Sognate metamorfosi

Fotografia di Filippo Ilderico

Nel 1951 la quarantacinquenne Lalla Romano apre, con le sue Metamorfosi, la collana Einaudi dei “Gettoni”, discostandosi dalla pittura portata avanti sin dall’adolescenza e abbracciando la parola scritta come nuovo mezzo di espressione.

Il primo libro di narrativa firmato da Graziella Romano arriva dopo un periodo che, durante gli anni della guerra e della resistenza nel cuneese, la porta in modo travagliato dalla parola poetica (aveva pubblicato Fiore, nel 1941) alla prosa, dalla pittura alla scrittura.

All’arrivo del manoscritto nelle mani di Giulio Einaudi è Cesare Pavese, caro amico di Lalla sin dai tempi dell’università di Torino, a caldeggiarne la pubblicazione. Anche se Pavese non farà a tempo a vederla stampata, l’opera della Romano viene consegnata a Vittorini, che decide di porla in testa alla nuova collana dei “Gettoni”, da lui curata.

Le Metamorfosi colpisce immediatamente il lettore con la sua scrittura brevissima, che ricorda in un certo qual modo la prosa poetica e che, forse, ha proprio qui la sua più grande peculiarità.

Il libro di Lalla Romano è un affastellarsi di sogni, di istanti e di immagini che la stessa autrice definisce nude. A narrare questi sogni, tutti intrisi di un certo autobiografismo, sono cinque voci diverse, che però nell’atmosfera onirica e surreale del romanzo si confondono, si dimenticano e si perdono di vista.

La descrizione di tutta questa lunga serie di sogni parte da un’immagine, e da questa si sviluppa in una prosa nitida, senza risvolti simbolici e senza che richieda un’interpretazione psicologica. Questa interpretazione freudiana che il lettore si sente in dovere di fornire quando si approccia al romanzo, viene invece allontanata dall’autrice, che non vuole passare dal linguaggio della notte a quello del giorno.

In questa sua ricerca di una prosa che rappresenti le visioni oniriche, Lalla Romano non cerca la “chiave dei sogni”, ma cerca nel sogno la chiave delle cose che accadono fuori. La sua rappresentazione è dunque scarna, quasi una fotografia delle avventure notturne, capace di catturare con parole dosate e precise tutto l’universo che sta oltre la veglia: “Chi legga questi sogni opera una ‘lettura d’immagine’, abbastanza vicina alla lettura di vecchie fotografie” [1].

Le Metamorfosi, un titolo di derivazione Ovidiana, deve molto anche al suo precedente Kafkiano, da cui Lalla Romano riprende vari spunti: “pensai che le trasformazioni di cui abbondano i miti potevano essere state suggerite dai sogni”. [2]

Le rocambolesche e surreali metamorfosi diventano allora espressione di un mondo onirico in cui scompaiono i limiti della logica, in cui si può passare in pochi istanti dall’essere un vigile all’essere un palo [3]. E attraverso queste metamorfosi, forse, Lalla Romano cerca un’immagine, un ricordo, un sogno che possa spiegare quello che avviene quando non dorme.

Giordano Coccia


[1] C. Segre, Introduzione a Opere, vol. 1, Meridiani Mondadori.
[2] Intervista a Lalla Romano, 1967.
[3] cfr. Il palo in L. Romano, Le Metamorfosi, Einaudi Editore, Torino, 2005, p. 8.

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