Sforzinda: la città ideale milanese del Rinascimento

Fotografia di Giulio Foderà per l'articolo "Sforzinda: la città ideale milanese del Rinascimento" di Leila Ghoreifi
Fotografia di Giulio Foderà

Quello della città ideale è un tema che percorre il Rinascimento e che pone al centro dell’interesse di numerosi artisti la rappresentazione del modello urbano perfetto in rapporto alle esigenze dell’uomo razionale, attraverso l’utilizzo dello schema geometrico.

La città ideale deve rispecchiare la perfezione soprannaturale della biblica Gerusalemme celeste. Soprattutto nel Rinascimento diventerà un’immagine simbolica; in quest’epoca, infatti, sono tante le rappresentazioni di città ideale: ad esempio si ricordano quella di Urbino, la Città ideale di Baltimora e la Città ideale di Berlino (tutte ricollegabili alla collocazione attuale). Considerando il caso italiano, bisogna soffermarsi sulla Città ideale di Urbino, una tempera su tavola attribuita ad un anonimo artista dell’Italia centrale e databile alla fine del XV secolo. Questa tavola rappresenta una città di fantasia, nella quale spicca una chiesa a pianta circolare, circondata nel registro inferiore da semicolonne, che ricorda il Battistero di Firenze.

Il rigore geometrico e la scansione razionale degli edifici e in particolare delle colonne vengono calibrati con la scelta dei colori degli edifici grigio-azzurri e con l’utilizzo delle tinte aranciate. «Il tenue azzurro del cielo e l’assenza assoluta di qualsiasi figura umana accrescono ulteriormente la nitidezza cristallina della scena, governata dalle leggi assolute ed eterne della geometria e della proporzione» [1].

Un altro esempio rinascimentale, questa volta riferito alla storia milanese, è la pianta della città di Sforzinda, di Antonio Averlino detto il Filarete (1400-1469).

La pianta di Sforzinda è contenuta all’interno del Trattato di Architettura, scritto all’incirca tra il 1461 e il 1464. Soprattutto nel Rinascimento, la diffusione dei trattati (che siano stati di architettura, di pittura o di scultura) era significativa perché indirizzava l’artista a un utilizzo più consapevole delle tecniche che erano in continua evoluzione. Soprattutto la diffusione dei trattati in volgare aiutò gli artisti che non avevano la formazione tipica dell’élite ad approfondire le tecniche passate e quelle del presente. Sforzinda è l’ideale della città di Milano, e mescola progetti realizzati ad altre idee in fieri, caratterizzate da una forte simbologia cosmica e capaci di unire tensioni medievali e spunti rinascimentali. All’interno di Sforzinda, il Filarete inserisce un edificio realmente esistito e tuttora in piedi, l’Ospedale Maggiore (conosciuto anche come Ospedale Centrale o Ca’ Granda), l’attuale sede dell’Università degli Studi di Milano. L’inserimento di questo edificio nella città ideale di Sforzinda, su richiesta dello stesso Francesco Sforza in omaggio ai milanesi, ne simboleggia l’importanza e la funzionalità.

Questa città ideale è a forma di stella a otto punte, generata dalla rotazione di 45° di due quadrati uguali. Ne risulta quindi un poligono perfetto con un totale di sedici lati che costituiscono il perimetro delle mura, con otto porte di accesso «in corrispondenza dei vertici interni e otto torrioni di guardia posti agli otto vertici esterni, mentre un fossato di protezione circolare circoscrive l’intero impianto». [2] Le sedici strade che conducono alle porte e ai torrioni di guardia si diramano dal centro, mentre il centro è caratterizzato da una piazza maggiore, sulla quale si affacciano uno di fronte all’altro il duomo e il palazzo del Signore, e da due piazze minori su cui prospettano gli altri principali edifici pubblici e di servizio. Sforzinda è l’esempio più attuale di città ideale o di mondo nuovo, ideale e perfetto per l’artista rinascimentale. La sua forma geometrica precisa e rigorosa definisce la perfezione e la definizione della realtà, che in questo caso combacia con la città.

«La geometrizzazione rigorosa della scelta urbanistica rimanda simbolicamente alla perfezione della società che entro quegli spazi dovrà vivere, secondo un modello etico e gerarchico egualmente perfetto e privo di conflitti». [3]

Leila Ghoreifi


[1] Giorgio Cricco, Francesco Paolo Di Teodoro, Il cricco di Teodoro. Itinerario nell’arte, Ediz. blu, vol. 2: Dall’arte romanica al Rinascimento, Zanichelli online, 2011, p. C46.
[2] Ivi, p. C47.
[3] Ibidem.

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