La funzione sociale della ferocia in Angela Carter

Ne La camera di sangue, racconto eponimo della raccolta uscita in UK nel 1979, Angela Carter rifunzionalizza la fiaba di Charles Perrault per esplorare il percorso di formazione di una ragazza che costruisce la propria identità in relazione al disvelamento e alla rottura dei meccanismi di potere in cui è immersa.

Fotografia di Ramy Kabalan

La fiaba è un genere letterario intrinsecamente ibrido, la cui forma non è mai del tutto definitiva. Di una fiaba possono circolare più versioni, in cui l’elemento costante e cardine che organizza il discorso narrativo viene gestito in maniera diversa a seconda degli usi, costumi e finalità da cui si avvia il racconto.

L’uso postmoderno che Angela Carter fa della fiaba nella raccolta La camera di sangue, pubblicata per la prima volta nel Regno Unito nel 1979, rifunzionalizza il carattere pedagogico del genere e il suo intento folklorico, quello di critica nei confronti della società e di emancipazione per il popolo. In questo modo, i racconti che formano il volume mirano a svelare i meccanismi di potere che regolano le società occidentali, le sovvertono polemicamente sfruttando i loro stessi strumenti e restituiscono la voce ai soggetti marginali, in particolare alle donne. La lente carteriana, infatti, si concentra soprattutto sulla normalizzazione del ruolo della donna in una società di stampo patriarcale ed eteronormativa. È una riflessione che interessa gli anni contemporanei alla scrittura dei testi, perciò il cronotopo di gran parte delle fiabe di Carter è rinvenibile nell’Inghilterra degli anni Sessanta e Settanta.

Tuttavia, il racconto La camera di sangue ha un setting diverso. La fonte primaria è, infatti, Barbablù di Charles Perrault, di cui Carter ripristina l’ambientazione francese, seppur calata in un contesto di modernità prossima (se non proprio coeva). Barbablù è una fiaba che si presta particolarmente a plurimi riusi e letture, per via della molteplicità di alcuni elementi che permettono di incidere il récit secondo diversi tagli prospettici. Carter, come sottolinea il titolo del racconto, sceglie di focalizzarsi sull’elemento della camera proibita, l’unica stanza il cui accesso è impedito alla protagonista.

La protagonista è una giovane ragazza di umili origini che vive a Parigi. È stata cresciuta dalla madre, famosa per aver stanato una tigre in Indocina anni addietro, e dalla governante. Sa di starsi sposando per interesse pratico ed economico. Il suo futuro marito è infatti un facoltoso uomo di mezza età che lungo il corso della sua vita ha contratto diversi matrimoni. Egli lavora nel campo degli affari, ha origini nobili e vive in un enorme e oscuro castello dove la protagonista si trasferisce appena sposata. Tra i due, quindi, c’è una profonda differenza di formazione umana ed economica. Nel frame sociale della storia quella di lei, al femminile e monetariamente precaria, è sicuramente marginale rispetto a quella di lui. La protagonista è cosciente che agli occhi dello sposo il suo unico punto di valore è il proprio corpo, inteso come merce di scambio per l’ascesa a condizioni di vita apparentemente migliori. Infatti, il potere, di cui lui è rappresentante, passa in primis dal controllo e soggiogamento dei corpi.

Nonostante l’aspetto fisico e gli atteggiamenti dell’uomo siano respingenti, la ragazza n’è attratta allo stesso tempo. Vive con curiosità e desiderio sessuale l’approssimarsi della prima notte di nozze in cui perderà la verginità e inizialmente i doni del marito allertano positivamente i suoi sensi.

Sin dall’inizio della narrazione, la disposizione cromatica dei diversi dati è una spia stilistica che rivela il carattere di freddezza e violenza dell’ambiente in cui la protagonista si trova a vivere. La collana di rubini che il marito vuole che lei indossi è paragonato al nastro rosso che verso la fine del Settecento si diffuse come moda tra le donne francesi, a ricordo dei recenti tempi ghigliottinari. Il rosso, nella fiaba carteriana, viene così ad essere simbolo e premonizione di ferocia. Invece, al bianco dei gigli che riempiono il castello e al pallore algido del corpo di lui è associata la durezza dei propositi di violenza che ammorbano le stanze della dimora.

Agli occhi della protagonista è chiaro sin da subito che nel castello l’eros è compagno di thanatos. Il sesso consumato col marito e gli indizi della sopraffazione erotica maschile che ella scopre gradualmente nella dimora sono, difatti, connotati in senso mortuario. Consegnare alla ragazza un mazzo di chiavi, proibendole l’accesso a solo una delle stanze che queste chiavi aprono, è il gioco manifestamente letale in cui l’uomo vuole incastrarla.

Pertanto, il fatto che la scelta di Carter ricada sulla focalizzazione della stanza proibita e il ricorso alla voce della ragazza come narratore autodiegetico e dissonante è sintomatico della centralità dell’esperienza della protagonista come perno dell’organizzazione narrativa. L’eroina vive la sua iniziazione decidendo di aprire la stanza a lei interdetta. Sceglie di confrontarsi con una morte violenta perché ha intuito cosa l’aspetti dall’altra parte della porta. A muoverla, dunque, non è la curiosità bensì il coraggio e il desiderio di imprimere la propria strada in autonomia, non sottomessa alla volontà e al potere del marito.

Angela Carter, dunque, recupera la funzione di critica sociale della fiaba. Il confronto con la ferocia dell’esperienza umana è il fuoco attraverso il quale la protagonista deve passare per autodeterminarsi e potersi dire libera.

Giulia Annecca

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