Feriti a morte da Raffaele La Capria

Capolavoro del 1961 di Raffaele La Capria, Ferito a morte si cala nel tempo onirico del ricordo e del suo riverbero nel presente della Napoli anni Cinquanta, alla ricerca della “bella giornata”.

Fotografia di Guido Riunno

Ferito a morte (1961) di Raffaele La Capria si apre sul tempo del sogno. Il protagonista Massimo De Luca sta mirando a una grossa spigola – la Grande Occasione -, ce l’ha a tiro ma la Cosa Temuta si ripete, «una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona» [1] e la spigola si dilegua diventando la Grande Occasione Mancata. Nel simbolo della caccia marina e dell’impotenza che ne deriva sono racchiusi i ricordi giovanili di Massimo, che condizionano inevitabilmente il suo presente: lo slancio, la resa, il desiderio vivo perché inesaudito, la bionda coda di cavallo di Carla Boursier «in un mattino tutto luce […] per sempre lontanissima».[2]

Carla rimpianto di una vita, simbolo di una giovinezza che non ingrana e disillude quando Massimo sta per farci l’amore la notte di Capodanno del 1949 e non ci riesce. Il sentimento di Massimo eccede l’atto, un’intensità che inibisce. Vedere Carla partecipe del suo desiderio quasi lo insospettisce e la volontà si incrina nel dubbio e nel timore. «Quel tremito, morte che non potevo controllare, è niente non ci badare, non rassomigliava all’amore, e allora perché per troppo amore ti puoi straniare a tutto per sempre?». [3] Quanto non successo quella notte diventa così il leitmotiv dello stallo di Massimo, la ragione per cui non parte né resta davvero. Questa incapacità di razionalizzare l’evento lo colloca in una soglia di attendismo sofferto mentre gli anni – «quanti anni? bruciati in una sola notte per gioco, il gioco di Carla» [4] – scorrono uguali.

È l’estate il momento in cui si consuma la nostalgia e la ricerca della bella giornata, in cui si è maggiormente esposti al sentimento ineludibile del “tutto-accaduto-una-volta-per- sempre” [5], una sorta di autodistruzione «cioè un piacere squisitamente meridionale» [6]. Due giornate, una del ’54 e una del ’60, sono i poli entro i quali si organizza la struttura del romanzo, ma il passato entra e fuoriesce dal presente come la narrazione dai pensieri di Massimo.  

Si affastellano voci ed esperienze, clamori e rinunce. La polifonia che trama le pagine pare un chiacchiericcio lontano, come di chi recepisce lo svolgersi della giornata da una distanza ravvicinata. La stessa dalla quale, il giorno prima della partenza per Roma nel ’54, Massimo ascolta il cicaleccio della borghesia che affolla il Circolo Nautico: le parole e i fatti gli arrivano filtrati da un doloroso tappo all’orecchio, promemoria di un tuffo quasi definitivo nel Golfo di Napoli.

L’atmosfera del capolavoro di Raffaele La Capria , vincitore della XIV edizione del Premio Strega, è immersa nel tempo sospeso di una città che «ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme» [7]. I suoi personaggi si muovono nella zona liminare tra affrancamento e cedimento alla Foresta Vergine, tutti irrimediabilmente attraversati da un’intelligente e viva malinconia. In alcuni, come per Gaetano che decide di partire per Milano, si tramuta in rabbia e desiderio di rivalsa; in altri, come per Sasà e Ninì, nella scelta panica di fondersi con il paradise lost napoletano.

A caratterizzarli è la nostalgia, deragliata tanto nella sfrenatezza quanto nella fuga verso il progresso. Stanno al mondo punti nel loro personale dolore e per esso si dimenano, partono o restano, così come si anima il polpo catturato da Glauco che «pare la cosa più viva del mondo, inguaiato com’è». [8]

Giulia Annecca


[1] Raffaele La Capria, Ferito a morte, Milano, Mondadori, 2021 (I ed. Bompiani 1961), p. 5
[2] Ivi, p. 5-6
[3] Ivi, p. 106
[4] Ibid.
[5] Ivi, p. 107
[6] Ibid.
[7] Ivi, p. 95
[8] Ivi, p. 31

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