Ultimo Tango a Parigi: la filosofia erotica oscena di Bertolucci

Denunciato per oltraggio al pudore e oggetto di un’inchiesta giudiziaria durata oltre 15 anni, Ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972) è una storia di passione, forse la storia di passione per eccellenza, che scardina ogni convenzione, all’insegna della rivoluzione sessuale.

Nato e consumato tra le mura di un vuoto appartamento di Parigi, l’amore del malinconico cinquantenne Paul (Marlon Brando) e della giovane borghese Jeanne (Maria Schneider) si profila come un disperato tentativo di fuga in un mondo che nulla ha a che vedere con la realtà esterna. A suggerirlo, fin dall’inizio, è proprio il regista, che sceglie di ambientare la vicenda nella via intitolata all’iniziatore del genere fantasy francese ed emblema dell’immaginazione, Jules Verne.

Il paradigma amoroso cui si è abituati, in cui l’amore è un processo che passa attraverso la reciproca conoscenza, viene totalmente rovesciato. La filosofia erotica di Bertolucci emerge soprattutto nel secondo dialogo tra i due amanti. Paul impone la non conoscenza, ambisce ad essere assoluto, totale, lasciando fuori dal rapporto con Jeanne tutto il resto: la sua storia, la sua vita, persino il suo nome. «Non abbiamo bisogno di nome qua dentro. Dimenticheremo ogni cosa. Tutto ciò che sappiamo. Tutto. Cose, persone, gli altri. Tutto ciò che siamo stati. Gli amici, la casa. Dobbiamo dimenticare ogni cosa, ogni cosa».

Le storie, tuttavia, inevitabilmente affiorano e l’illusione di un mondo così lontano dalla realtà si spezza, arrivata al suo culmine dopo poco più di quarantott’ore, (Un giorno e una notte e un giorno e una notte era il titolo inizialmente pensato per il film). Quando i due si incontrano fuori dall’appartamento, tutto il loro rapporto crolla, rivelandosi una costruzione insostenibile.

Messo di fronte al drastico rifiuto di Jeanne, Paul si lascia disperatamente andare urlandole ogni dettaglio di sé, ma è qui che perde tutto il suo fascino, rivelandosi nient’altro che un uomo che nella vita non ha più nulla. «Ti amo, voglio sapere il tuo nome» arriva ad implorarle ubriaco, dopo avere inseguito Jeanne fino alla casa della sua famiglia. Ed è proprio mentre lei pronuncia il suo nome che gli spara, quasi a sancire la verità di quello di cui era stata avvertita: «niente nomi».

La fuga dalla realtà di Paul e Jeanne è pura rappresentazione dell’estetica del sublime, di qualcosa di talmente bello, o anche di talmente brutto, che anche quando incanta genera inquietudine: è abnorme, va al di là, va oltre («orrore dilettevole», scriveva Kant). I due amanti sperimentano questa sensazione, portando alle estreme conseguenze l’essenza del melodramma, dell’amore impossibile.

Matilde Silvestri

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