La donna cannone: trovare la bellezza in un mondo brutto

Con La donna cannone (1983), Francesco De Gregori è riuscito a dare dignità artistica e romanticismo ad un mondo in cui tutto era considerato brutto e sporco.

Provate a immaginare un circo itinerante di inizio ‘900. Un tendone sudicio, attrazioni che oggi verrebbero definite semplicemente mostruose: nani, gobbi, gemelli siamesi, un direttore che per il tintinnio di qualche moneta maltratta animali e mette in mostra i suoi fenomeni da baraccone. Dove sta la bellezza in tutto questo? Nascosta dietro il sipario? Nelle risa sdentate e sguaiate del pubblico? Nei carri quando ripartono senza trovare mai un posto da chiamare casa?

Questo mondo sembra avaro di bellezze, di ogni sorta, ma forse va visto solo con gli occhi giusti, perché in fondo è sempre vero che la bellezza, quella autentica, sta negli occhi di chi guarda.

Quello che meglio di tutti ha intravisto un barbaglio, una storia degna di essere raccontata pescando nel torbido di questo mondo è Francesco De Gregori, che con La donna cannone, uscito in un QP del 1983, è riuscito a regalarci un pezzo che ha piantato le tende nel cuore di tutti, e da lì ancora nessuno è riuscito a spostarlo.

Il cantautore ha rivelato di aver preso ispirazione per il suo pezzo da un articolo di cronaca che così recitava: «Siamo agli inizi del Novecento, in uno di quei capannoni destinati ai circensi. In uno di quegli attimi morti, mentre la gente va via dal circo, mentre gli artisti riposano le stanche membra, due occhi si incrociano due anime sentono di doversi amare. Ma la regola lo vietava. Non avrebbero potuto esaudire il loro puro desiderio di condividere le proprie emozioni con l’altro perché “le regole del circo” non consentivano. Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò…»

Da questo spunto, da questo circo fatiscente che entra in crisi dopo la scomparsa della sua stella, De Gregori è stato capace di tirare fuori una delle storie d’amore e morte più cantata degli ultimi 30 anni.

Perché la donna cannone della canzone, come quella della realtà, scappa dalla sua vita opprimente e vagabonda, scappa per amore, per un sogno che solo lei vede e per il quale è disposta a rinunciare a tutto. Vuole scappare dalla bruttezza del suo mondo che qui, con De Gregori, trova motivo di esistere in musica. Perché pensandoci bene, forse non è il coraggio della donna tanto determinata che ci sorprende, ma il fatto che tanto coraggio giunga da un personaggio così basso. La donna cannone. È un titolo quasi comico. Cosa ci si aspetta da una donna cannone? Piroette, qualche sorriso, una vita povera e senza dimora fissa. Ma è tutto qui?

La vera bellezza della canzone è riuscire a mettere in bocca e nel cuore di un personaggio del genere sentimenti che forse andrebbero attribuiti piuttosto a una ninfa. De Gregori mette la tragicità di una valchiria del melodramma in un personaggio ancor meno che popolaresco, ricordandoci che non solo gli eroi tragici e i portatori del Bello possono provare sentimenti nobili, ma anche, e forse soprattutto, coloro che vengono additati per la loro bruttezza.

La donna cannone, dal basso del suo mondo brutto, diventa così un esempio da seguire, un sogno d’amore mai realizzato che va incontro alla morte piuttosto che farsi costringere dalle pareti polverose e claustrofobiche di quel cannone.

Marcel Proust diceva «lasciamo le donne belle agli uomini senza immaginazione», e da qui si può forse cogliere il talento di De Gregori, che con il suo successo, ha trovato la bellezza in un mondo deriso e denigrato da tutti.

Giordano Coccia

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