Nel sonno domenicale della Resistenza

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

Nel sonno è una poesia di Vittorio Sereni contenuta nella raccolta Gli strumenti umani, pubblicata nel 1965. La raccolta narra di come il poeta vive il proprio personale dopoguerra, dopo aver vissuto durante il conflitto dei periodi di prigionia nel Nordafrica.

La lunga poesia di Vittorio Sereni (1913-1983), si apre con un immaginato dialogo dell’autore con se stesso, in una condizione quasi di dormiveglia. Si sentono in lontananza i passi di un gruppo di partigiani condotti a morire. Anche se sono pronti a morire e ad essere presto dimenticati nel buio della morte, i loro passi risuonano a lungo, arrivando a superare il tempo e conficcandosi nella memoria collettiva.

Significativo in questa prima parte è il “Tardi” (I, v. 1) che dà inizio a tutto il componimento. Sereni, infatti, si rende conto tardi del sacrificio e dei gesti della Resistenza, e ne riconosce l’importanza solo vivendo i drammatici anni del dopoguerra.

E la condizione post-bellica, allora, viene ritratta da Sereni attraverso alcune scene di vita che dimostrano come i valori della Resistenza, la giustizia sociale in primis, siano stati nei fatti traditi da chi alla guerra è sopravvissuto.

Dopo le prime elezioni, infatti, una voce sommessa, fuori campo, come fosse una coscienza popolare dichiara: “Eccoli i soli sconfitti, i veri vinti…” (II, v. 9) Il poeta si riferisce qui ai lavoratori, che non hanno ottenuto nulla dalle elezioni e dalle promesse elettorali. Ecco allora che i valori dei partigiani spariscono, dopo il voto, insieme ai manifesti elettorali laceri.

L’Italia del dopoguerra è allora una canzonetta d’amore, un conformismo inamidato e piccolo-borghese che impara a convivere con il proprio verme e la propria corruzione. Spuntano dal marciume di questo periodo delle scene di violenza gratuita, una violenza che esprime meglio di ogni cosa il tedio della nuova Italia, ormai lontana dalle movenze partigiane.

Nella quinta parte della poesia si crea una distinzione netta fra “L’Italia, una sterminata domenica” (V, v. 1) , e il “giardino” (V, v. 11) dove si rifugia il poeta. Da questo Eden arrabattato e poco popoloso rimangono fuori le economiche e sfreccianti motorette e i domenicali riti collettivi, segni che fanno dichiarare al poeta: “Non lo amo il mio tempo, non lo amo” (V, v. 9).

Questi riti, come nella migliore tradizione italiana, hanno al centro gli eventi sportivi: il campionato di calcio appena concluso e il Giro d’Italia in corso, ma finiti quelli si profila un’inquietante domanda per il conformismo imperante: “E dopo, che fare delle domeniche?”(V, v. 7)

Sereni cerca conforto in questa Italia che ricorda quella metà giardino e metà galera di De Gregori, ma si rende conto che le ferite lasciate aperte della Resistenza rimarranno insanabili, ormai impietrite e solidificate nelle lapidi immobili dei caduti.

La condizione liminare del dormiveglia è caratteristica di tutta la raccolta di Sereni e si rifà in gran parte alla tradizione della Commedia dantesca. In entrambi i testi, infatti, il sogno racchiude una rivelazione, un momento di verità che possa far guardare con occhi diversi la realtà quando si torna svegli.

Giordano Coccia


Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Milano, Il saggiatore, 2018, pp. 103-107

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