La Roba che rende servi: il circolo vizioso del contadino avaro

La Roba venne pubblicata all’interno delle Novelle Rusticane (1883) dalla mano dell’autore Giovanni Verga. Il racconto tratta il tema dell’attaccamento materiale come metafora di inconsistenza e fallimento.

La Roba
Fotografia di Manuel Monfredini

Mazzarò è un umile contadino siciliano, il quale per molti anni ha prestato servizio nei campi per conto del proprio padrone. Dopo avere subito fatiche immani, l’agricoltore sfrutta la propria furbizia per ottenere un immenso patrimonio: ben presto Mazzarò possiede “tanta roba”, ovvero “tante terre”, come recita il dialetto della sua Regione.

L’uomo diventa completamente schiavo della propria avarizia e nonostante l’enorme ricchezza ottenuta dai molteplici possedimenti, non riesce a godere della nuova condizione di vita in quanto fortemente attaccato alla propria roba. Conduce pertanto un’esistenza senza vizi né soddisfazioni, lasciandosi stremare dall’ossessione di avere sempre più. Incapace di gestire la propria dipendenza monetaria e in assenza di un affetto in cui poter trovare sostegno, Mazzarò in età anziana, ucciderà le proprie bestie affinché la sua roba muoia con lui.

La novella è inserita in quel periodo storico caratterizzato dallo sviluppo dell’economia capitalista, vissuta da un autore di estradizione agraria. Questo comporta da parte di Verga una visione pessimista nei confronti dell’industrializzazione, designata come un sinonimo di avidità ed egoismo.

A caratterizzare (e forse anticipare l’epilogo) Mazzarò è la sua mentalità monomaniaca, per la quale il nuovo imprenditore non riesce a distaccarsi da quella che era stata la sua vita da contadino: abituato a prestare servizio per numerose ore al giorno, senza pause, il protagonista non riesce ad allontanarsi da questa condizione e si ritrova dunque a vivere in un loop. Mazzarò non è capace di godere della propria ricchezza e lasciarsi abbracciare da un’esistenza indubbiamente più agiata: è invece schiavo, quasi in una sorta di rapporto auto-feudale, dell’ossessione per la produzione, abituato com’era prima ad essere la manodopera.

Ne deriva che la roba è indice non più di un lusso, ma di una condizione di deterioramento dell’anima e della serenità umana: Mazzarò non riesce più a trovare un equilibrio, si sente padrone di tutto e al tempo stesso in necessità di possedere sempre di più. La mancanza di una famiglia, inoltre, spezza completamente la personalità del protagonista portandolo ben presto a sentirsi attaccato alla propria roba, senza essersela però mai goduta.

L’epilogo tragico e la follia che stritola Mazzarò, non sono altro che ulteriori conferme di come l’uomo si sia trasformato nel proprio padrone, affermando una certa avidità ma riducendo sé stesso, di nuovo, a servo.

Manuela Spinelli

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