I notturni di van Gogh tra realtà e poesia, sentimento e scienza

Fotografia di Giorgia Ciuffini

Osservando la produzione artistica di Vincent van Gogh salta subito all’occhio la gran quantità di tele raffiguranti cieli notturni. Non è un caso: il pittore era affascinato dalla notte, momento della giornata nel quale ci si può maggiormente dedicare alla riflessione e alla riscoperta interiore. 

Spesso le protagoniste indiscusse dei quadri sono le stelle, che Van Gogh vedeva come “puntini” di una mappa che potessero collegare cielo e terra. Questa visione è dovuta ad un profondo senso religioso, che è stato radicato nell’artista fin dalla sua prima giovinezza a causa della propria educazione. In uno dei passi delle numerose lettere che Vincent mandava al fratello Theo e all’amico Bernard l’artista afferma: «semplice e sarebbe giusto, per le terribili cose che accadono durante la vita, se questa esistenza avesse un altro “emisfero” invisibile ma vero, dove uno arriva quando muore. […] La speranza è nelle stelle, e la Terra è un pianeta, e di conseguenza una stella o un corpo celeste» [1].

Tra le innumerevoli opere di notturni, alcune sono divenute delle icone mondiali, in primis la Notte stellata, oggi conservata al Museum of Modern Art di New York. Il dipinto è stato realizzato nel 1889, anno della permanenza di Van Gogh presso la clinica psichiatrica di Saint-Remy de Provence, dove era stato internato a seguito dell’episodio della mutilazione, a opera dello stesso artista, del proprio orecchio. Il soggetto è un panorama visto alla luce nottura, lo stesso che Vincent vedeva dalla finestra della propria stanza nella clinica. 

La veduta è ripresa dalla realtà ma non senza tante e varie rielaborazioni, tra cui ad esempio il paese raffigurato (somma di edifici di paesini olandesi), ma soprattutto la parte superiore del dipinto, che raffigura i moti degli astri come delle immense spirali dotati di un’enorme forza emotiva. Eppure, una serie di studi astronomici ha riconosciuto proprio in essi la rappresentazione del cielo la notte del 23 maggio del 1889, presunta data d’esecuzione della tela; si possono inoltre distinguere la stella di Venere, cosiddetta “stella del mattino”, e la costellazione dei pesci. 

La Notte stellata è allo stesso tempo realistica ed onirica fin quasi ad avvicinarsi al simbolismo e all’astrattismo. L’autore ha fortemente interiorizzato quello che stava rappresentando, rendendo il suo dipinto non soltanto una raffigurazione paesaggistica ma anche uno specchio della sua anima, dei suoi turbamenti, dell’inquietudine di fronte all’immensità del cosmo. Il tutto reso perfettamente dal contrasto dei colori utilizzati: il blu cobalto e il giallo zinco.

Un cielo notturno altrettanto illuminato dal chiarore delle stelle, in questo caso misto all’illuminazione artificiale, lo si trova anche nell’opera di Van Gogh Notte sul Rodano (oggi al Musèe d’Orsay di Parigi), che riporta alla mente la rappresentazione paleocristiana dei notturni (basti pensare ad esempio al soffitto del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna). Si tratta di una tela realizzata quando il pittore si trovava già nella cittadina di Arles, dove si era trasferito con il collega e amico Paul Gaugin e dove amava fare passeggiate notturne da cui veniva costantemente ispirato (Notte sul Rodano è stato infatti realizzato solo a pochi mesi da Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles).

Come nella Notte Stellata, anche nella Notte sul Rodano le coordinate spaziali e temporali sono state studiate dagli astronomi e, pure stavolta, questi hanno trovato un riscontro: si tratta della notte tra 29 e 30 settembre del 1888. Vi è un unico errore nella rappresentazione dei “puntini”: la costellazione dell’Orsa Maggiore. È plausibile che il cielo notturno fosse cambiato nel corso del lavoro del pittore oppure che questi si sia concesso una licenza artistica e abbia consapevolmente “deformato” questa costellazione. È stato persino ritrovato il punto esatto da cui Van Gogh deve avere osservato il paesaggio e dato vita alla propria opera, sulla sponda orientale del Rodano.

Infine, persino tra uno degli ultimi dipinti del pittore olandese è raffigurata una scena notturna: si tratta di Campo di grani con corvi, conservato presso il Van Gogh museum di Amsterdam. Il cielo qui è chiaramente un mezzo espressivo con cui Van Gogh esterna i propri sentimenti; la presenza dei corvi e i colori cupi sono ulteriori elementi che indicano come questa tela sia un preludio del suo suicidio. Sempre è presente il contrasto dei colori giallo e blu, ma stavolta non vi è più la lucentezza che caratterizzava gli altri dipinti, sono i toni più scuri ad avere la meglio, e anche le pennellate sono più vorticose e più violente. Questo quadro è sì la raffigurazione di un paesaggio ma è anche e soprattutto un grido di sofferenza da parte dell’autore, tanto da poter essere considerato un testamento artistico e morale

Marta Casuccio


[1] Vincent van Gogh, Lettere a Theo

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