La locomotiva di Satana a Bologna

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

Nel settembre 1863, all’età di 28 anni, Giosuè Carducci scrive l’inno A Satana, nel quale si scaglia contro l’oscurantismo religioso a favore del mito positivista del progresso.

All’indomani della nascita del Regno d’Italia Giosuè Carducci era il titolare della prestigiosa cattedra di Eloquenza – poi divenuta di Letteratura italiana – dell’Alma Mater Studiorum, l’università di Bologna, il ruolo per cui è più celebre e ricordato e che non lascerà fino al 1903.

Il clima culturale della città lo spinse ad entrare fin dal 1861 a far parte della massoneria. Tra i ranghi della società segreta, anche grazie alle letture di autori stranieri come Hugo e Proudhon, Carducci iniziò a pensare alla Chiesa come ostacolo del progresso e portatrice di un pericoloso oscurantismo.

Il titolo dell’inno, A Satana, si rifà ironicamente alle parole spese nei confronti della modernità dai reazionari, che attribuivano proprio al demonio ogni tipo di progresso. Carducci fa propria questa definizione, proveniente in gran parte dagli ambienti clericali, e rende Satana il portatore positivo del progresso.

Scritto in una veste classicheggiante e piena di colti riferimenti, l’inno (quartine di quinari in rima alternata) dipinge il demonio come il portatore della libertà di pensiero, del piacere e della gioia di vivere, contrapponendolo alle pratiche oscurantiste del Medio Evo ecclesiastico.

L’antichità classica e il Rinascimento si fondono, secondo una visione tipicamente ottocentesca, bollando il Medio Evo a periodo di alchimisti, streghe e maghi, un periodo di regresso tecnologico e guidato dai dogmi della Chiesa Cattolica.

Gli eretici condannati dalla Chiesa romana nei secoli dell’oscurantismo denunciati da Carducci, tra cui Savonarola, Hus e Lutero, diventano i messaggeri di Satana, i portatori di una libertà di pensiero e di un progresso logico-scientifico che la Chiesa ha voluto mettere a tacere.

Nelle strofe finali dell’inno, subito dopo la dichiarazione “Satana ha vinto” [1], a simbolo del progresso positivista e laico viene preso “Un bello e orribile mostro” [2]: la locomotiva. Questa macchina diventa compendio e vertice delle conquiste tecnologiche, un mezzo di trasporto capace di viaggiare veloce come nessun altro.

In anni più maturi, il futuro premio Nobel per la letteratura ha definito il proprio componimento una “chitarronata“, forse frutto dello spirito battagliero e intransigente tipicamente giovanile.

Una “chitarronata”, letteralmente questa volta, è anche la canzone di Guccini intitolata proprio La locomotiva, una macchina che anche nelle strofe del cantautore viene definita un “mostro strano” capace di percorrere velocissima distanze immense.

Così Carducci e Guccini si incontrano nelle sale d’aspetto della stazione di Bologna con le loro “chitarronate” sulla locomotiva, una macchina che, così come attraversa la pianura, riesce ad attraversare i tempi, rimanendo un eterno simbolo del mito del progresso.

Giordano Coccia


[1] Giosuè Carducci, A Satana, v. 168.
[2] Ivi, vv. 169-170.

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