Storie di tossicodipendenza: alcune canzoni dei Red Hot Chili Peppers

Anthony Kiedis, cantante dei RHCP, smette di fare uso di sostanze stupefacenti al tramonto del 1999, ma la sua vita è entrata nella spirale della cocaina fin troppo presto perché possa dimenticarsene. Quello sulla tossicodipendenza è ancora oggi un tema che ritorna nella musica dei Red Hot Chili Peppers.

Fotografia di Filippo Candotti
Fotografia di Filippo Candotti

Negli anni ’70, Anthony Kiedis lascia il Michigan, dove vive con sua madre, e si trasferisce a Los Angeles, desiderando disperatamente di passare il tempo con il suo unico e inestimabile eroe, il padre – il cui nome d’arte era Blackie Dammett. L’uomo è ufficialmente un attore, ma per rimpinguare i guadagni spaccia droghe di ogni tipo alle star californiane.
A soli dodici anni, Kiedis si trova a stretto contatto con un mondo sporco e pericoloso.

Un ragazzino precoce e sveglio si definisce lui nella sua autobiografia, Scar Tissue (2004), raccontando della prima volta che fumò marijuana assieme al padre e alla sua fidanzata – voleva assomigliare in tutto e per tutto al suo carismatico padre. Da quel momento, cade in un vortice infernale che lo porta fin dall’adolescenza ad abusare di metaqualone, marijuana, LSD, cocaina, eroina.

Una delle droghe di cui più si legge nella sua autobiografia è la China White, il che ci rimanda subito a quello che era l’aspetto delle sostanze di cui più abusava Kiedis: candido e polveroso, come neve. Attraverso Snow, Kiedis ha cercato di spiegare cosa voglia dire avere una dipendenza, cosa voglia dire non rendersi conto di essere sballati e di scavare sempre più a fondo per sballarsi sempre di più, per ritrovare attraverso l’eroina una sensazione di gioia che la cocaina ha scaricato troppo in fretta, e quanto questo circolo continui a ripetersi all’infinito ma in maniera sempre più pericolosa e subdola, riassunto nel verso: «The more I see, the less I know, the more I like to let it go». Questa canzone, però, venne scritta nel 2006, quando ormai il periodo più buio della dipendenza era passato.

Col debutto nella scena musicale, a metà anni 80, l’abuso di droghe s’intensifica. I RHCP diventano moderatamente popolari con gli album Freaky Styley (1985) e The Uplift Mofo Party Plan (1987) e a questo punto il cantante e il chitarrista, Hillel Slovak, ne sono sommersi. Kiedis perde spesso il controllo della sua vita, rischiando di mandare a monte la sua carriera. Viene cacciato dal bassista e migliore amico Flea, ma dopo la morte per overdose dell’amico d’infanzia Slovak l’intera band rimane sconvolta, tanto che il batterista Jack Irons se ne va. Kiedis nel 1988 torna pulito e attivo, dedicando al caro Slovak Knock me down e My lovely man, oltre che la famosissima Otherside tempo dopo.

Questo evento tragico spezza dei fili importanti che tengono insieme la band, che però ne rinasce diversa e più compatta. Il personaggio stravagante di Chad Smith e il fan dei Peppers John Frusciante entrano nella band: Flea ed Anthony ritrovano così un equilibrio nella band che sembrava morto assieme al loro amico Slovak.

Con l’album Blood Sugar Sex Magik entrano nella scena della musica mainstream e iniziano a lasciare impronte ovunque, diventando una delle band più famose del globo. Purtroppo, la droga rimane a sua volta un membro fisso della band, tant’è che il prossimo a cadere nel vortice è proprio il nuovo chitarrista. Frusciante lascia la band nel 1992 (poi tornerà nel ’98, poi uscirà nel 2009, poi ritornerà nel 2019) in preda a una profonda depressione a causa della tossicodipendenza, alimentata dall’intolleranza degli ambienti dei grandi concerti spropositatamente affollati.

Anthony Kiedis si disintossica più volte in clinica, ma le ricadute sono dietro l’angolo. Il resto della band fa uso di sostanze, perciò l’ambiente in cui è immerso lo mette duramente alla prova. Una delle canzoni più famose in assoluto è Under the bridge, quella più sentimentale, che Kiedis scrive in un profondo momento di angoscia solitaria – essendo l’unico della band in quel momento a rimanere pulito. Nella sua autobiografia viene svelata una scena di vita tipica della sua tossicodipendenza che può spiegare il titolo del pezzo: un modo per procurarsi droga in fretta era associarsi agli spacciatori dei quartieri malfamati di Los Angeles, alcuni di questi si riunivano appunto sotto un ponte, un punto nascosto e oscuro della città. Raccontando la vicenda, però, il cantante non ha precisato di che ponte si tratta, non volendo che diventasse una sorta di meta turistica dei fan.

Sempre nella sua autobiografia confessa quanto fosse ansioso di cantare in pubblico questo brano per le sue difficoltà tecniche, ma soprattutto per la necessaria emozione da raccogliere prima di esibirsi affinché si presentasse carica e sincera. Anche per registrarla Kiedis si isolò dagli altri nella sua stanza. Per questo motivo, ha raccontato quanto lo avesse deluso l’atteggiamento ribelle di John Frusciante durante un’esibizione a Saturday Night Live del 1992, quando sabotò proprio quella canzone, disorientando l’intera band con una melodia alla chitarra che non si avvicinava affatto a quella originale.

Una canzone “gemella” di Under the bridge è Soul to squeeze, registrata nello stesso periodo ma uscita come singolo solo due anni dopo. Il significato di questa canzone è interpretabile, ma si può facilmente scoprire al ritornello finale: «When I find my peace of mind, I’m gonna keep for the end of time», ed è facilmente riconducibile al tema della sobrietà di quel periodo.

La stessa Scar Tissue affronta trasversalmente il tema della solitudine e dell’incomprensione suscitata dalla tossicodipendenza, è la canzone che ha più lasciato il segno. Racconta la dipendenza passata come un’esperienza indelebile nella vita di Anthony Kiedis. Lo slancio emotivo del brano sentito nel verso: «With the birds I’ll share this lonely view», cioè “condividerò (lassù) con gli uccelli questa visuale solitaria”, è intensificata dall’assolo di chitarra elettrica di Frusciante che prende il testimone e canta al posto di Kiedis con lo stesso sentimento.

Le canzoni in cui si parla della tossicodipendenza sono molte di più e rientrano fra le più famose dell’acclamata band – Aeroplane, Californication, My friends, Venice queen, This velvet glove… Non è un tema tabù e forse rivelare le proprie Dark necessities ha qualcosa a che fare con la purezza dello stile di questi musicisti: mostrare la vera natura, nel bene e nel male, attraverso musica di qualunque genere – basta che esprima quello che deve essere detto.

Teresa David


Scar Tissue, Anthony Kiedies & Larry Sloman, Mondadori, Milano 2017.

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