Il nido del cuculo che è una prigione

Fotografia di Valentina Steffenoni

Qualcuno volò sul nido del cuculo è un celebre film del 1975, diretto da Miloš Forman e con protagonista Jack Nicholson. Pluripremiata agli Oscar, fu una delle prime pellicole ad affrontare in maniera nuova e originale la delicata tematica della malattia mentale e la condizione dei pazienti negli ospedali psichiatrici, dove i degenti venivano bistrattati, discriminati e intontiti dai farmaci e dalla paura.

Il lungometraggio Qualcuno volò sul nido del cuculo (il cui titolo originale è One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey del 1962. Recentemente il film è tornato alla ribalta grazie alla realizzazione della serie tv spin-off di Netflix, che si concentra sul personaggio dell’infermiera Ratched nel periodo della sua giovinezza.

Il titolo fa riferimento a un’espressione gergale statunitense secondo la quale il “nido del cuculo” è il manicomio. Questo volatile, infatti, non costruisce un nido proprio, ma si appropria di quello di altri uccelli per deporre le sue uova (che, in questa metafora, sono i pazienti). Il “qualcuno” a cui rimanda il titolo altri non è che il protagonista, Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson), che per una serie di eventi viene internato nel manicomio di Salem in attesa di essere dichiarato pazzo o sano.

McMurphy giunge all’ospedale psichiatrico per avere una diagnosi sulla sua presunta malattia mentale, probabilmente simulata per sottrarsi al carcere. Il comportamento disordinato e sopra le righe ben presto si scontra con la rigida disciplina che regola la vita dei pazienti del manicomio. Le prese di posizione anticonformiste lo portano a ingaggiare un conflitto con la caporeparto, l’infermeria Ratched (Louise Fletcher), che invece incarna l’integrità delle dure regole della struttura.

McMurphy e le sue eccentriche trovate sfidano la fredda monotonia della vita quotidiana nella quale i pazienti della struttura si erano ormai arenati. Gli altri degenti, trascinati dal suo entusiasmo, iniziano così a ribellarsi a quel torpore obbligato per riacquistare un po’ della loro vitalità e far valere le ritrovate necessità di esseri umani. In particolare, McMurphy stringe amicizia con il paziente “Grande Capo” Bromden (Will Sampson), un corpulento nativo americano che si finge sordomuto.

Ma la piccola rivoluzione non passa inosservata e giungono immediati dei provvedimenti: per proteggere l’ordine sociale e renderlo innocuo, il protagonista viene sottoposto a una serie di terribili elettroshock.

La situazione precipita quando uno dei pazienti amici di McMurphy, un ragazzo introverso di nome Billy Bibit (Brad Dourif) succube della madre, si suicida a seguito delle ennesime minacce psicologiche ricevute dall’infermiera Ratched. In un impeto d’ira, il protagonista si avventa sulla donna per cercare di strangolarla. Il tentativo fallisce e decreta la fatale sentenza: MrMurphy viene dichiarato malato violento e pericoloso la cui unica “cura” è la lobotomia.

Vedendo il suo amico ridotto a un inerte vegetale senza più alcuna volontà, Bromden prova pietà e decide di porre fine alle sue sofferenze. Uccide McMurphy soffocandolo con un cuscino e fugge dal manicomio, come i due compagni avevano progettato di fare tempo prima.

Il film non parla solo della vicenda di un uomo che si ritrova a vivere in un ambiente disumanizzato, ma tocca molteplici tematiche portanti come i diritti dell’individuo, il disagio psichico in rapporto al resto della società, le violenze, le intolleranze etnico-culturali, la contestazione. Assolutamente centrale è la questione degli abusi: il film è una chiara denuncia del disagio presente negli ospedali psichiatrici, delle condizioni di vita e del trattamento inumano a cui i pazienti sono sottoposti.

McMurphy e la signora Ratched appaiono come due facce della stessa medaglia: l’uno incarna la ribellione contro l’autorità, l’altra l’autorità stessa. L’infermiera non è comunque esente da quella sofferenza psichica che cerca di estirpare con tanta forza dai suoi pazienti. Nelle sedute di psicoterapia di gruppo, infatti, si sforza enormemente di prendere le distanze dai degenti e dalla loro malattia mentale, tentando di inquadrarli a forza in un rigido insieme di regole e impostazioni.

Il protagonista – e il suo profilo da anti-eroe – ribalta le certezze dello spettatore e smaschera con la sua presenza l’ipocrisia dei medici e delle infermiere, i “sani”, i “normali”, coloro che dovrebbero prendersi cura delle sofferenze altrui e non acuirle con presunte pratiche terapeutiche incentrate sulla violenza e sulla coercizione. Segregazione e repressione facevano dei manicomi vere e proprie prigioni dove emarginare i “diversi” e perpetrare il pregiudizio sulla loro pericolosità sociale.

Martina Costanzo

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