L’inganno della bramosia: Caino uccide se stesso

André Wénin (Da Adamo ad Abramo, 2008) legge l’episodio di Caino e Abele (Genesi, 4) come il trionfo fuorviante dell’avidità, che uccide chi è vinto e chi vince.

Fotografia di Moira Mariani

Caino e Abele rappresentano un archetipo di una relazione talmente veritiero da testimoniare, nella sua antichità, una realtà estremamente attuale. La loro storia è narrata nel libro che, posto all’incipit della Bibbia, descrive le origini dell’uomo: è tra le pagine della Genesi che si trovano caratteri e dinamiche che costituiscono – antropologicamente e non biologicamente – il nucleo originario dell’essere umano. Quando nel quarto capitolo di Da Adamo ad Abramo André Wénin analizza la rivalità di Caino nei confronti di Abele, egli descrive una dinamica innata nei rapporti umani, di cui il narratore biblico conosceva già l’eterna validità.

Caino, figlio primogenito di Adamo ed Eva, rappresenta per quest’ultima una rivincita verso il possesso che il compagno esercita nei suoi confronti: la donna è soggiogata da un rapporto che la vede come oggetto, succube di un’autorità, e per colmare questa frustrazione accoglie il figlio come un suo possesso. Caino viene dunque al mondo in un rapporto di fusione incestuosa con la madre, all’interno del quale non c’è posto per un terzo: il padre è l’altro, il diverso che viene escluso da una relazione ripiegata in se stessa. La bramosia che spinge Eva a volere il figlio solo per sé è la stessa che ha portato la donna ed Adamo a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza: non accettare il diverso è non accettare il limite di se stessi, di quello che va al di là di sé e che non è dato conoscere. L’essere umano brama, invece, di eludere ogni limite, di possedere tutto – conoscenza o essere vivente che sia – per giungere ad una totalità. In quest’ottica l’altro, se non è oggetto di possesso, può essere solo un rivale nella corsa a fagocitare tutto: la sua esistenza è incompatibile con quella del soggetto, o vive l’uno o vive l’altro, in un rapporto letale di aut-aut.

Quando Abele arriva nella famiglia gli è attribuito un nome che in ebraico significa “fumo, vapore, vanità”, a significare che egli è solo un’aggiunta: non ha peso nel bilancio affettivo della famiglia. «Insomma, da un lato abbiamo un figlio portato alle stelle, perché colma il desiderio di sua madre, agli occhi della quale è un semidio; dall’altro, un fratello che esiste appena, che non è all’altezza» [1]. L’arrivo di Abele avrebbe potuto smontare e sanare il rapporto fusionale in cui Eva aveva intrappolato Caino, ma, così come era capitato con Adamo, non c’è posto neanche in questo caso per un terzo, la cui esistenza cade nella più totale indifferenza. I due fratelli, inoltre, – l’uno coltivatore e l’altro allevatore – avrebbero potuto scambiarsi i frutti dei propri lavori, ma vivono nella completa estraneità l’uno all’altro.

La situazione cambia quando, di fronte alle due offerte dei fratelli, Dio accoglie quella di Abele e non quella di Caino: quest’ultimo vi legge un’ingiustizia intollerabile alla quale, nonostante l’invito di Dio a parlare, non troverà altra soluzione che l’omicidio del fratello. Caino è accecato dall’invidia – «una forma relazionale della bramosia» [2] – e vede solo quello che a lui manca e di cui, invece, il fratello gode: la competizione si fa stretta e Caino non tollera vivere, se Abele non muore. Non c’è mezza misura o compromesso nella relazione di rivalità: l’altro è un avversario, che si deve uccidere, se si vuole vivere.

È interessante notare che «il geloso vive il proprio sentimento […] come una sventura subita. […] E Caino ha ragione nel vedere così le cose, poiché è veramente una vittima. Non di quanto può percepire come un’ingiustizia di Adonai [n.d.r. Dio], quanto piuttosto di una violenza fin qui indolore per lui, nella misura in cui ha preso le sembianze di un amore materno senza limiti. È questa la violenza alla quale Adonai cerca di sottrarlo. […] E la sofferenza che Adonai provoca imponendogli il limite e mostrandogli il fratello, risulta in realtà dall’ingiustizia […] subita inconsapevolmente da Caino» [3]. Dio, rifiutando l’offerta di Caino e accettando quella di Abele, richiama il primo all’esistenza del secondo, nell’intento di aprire «una breccia in questo rapporto fusionale in cui Caino è invischiato, offrendogli una possibilità di apertura all’alterità. Se, grazie a questo, Caino esce dal guscio relazionale, potrà aprirsi a un fratello, e attraverso lui, a un mondo di relazioni» [4].

La sofferenza di Caino diventa così «il luogo della scelta» [5] per la sua stessa vita: potrebbe acconsentire al limite che Dio gli pone, per aprirsi all’accoglienza dell’altro, ma finisce per cedere alla bramosia di cui è erede, nei confronti della quale però avrebbe ancora la capacità di riscattarsi. Caino lascia, invece, che la stessa avidità che aveva vinto i genitori nell’Eden abbia la meglio su di lui e, a giustizia del suo crimine, Dio lo condannerà alla sterilità del suolo che coltiva, destinandolo ad errare per il resto dei suoi giorni.  

La rivalità pura uccide e non può che risolversi in morte per entrambi gli avversari: l’altro è condizione di vita imprescindibile per l’uomo, purché ci sia un rapporto di accoglienza e non di rifiuto. Caino uccide Abele e così facendo provoca, in realtà, la morte di se stesso: «colui che elimina suo fratello perché vede in lui un concorrente, un importuno, può forse trovare se stesso? […] È la relazione con l’altro che consente all’essere umano di diventare quel che è, ponendolo contemporaneamente a confronto con la sua alterità e con un’alleanza che articola le differenze. Se è così, eliminare l’altro non è forse, in un certo qual modo, attentare alla propria vita, scegliere una forma di morte anche per sé? Qui si trova la maledizione di Caino: senza fratello, è ormai “smarrito” e, quindi, “errante”, in cerca di se stesso» [5].

Alice Dusso

[1] André Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008, p. 100.
[2] Ivi, p. 104.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, p. 103.
[5] Ivi, p. 110.

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