Brazil: la prigione di carte e timbri di Terry Gillam

Fotografia di Greta Rovere

In Brazil (1985) l’estro visionario di Terry Gilliam dà vita a un mondo buio e desolato dominato dalle procedure burocratiche e dalle menzogne dei potenti. Nel futuro immaginato da Gilliam ogni luogo diventa una prigione inespugnabile per chiunque sogni di vivere una vita libera e diversa.

In un futuro dominato dalla burocrazia e dal controllo totale da parte delle istituzioni ideato da Terry Gilliam in Brazil, il timido Sam Lowry (Johnatan Pryce) vive le sue tristi giornate chiuso in un ufficio dell’Archivio del potentissimo Ministero dell’Informazione. Suo unico svago sono le sue bizzarre fantasie, nelle quali è libero di volare in cielo abbracciando la donna dei suoi sogni.

A causa di un banale errore, un uomo (il sig. Buttle) viene brutalmente arrestato al posto di un vero ricercato (Archibald Tuttle) morendo poi in carcere per le torture subite. La gestione delle conseguenze burocratiche dell’errore porta Sam a conoscere la camionista Jill (Kim Greist), identica alla donna protagonista delle sue fantasie. Sam decide, quindi, di far di tutto per ritrovare la donna dei suoi sogni. Al contempo, a causa di un problema imprevisto con gli impianti idraulici, Sam incontra nient’altri che Archibald Tuttle (Robert De Niro), un idraulico “libero professionista” che, come atto di ribellione all’opprimente sistema, si fionda nelle case di sconosciuti per effettuare riparazioni idrauliche. Raggiunta una posizione di prestigio presso l’ “Ufficio di Recupero Informazioni”, Sam incontra anche il suo vecchio amico Jack Stint (Michael Palin), un impiegato di alto livello che si occupa di interrogare (e di fatto torturare) i sospetti. Sam riesce a trovare Jill e grazie a Jack scopre che verrà presto arrestata. Dopo un tentativo di fuga, entrambi vengono catturati e il Ministro in persona informa Sam che Jill è rimasta uccisa durante l’arresto. Sam viene quindi condotto nella sala degli interrogatori dove, torturato da Jack, si rifugerà proprio fra le sue fantasie di fuga insieme al ribelle Tuttle e Jill canticchiando Aquarela do Brasil, mentre i suoi aguzzini si allontanano.

Il mondo assurdo rappresentato da Gilliam restituisce pienamente il senso di claustrofobica angoscia e assoluta impotenza che caratterizzano l’uomo contemporaneo. In Brazil, il mondo non è altro che un’immensa prigione, composta da celle sempre più piccole (l’automobile monoposto, l’ufficio angusto in cui la scrivania viene condivisa con l’ufficio accanto, il tram a forma di gabbia). La ristrettezza degli spazi si accompagna alla chiusura mentale che caratterizza gli altri personaggi e che viene di fatto pretesa anche per il protagonista.

Impossibile non individuare diversi parallelismi con altri capolavori della letteratura e del cinema. Da un lato Il Processo, soprattutto nel tentativo di resistere all’imperscrutabile e invincibile autorità posta. L’immaginario del film sembra richiamare in diversi punti lo splendido adattamento cinematografico del capolavoro di Kafka diretto da Orson Wells. Dall’altro, naturalmente, con 1984 di George Orwell. Ma in Brazil, ciò che rileva in maniera particolare è la ricerca del protagonista della specifica libertà di vivere i propri sogni. Durante tutto il film, il grigio è il colore predominante, interrotto solo dai colori delle splendide visioni frutto dell’immaginazione di Sam. Ed è proprio l’immaginazione e la devianza dall’ordinario, in ogni loro forma, ciò che più viene represso. Persino la professione di idraulico non può essere svolta in libertà, ma soltanto alle dipendenze di un’istituzione.

La concezione della vita umana espressa nel film non si allontana dall’inferno di carte timbrate che domina incontrastato. Così la madre, ossessionata dalla chirurgia estetica, spinge Sam a cercare la promozione sul lavoro o cerca di combinare il matrimonio con la nipote dell’amica. Nemmeno al ristorante Sam è libero di non mangiare, venendo costretto dal cameriere ad ordinare. Anche la famiglia, sia attraverso la figura della madre sia attraverso il ricordo del padre di successo, diventa l’ennesima angusta gabbia. L’esistenza di ogni individuo è concepita esattamente come uno dei tanti moduli che vengono continuamente fatti compilare e firmare nel corso del film. Bisogna riempire i vuoti esattamente dove indicato, nessuna formalità può essere aggirata, il poco spazio lasciato alla propria identità è quello di una firma.

L’orrore partorito da questa perversione sociale scivola sull’indifferenza dei privilegiati. Così per gli attentati dei cosiddetti “terroristi” (la scena nel ristorante in cui l’esplosione di una bomba e la morte di molti civili non turba i presenti e viene percepita come un blando fastidio) e per le torture inflitte a cittadini inermi (Jack addirittura porta la propria figlia in ufficio e si toglie i grembiuli intrisi di sangue come fosse un normale macellaio). Tutto diventa corollario di una cinica e spietata quotidianità, dipinta anche con crudele ironia.

E in un mondo così ignobile, privo di ogni colore o speranza, il finale non sembra neanche così disturbante, lì dove il debole eroe di questa storia trova definitivamente la propria via di fuga nella sua felice e straordinaria fantasia della quale, nonostante il dolore, non sono riusciti a privarlo.

Andrea Faraci

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