Esistenzialismo politico: i Canti di Prigionia di Luigi Dallapiccola

Fotografia di Valentina Steffenoni

Italia, 1938. Vengono promulgate le leggi razziali e molti intellettuali maturano una nuova coscienza politica. È il caso di Dallapiccola.

Le vicende biografiche ed artistiche della prima parte della vita di Dallapiccola (1904 – 1975) si intrecciano inevitabilmente con i grandi eventi che segnano l’inizio del ventesimo secolo. La famiglia del piccolo Luigi, originaria di Pisino, in Istria, allo scoppio della prima guerra mondiale viene internata nella cittadina austriaca di Graz. Il padre, professore liceale, viene identificato come un sovversivo dalle forze di polizia austro-ungariche.

Alla fine della guerra si trasferisce a Trieste dove intraprende gli studi musicali. Nella città sospesa fra la cultura mitteleuropea e il mondo mediterraneo verrà per la prima volta in contatto con il pensiero di Arnold Schoenberg che in quegli anni stravolge e rivoluziona radicalmente il panorama musicale europeo.

L’adesione di Dallapiccola al fascismo è stanca e piena di dubbi, preferisce ritrarsi dall’agone pubblico e rimanere appartato. Agli esordi la sua voce compositiva appare influenzata dal neoclassicismo italiano di Casella, Malipiero e Petrassi. Non mancano i riferimenti al mondo impressionistico della musica d’oltralpe, ormai sulla via del tramonto.

L’opera che segna una svolta nel percorso dallapiccoliano sono i Canti di Prigionia, iniziati all’indomani della promulgazione delle leggi razziali e completati nel 1941, quando l’Europa intera brucia sotto l’offensiva nazista.

Gli accadimenti politici del 1938 impressionano a tal punto il compositore da indurlo a mettere in musica L’ultima preghiera di Maria Stuarda riportata nella biografia di Stefan Zweig dedicata alla regina di Scozia. A questo primo testo Dallapiccola ne affianca altri due: L’invocazione di Boezio e Il gongedo di Girolamo Savonarola. Questi testi sono delle preghiere e delle riflessioni sulla fine imminente da parte di tre prigionieri illustri. Tre figure che si sono ritrovate dalla parte sbagliata della storia, tre sconfitti condannati a pagare le loro scelte con la morte.

L’organico prevede, oltre al coro,  due pianoforti, due arpe, timpani, xilofono, vibrafono, campane e un piccolo set di percussioni. Nella scelta strumentale c’è una netta contrapposizione fra il coro e gli strumenti, tutti a vibrazione smorzata. Alla vibrazione sonora che decade subito dopo la percussione dello strumento si oppone la continuità e la pienezza dell’emissione vocale, in grado di sostenere la nota nel tempo.

La contrapposizione non è solo sonora ma anche idiomatica. Nei Canti di Prigionia Dallapiccola compie una scelta musicale netta e in controtendenza con il gusto dominante della musica italiana di allora. Sceglie di basare il lavoro sull’uso e sullo sviluppo delle serie dodecafonica seppur con una forte vena espressiva debitrice della musica di Alban Berg. È il primo compositore italiano a usare in un suo lavoro la nuova tecnica compositiva teorizzata da Schoenberg.

Alla serie dodecafonica fa da eco e da contrappunto il celebre motivo gregoriano del Dies Irae, la sequenza della missa pro defunctis che narra del giorno del giudizio. La scrittura vocale è lontana da quella dell’espressionismo schoenberghiano. Piuttosto è debitrice della grande polifonia rinascimentale e del canto gregoriano. Il gruppo strumentale invece rivela una scrittura più moderna, creando un colore vuoto e neutro che ricorda quello del primo Webern.

La composizione inizia con un’invocazione soffocata, il coro canta a bocca chiusa. Le voci emergono pallidamente dal mormorio iniziale. La musica esprime il dramma e il lamento in cui si fa largo la speranza. La cifra esistenziale dei testi guarda inevitabilmente a Dio, una divinità che non è simbolo di certezza ma manifestazione perenne di un dubbio, alla maniera di Giobbe. La religiosità di Dallapiccola è in contrasto con quella ideologica del regime, che intreccia religione e politica (come mette in luce la firma dei Patti Lateranensi nel 1929).

Al centro del brano, identificato dalla retorica resistenziale e post bellica come un esempio capitale di protest music, non trova spazio la dimensione storica e sociale dei prigionieri illustri. La protagonista è l’angoscia che si alimenta della contraddizione insanabile del compositore. Dallapiccola intuisce il lato barbaro del regime ma è incapace di opporsi. Sceglie di non decidere vivendo appartato, nell’ombra.

Il conflitto interiore di Dallapiccola, che poco a poco diventa dissidio politico e morale, permea anche la costruzione musicale del pezzo, sospesa fra il linguaggio seriale degli strumenti e l’innocente diatonismo del coro. Il compositore è imprigionato in un sistema di compromessi, incapace di decidere e di riconoscere la responsabilità delle proprie azioni. La musica diventa così un potente atto di accusa verso chi è incapace di schierarsi e scegliere nella consapevolezza dell’erroneità della propria non-posizone.

Mattia Sonzogni

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