Il tatuaggio: l’espressione di una cultura

Il tatuaggio è una forma d’arte sempre più alla moda. Tecnica e decorazione artistica corporale, il tatuaggio ha origini molto antiche, e permette a molte persone di rappresentare sulla propria pelle soggetti dai profondi significati affettivi.

Fotografia di Giulio Foderà

Nel corso dei secoli la pratica del tatuaggio ha assunto diversi significati, e uno tra questi individuava quella decorazione artistica sul corpo realizzata in prigione, identificando così la persona come un criminale o membro di un clan.

Il termine tatuaggio deriva dal termine tahitiano tau-tau, poi trasformato in tattow (tattoo), tramandato da James Cook nei suoi diari in riferimento alla popolazione polinesiana che lo utilizzava. In questa cultura i tatuaggi erano messaggeri di una simbologia che rappresentava saggezza, forza e spiritualità, mentre per altre popolazioni l’uso del tatuaggio può caricarsi di significati differenti.

Il tatuaggio ha però origini molto più antiche: la prima e più significativa testimonianza è quella di Oetzi, vissuto nell’età del rame, tra il 3300 e il 3100 a.C. I suoi tatuaggi sono stati realizzati tramite lo sfregamento del carbone sulla pelle appena incisa. In Nuova Zelanda, nati nel 900 a.C., i tatuaggi più frequenti sono quelli dei guerrieri Maori che servono a identificare la famiglia o rappresentare le conquiste nella propria vita; in Giappone, invece, i tatuaggi risalgono al V secolo a.C. ed erano visti come una forma di protesta delle popolazioni di basso rango a cui era sempre stato vietato di indossare il kimono, indumento dell’alta borghesia. Il carattere di simbolo di ribellione del tatuaggio torna anche negli anni ’60 e ’70 del Novecento quando sono per lo più punk e bikers a tatuarsi il corpo.

Attualmente il tatuaggio non è più un tabù, e si avvicina sempre più ad una forma d’arte e a cui vengono anche dedicati congressi e convention dove gli stessi tatuatori espongono i propri lavori. Ma non sempre è stato così: anni fa, il tatuaggio veniva associato alla prigione e alla criminalità. Chi indossava sulla propria pelle disegni, oggetti o scritte veniva immediatamente identificato come appartenente a un clan o a un’organizzazione criminale. Nel documentario del 2019, Mamma Vita Mia, ambientato a Napoli e girato dal regista Giuseppe Di Vaio con la collaborazione del tatuatore Braian Anastasio, gli autori hanno analizzato con occhio critico e da un punto di vista innovativo la vita dei galeotti e la storia dei loro tatuaggi, riscoprendone una caratteristica che non era mai stata messa in luce: dalla maggior parte degli intervistati il tatuaggio è visto come una forma di rispetto, un’identificazione di un determinato clan o organizzazione criminale grazie alla rappresentazione di pistole, scritte e altro. L’idea del documentario fatto con una visione diversa scaturisce dalla domanda postasi dallo stesso regista: come mai i tatuaggi sono associati alla prigione e alla criminalità? E come mai molte persone vedono di mal occhio le persone tatuate?

Molte volte infatti il tatuaggio era un’arma a doppio taglio: chi li portava in punti del corpo ben visibili riceveva sguardi di disprezzo e odio, secondo una testimonianza tratta dal documentario. Dall’altra parte invece, il tatuaggio era ed è ancora una forma di arte acquisita sulla pelle che serve a identificarsi ed essere se stessi.

Leila Ghoreifi

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