La liberazione di San Pietro come liberazione dalle catene terrene

La Liberazione di san Pietro è un celebre affresco eseguito da Raffaello Sanzio tra il 1512 e il 1514 e collocato nella stanza di Eliodoro, ai Musei Vaticani. Protagonista dell’opera, commissionata dal Papa Giulio II, è la figura del santo, imprigionato ingiustamente da Erode e liberato dalle sbarre da un Angelo come raccontano gli Atti degli Apostoli.

Fotografia di Giulio Foderà

Gli storici dell’arte definiscono come un capolavoro supremo La Liberazione di san Pietro, affresco di Raffaello Sanzio datato tra il 1512 e il 1514 e collocato nella stanza di Eliodoro, a sua volta un capolavoro nell’ambito di quelle universalmente note opere d’arte costituite dalle Stanze Vaticane nei Musei Vaticani, che tutti i paesi del mondo invidiano all’Italia e a Roma.

La particolarità dell’affresco raffigurante la liberazione di Pietro viene individuata nello speciale uso della luce, un uso magistrale che sembra anticipare il chiaroscuro caravaggesco o ancora gli effetti di illuminazione laterale, quasi radente, creati da Rembrandt ne La Ronda di notte; questo sapiente uso della luce ha meritato all’affresco di Raffaello l’appellativo di primo vero notturno della storia dell’arte europea, a seguire ed ancor più rispetto al Sonno di Costantino di Piero della Francesca nella Basilica di San Francesco di Arezzo.

La luce si presenta in forma di innumerevoli manifestazioni: la luna nella scena di sinistra, che si riflette sulle armature dei soldati e che viene rafforzata dalla lanterna delle scale dove si trovano le guardie; la fiaccola e l’aura luminosa che avvolge l’Angelo nel riquadro al centro della pittura; e in ultimo la luce naturale della finestra sottostante intorno alla quale si sviluppa l’opera.

Tuttavia, non è quella luce, che pure è una peculiarità dell’affresco, ad essere la protagonista, bensì le sbarre, la prigione dietro la quale si svolge la scena della liberazione, esattamente come è descritta negli Atti degli Apostoli.

L’opera è suddivisa in tre sequenze, ma Raffaello non rispetta la cronologia e presenta un insieme diacronico: se al centro, infatti, rappresenta la scena di San Pietro in cella con l’apparizione dell’Angelo, a sinistra sono raffigurate le guardie che scoprono la fuga di San Pietro e si agitano al chiarore della luna alla ricerca del fuggitivo, mentre sulla destra viene descritta la miracolosa fuga del santo condotto quasi per incanto dall’Angelo fuori dal carcere; intanto i soldati di guardia giacciono quasi per mistero in preda al sonno.

Se l’artista avesse voluto presentare i fotogrammi in ordine temporale di successione, la prima scena sarebbe dovuta essere cronologicamente l’ultima o comunque essere contestuale rispetto alla terza. Il pittore, invece, preferisce puntare sulla centralità del miracolo e quindi, simbolicamente, sulla forza e sulla vittoria della fede. La sua è un’allusione alla ripresa della supremazia della Chiesa, continuamente minacciata in quel periodo dagli eserciti stranieri che discendevano lungo la penisola italiana, mentre il papa cercava di accaparrarsi i territori del Nord Italia (tra Ravenna, Forlì e Bologna) che i francesi volevano acquisire.

È il 1508, anno in cui diviene pontefice Giulio II della Rovere, amante sì delle arti ma ancor di più della politica e della diplomazia. Egli chiama a lavorare per sé due artisti: Michelangelo, che per lui dipinge la volta della Cappella Sistina, e Raffaello, a cui affida la decorazione del suo appartamento privato, oggi noto come le “Stanze” dei Musei Vaticani. Il pittore urbinate si era formato lavorando col Perugino, assorbendone gli insegnamenti a tal punto che in molti casi non era possibile riconoscere i dipinti dell’allievo da quelli del maestro. Poi si era trasferito a Firenze, dove aveva maturato un originale stile e affinato le tecniche a contatto con Michelangelo e Leonardo. Scegliendo Raffaello, il Vaticano onorava e apprezzava il prestigio degli ambienti artistici fiorentini, e nello stesso tempo individuava un’alternanza di artisti anziani e giovani.

A Raffaello, nella stanza di Eliodoro, la seconda ad essere affrescata dal pittore dopo la stanza della Segnatura, viene dato un obiettivo dal suo committente: rendere evidente la rinascita della religione e della romanità. Per questo la Cacciata di Eliodoro dal tempio, La Messa di Bolsena, La Liberazione di san Pietro e L’Incontro di Leone Magno con Attila hanno tutti un tratto comune: sono episodi miracolosi, che pongono l’accento sull’affermazione del potere pontificio rispetto alle altre autorità terrene ad esso contrapposte in quel periodo. In particolare nell’affresco raffigurante la liberazione di Pietro lo spettatore può ammirare un Angelo luminoso che intercede nella notte sull’autorità degli uomini e riesce a liberare un San Pietro debole e incatenato portandolo quasi come in un sogno fuori dalla prigione e addormentando le guardie ai lati.

Egli riesce, inoltre, a dare il segno di un dinamismo e di una drammaticità che rendono l’affresco straordinariamente moderno, come uno story-telling o un fumetto, e con un sapore quasi cinematografico e quindi assai avanguardista rispetto al tempo in cui viene commissionato e composto.

Infine, l’affresco preso in esame ha un carattere universale e polivalente. C’è un significato metaforico che l’osservatore può cogliere ammirando la famosa opera: l’affermazione dell’autorevolezza divina rispetto al volere delle autorità terrene. In quest’ottica la liberazione dell’apostolo può diventare così quella dalle catene terrene, verso la vita dello spirito.

Marta Casuccio

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