Carlo Cassola con il primo libro della «trilogia atomica» (Il superstite, 1978) narra la deserta solitudine di Lucky, ultimo sopravvissuto alla morte nucleare.

Fotografia di Manuel Monfredini per l'articolo "Nessun superstite nel mondo nuovo" di Alice dusso
Fotografia di Manuel Monfredini

«Chiunque fosse stato fuori quella notte, non avrebbe avuto riparo contro la vampa di calore. Eppure l’esplosione era avvenuta distante. Dal ciglio del campo si poteva scorgere la lontana città. Fumava ancora, segno che le case non avevano finito di bruciare. Ma era già una città morta. Non c’era più nessuno in vita». [1]

Attorno aleggia il silenzio più assoluto e Lucky è tra i pochissimi sopravvissuti di una catastrofe, di cui esso, in quanto cane, non immagina neanche lontanamente la natura. È tra gli ultimi ancora in vita, ma presto sarà l’unico superstite. Cassola sceglie un animale, un dettaglio poco significativo nel calcolo delle conseguenze della guerra nucleare, per ripercorrere gli ultimi giorni di esistenza di un mondo annientato dalla corsa verso la sua stessa innovazione.

Il tempo è un futuro quanto più prossimo all’epoca in cui scrive l’autore, in cui si inizia ad avvertire il rischio correlato alla potenza atomica e in letteratura si delineano gli scenari più catastrofici a riguardo. Prima che se ne presentisse il risvolto negativo, il nucleare è stato presentato come la chiave di un progresso tecnologico e scientifico che avrebbe inaugurato un’epoca nuova, seguendo l’ebbrezza di un potere inedito, accolto in prima istanza come positivo. Ecco dunque la prospettiva di un mondo nuovo e migliore per il solo fatto che l’uomo si doterebbe di uno strumento che gli permetterebbe di incidere in modo ancora più sostanziale su ciò che lo circonda: maggiore il controllo che l’uomo immagina di avere, migliore la vita che egli si prospetta.

Tra le pagine di Cassola, questo ragionamento s’imbatte presto in un vizio: il potere che l’essere umano si arroga offusca la consapevolezza dei limiti da cui egli non può evadere, e a causa dei quali non è capace di gestire un potere che li supera grandemente. «L’uomo, quest’essere diabolico e meschino, aveva provocato la rovina del mondo senza pensare che il primo ad andarci di mezzo sarebbe stato proprio lui. […] Era abituato a credersi il signore della natura, il re dell’universo: s’era inorgoglito, aveva dimenticato di essere anche lui un animale, anzi il più debole fra tutti gli animali. […] Gli s’era sviluppata l’intelligenza: non abbastanza però da impedirgli di mettere a repentaglio il posto dove abitava insieme con gli animali e le piante». [2]

La corsa verso il nuovo deraglierebbe così nella distruzione del mondo, l’evoluzione del creato devierebbe in un annientamento dello stesso. La causa di ciò andrebbe ricercata nella sproporzione tra le dimensioni dell’uomo e quelle del desiderio di potere, a cui egli piega gli strumenti di cui dispone. «L’arte è a misura dell’uomo. La scienza no, ed è questa la sua colpa. Uomini, ridate alla scienza il suo giusto obbiettivo, che non è diverso da quello dell’arte, e avrete eliminato ogni ipertrofia nel vostro sviluppo. Se siete schizofrenici, la colpa è vostra. Perché avete permesso che la conoscenza prendesse le proporzioni che ha preso? È diventata un bubbone; un corpo estraneo; un cancro. Ha divorato la vostra natura, e vi ha spinto a divorare la natura che vi circonda». [3] Ad ogni passo avanti della tecnica, l’uomo lambisce più da vicino la possibilità di oltrepassare le colonne d’Ercole, scordando l’inevitabile naufragio in cui incorre.

Al margine della Grande Storia che si consuma, Lucky raccatta ciò che è stato risparmiato dalla distruzione, elemosina affetto per sopravvivere, finché, scomparsi padrone, cani, gatti e muggini a cui si era affezionato, si lascerà morire nella campagna deserta. Sono gli occhi di un cane a prestare la prospettiva al racconto: se da una parte esso è osservatore passivo e succube delle azioni umane, dall’altra condivide l’incoscienza e l’ingenuo ottimismo dell’uomo. «È un incosciente: come tale patetico. Scrivendo, io mi sono avvisto che i personaggi più patetici sono quelli inconsapevoli del nero destino che li attende». [4]

Alice Dusso


[1] Carlo Cassola, Il superstite, Rizzoli, Milano 1978, p. 44-45
[2] Ivi, pp. 70-71
[3] Ivi, p. 108
[4] Ivi, p. 58

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