Werner Herzog: la natura e il furore di Dio

In Aguirre, furore di Dio (1972), Werner Herzog propone la propria concezione della Natura in tutta la sua atrocità. La furia e la pazzia di Aguirre, unite al suo circostante, restituiscono la cupa visione del regista sia sull’essere umano sia sull’oscura entità, la Natura, di cui l’uomo costituisce il riflesso.

Fotografia di Greta Rovere per l'articolo "Werner Herzog: la natura e il furore di Dio" di Andrea Faraci
Fotografia di Greta Rovere

Liberamente ispirato alla storia di Lope De Aguirre, il capolavoro di Werner Herzog racconta la surreale ed inquietante odissea del omonimo conquistador alla ricerca di El Dorado.

Dopo che l’ingente spedizione spagnola, partita con lo scopo di trovare la leggendaria terra-paradiso, raggiunge un punto morto, un piccolo distaccamento viene mandato avanti per continuare l’esplorazione. Dopo poco tempo dall’inizio del viaggio, Aguirre (Klaus Kinski) organizza un ammutinamento contro il suo superiore, Pedro De Ursua, uccidendo chiunque non si unisca alla ribellione. Subito dopo la grottesca proclamazione ad Imperatore di El Dorado del più debole e sciocco dei suoi accoliti (Guzman), Aguirre costringe tutta la compagnia a continuare il viaggio lungo il Rio delle Amazzoni su di una grande zattera. Durante la traversata molti uomini muoiono di fame o malattia, altri uccisi in attacchi improvvisi degli Indios, mai visibili. Dopo la morte dell’imperatore fantoccio, Aguirre prende definitivamente il comando e costringe gli uomini rimanenti a continuare imperterriti il viaggio. Infine, i pochi sopravvissuti alla fame, tra cui la figlia di Aguirre stesso, muoiono sotto l’ultimo attacco degli indigeni. Il film si conclude con l’ultimo vaneggiante monologo di Aguirre, furore di Dio e il più grande dei traditori, rimasto solo sulla zattera alla deriva ora invasa dalle scimmie.

Come da altri sottolineato, il film è forse uno dei punti più alti della poetica del regista tedesco che vede sempre al suo centro il concetto di Natura di cui Werner Herzog stesso non nasconde la sua visione come di una sorta di entità maligna e contorta.

La scena introduttiva del film suggerisce fin da subito tanto la visione quanto l’idea del rapporto fra questa e l’essere umano: durante questa sequenza è ripresa la lunga fiumana di conquistadores e dei loro schiavi Indios. Ritratti da lunga distanza e nel contesto di potenza e soggezione espressa dal possente fianco di Machu Pichu, gli uomini quasi scompaiono come formiche fra l’erba alta. La carovana si impantana continuamente perdendo provviste, equipaggiamento e, a causa delle malattie e del diverso clima, anche molti uomini e schiavi.

Ad esprimere nel dettaglio la visione del regista è per lo più proprio il personaggio di Aguirre, inteso tanto come rappresentazione stessa dell’idea herzoghiana di Natura, tanto come rappresentazione della più specifica natura dell’essere umano. Lì dove questo si mantiene coerente con la propria dimensione più genuinamente ancestrale. Aguirre è violento e predatorio, agisce per pura brama irrazionale, per un dominio che sia fine a se stesso. Aguirre è la più oscura e folle riproposizione di un Ulisse dantesco, che conduce i propri compagni in un viaggio non volto alla conoscenza ma al suo esatto opposto, ossia la pure e illimitata irrazionalità. È l’unico essere umano a sopravvivere, proprio perché ritornato alla originaria condizione umana.

Come è stato osservato, in questo peregrinare privo di senso verso un paradiso inesistente, l’unico soggetto a poter emergere nel caos violento della giungla è proprio Aguirre. Ma l’insensata violenza non sembra essere l’unico elemento di questa condizione. I suoi compagni, infatti, non si mostrano sempre da meno. In uno dei momenti più crudi e drammatici, il gruppo trucida una coppia di Indios incontrati lungo il fiume perché restii a comprendere i tentativi di conversione religiosa degli spagnoli. I due Indios credono che i conquistadores siano degli dei “con la voce del tuono” (il cannone) di cui avevano sentito parlare in un’antica profezia. Ancora una volta il regista fa risaltare il contrasto tra l’idealizzazione dell’uomo e la più brutale esplicitazione dei sui suoi più elementari istinti. L’uomo, compreso l’uomo organizzato, è quindi allo stesso tempo succube della Natura e compartecipe del suo intrinseco orrore. Aguirre si differenzia, quindi, perché si priva di ogni sovrastruttura sociale. È il più grande dei traditori, perché è proprio il tradimento che sovverte dalla base i fondamenti della civiltà, rifiutando il rispetto dell’ordine sociale. In ultimo, si rifiuta anche la religione («prete non dimenticarti di pregare altrimenti il tuo Dio te la farà pagare cara»).

Come accennato, anche gli altri personaggi riflettono parte della visione delle essere umano propria del regista. La zattera su cui si svolge l’azione si presenta come un microcosmo sociale. Lungo il fiume viaggiano un imperatore, un prete, soldati, schiavi, un prigioniero, portando con se diversi simboli della propria civiltà e fra tutti in particolare la Bibbia e un cannone. Il momento in cui lo schiavo serve un lauto banchetto al vanitoso e grottesco Guzman rimarca l’inevitabile ripresentarsi delle diseguaglianza sociali, e la scena fa emergere la vacuità dei sogni utopistici dei viaggiatori alla ricerca di El Dorado. Già durante la ricerca è reso ben chiaro che nel Nuovo Mondo nulla sarà davvero rinnovato.

La zattera man mano che prosegue il viaggio diventa sempre di più un relitto. La struttura sociale si dissolve tutto si ricopre pian piano di ruggine e tutti gli avventurieri muoiono lasciando soltanto Aguirre con la sua stessa follia. Il più grande dei traditori rimane vaneggiante di fronte l’invisibile e l’indomabile. Egli stesso è il furore di Dio, come si definisce, un Dio crudele e incomprensibile.

Andrea Faraci

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