarla. Viene allontanata dal suo stesso figlio che non la vuole al compleanno del nipote. Il film si chiude senza dare esplicite spiegazioni e dopo aver fornito vari indizi in merito a quanto successo.

Il secondo lungometraggio del giovane regista trentino non vede quasi mai al centro del proprio racconto dei fatti specifici. Se di racconto si può parlare, questo è il racconto di un’interiorità. La sceneggiatura, sapientemente scarna, si concentra sui gesti, i suoni, sullo sguardo della protagonista nel cui punto di vista ci si immerge direttamente. Non viene mai detto perché il marito è stato rinchiuso in prigione (anche se intuibile) o perché il figlio, Michel, la tenga lontana dalla sua vita. Tutto ciò è una confusione che ruota attorno alla vita di Hannah.

La quiete dipinta da ogni sua azione pare espressione di una rassegnazione e di una consapevolezza dell’inevitabilità del proprio decadimento e del proprio dolore. Dall’inizio del film la vicenda si presenta anche come un percorso della protagonista verso una totale solitudine. Prima viene meno il marito imprigionato. In seguito, si assiste alla sua volontà di isolamento dai vicini e l’allontanamento del suo unico figlio. Infine, Hannah regalerà anche il cane, unica compagnia rimastale.

Attorno a lei le vite degli altri proseguono costanti. Tutto il contesto viene rappresentato come un rumore di fondo che si intreccia alla tragedia di Hannah, sempre imperscrutabile. Si susseguono le immagini evocative della sua sofferenza. I frammenti dei testi da lei recitati durante il suo corso settimanale e un quadro appeso nella casa dei suoi datori di lavoro. Un giorno Hannah cammina fino alla spiaggia per guardare un capodoglio arenatosi e morto sulla sabbia. Attorno all’animale morto una piccola folla di persone fra semplici curiosi ed addetti ai lavori che osservano, commentano, indicano o fotografano il capodoglio riverso e insanguinato. Fra tutti e in tutta quella confusione solo lo sguardo di Hannah esprime pietà per quella creatura sconfitta e sempre più marcia in cui la protagonista pietosamente si rispecchia.

Sono pochi i momenti in cui il comportamento e l’espressione della protagonista conoscono una frattura: il ritrovamento di qualcosa di compromettente per il marito e il momento in cui Michel la caccia via dalla festa di compleanno del figlio. Solo in questo momento Hannah riesce a piangere, sempre in modo trattenuto e soffocato, nascosta in un bagno pubblico.

Il film non dà una vera e propria chiusura e si conclude ancora con un’immagine di Hannah in metropolitana. Le porte scorrevoli si chiudono come un sipario sul suo profilo magro, senza che venga data alcuna risposta sulle sue vicende, su di lei e sul suo dolore.

Andrea Faraci

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