L’estetica meccanica: l’arte in ogni forma di spazio e movimento

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

Nonostante le innumerevoli differenze, le arti figurative e la scienza meccanica trovano, nel corso della storia, più punti d’incontro, in particolare nella corrente futurista.

Arte e meccanica sono, ad uno sguardo superficiale, due discipline molto distinte: se la prima è più legata alle emozioni, alla creatività e, soprattutto, alla soggettività che le permette di esprimersi in una molteplicità di linguaggi, la seconda appartiene all’ambito delle materie scientifiche ed obbedisce a regole e metodi ben determinati.

A dispetto di ciò, molti sono i punti di incontro tra le due: basti pensare, come simbolo della loro vicinanza, a Leonardo da Vinci. Questi, oltre ad essere uno dei maggiori esponenti dell’arte rinascimentale, nel XVI secolo, grazie ad una continua ricerca di forme e meccanismi, riesce ad anticipare in parte la progettazione di scoperte che saranno rivoluzionarie in campo scientifico (automobili e aerei per esempio). Dopo di lui saranno moltissimi i crocevia tra arte e meccanica, per quanto talvolta non siano percepibili a primo impatto: alcune tecniche pittoriche come l’impressionismo o il cubismo, le sequenze fotografiche, importanti realizzazioni architettoniche, prima delle quali la famosissima Tour Eiffel, l’invenzione del cinema.

Ma la corrente artistica che rappresenta il punto di intersezione maggiore tra arti figurative e scienza meccanica nella storia dell’arte è senza dubbio il futurismo.

Fin dal primo manifesto futurista del 1909 ad opera di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento, l’arte viene indirizzata verso il dinamismo, la velocità, le leggi scientifiche: si parla esplicitamente di un’estetica meccanica.

Un passo di questo testo recita: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è ar­ricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia». I musei e le biblioteche sono considerati dei cimiteri dell’arte, e allo stesso modo si aspira ad un cambiamento intrinseco anche dei soggetti artistici. Non più personaggi dei miti e della quotidianità, ormai si ricerca tutto ciò che sia nuovo e in movimento: la macchina in primis viene considerata un oggetto di idolatria perché prova del genio e della potenza umana e perciò degna di essere raffigurata, e non solo come oggetto inanimato costituito da parte meccaniche, bensì come dotata di spirito. E’ questo spirito che i pittori desiderano riprodurre, senza il quale le loro opere sarebbero mere imitazioni di leggi scientifiche.

Insomma, secondo questi intellettuali nulla c’è di più affascinante della meccanica e non renderla oggetto della propria arte sarebbe un anacronismo: essa rappresenta il fulcro dell’evoluzione e del pensiero moderno. Marinetti, Boccioni, Carrà, Balla e Depero, principali esponenti della corrente futurista, incitano ad «aprire le gabbie della costrizione» che da secoli relegavano il linguaggio letterario, artistico e musicale, per arrivare a coinvolgere i più svariati ambiti della ricerca, che adesso appaiono illimitati: arredo, oggettistica, scenografia, editoria, grafica pubblicitaria, persino la moda.

In corrispondenza con le loro teorie-guida l’arte diventa una missione quotidiana, che trova dimora anche nelle case dei futuristi. Quelle case diventano veri e propri autoritratti dinamici, racconti di energia vitale: sono esse stesse un’icona dell’estetica meccanica che ispira la poetica e la concezione futurista. Evidente risulta la ricerca di nuovi stili e nuovi materiali, la preferenza per la geometria, per la meccanica, l’esaltazione del progresso.

Tra queste dimore spiccano quelle di Giacomo Balla e Fortunato Depero.

Balla trasforma in laboratorio la sua abitazione a Roma. «Rinnoviamo gli ambienti, si rinnoveranno le idee» ripeteva l’artista. L’abitazione venne aperta al pubblico, visitabile nei giorni stabiliti, con una guida tutta speciale, costituita dall’artista in persona.

Fortunato Depero, invece, a Rovereto, sua città natale, fonda una ‘casa futurista’ già nel 1919, dotata di arredi modernissimi, che mescolano materiali cangianti ed eterogenei in un caleidoscopio di forme geometriche e meccaniche.

Il museo a lui dedicato, istituito dallo stesso artista nel 1957 sempre presso la propria città natale, è l’unico museo fondato da un futurista in Italia: ricchissimo, comprende più di 3.000 oggetti ed è stato curato da Depero in ogni suo dettaglio, a partire dai mosaici fino a grafiche e giocattoli.

Questo artista condensa in sé e nei suoi lavori l’intero spirito futurista, che tocca tutti gli ambiti del quotidiano e non: dalla pittura alla realizzazione di immobili e di giocattoli-automi dalle figure spigolose, fino alla produzione di marionette per i balli plastici e cartelloni pubblicitari.

Uno sguardo alla sua produzione manifesta quella che è la fusione tra visione metafisica, arte e scienza, un intreccio da sempre esistito nella storia ma portato all’apice dagli avanguardisti della corrente futurista.

Marta Casuccio

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