Autunno sentimentale: Requiem – Song for Sue di Oliver Knussen

Fotografia di Valentina Steffenoni

Quattro poesie, quindici strumenti e una voce. Con uno scarno mondo sonoro Knussen canta l’addio per la moglie, scomparsa prematuramente.

La personalità di Oliver Knussen (1952 – 2018) occupa uno spazio singolare ma universalmente riconosciuto nel mondo musicale britannico ed europeo. Compositore (ma non solo) raffinato, si distingue per una ricerca sonora calibrata, attenta al dettaglio, fino a sfiorare la maniacalità. Lavora molto lentamente, ponderando ogni aspetto della partitura. Per questo la sua produzione non è molto ampia, privilegia pezzi dalle brevi durate e per organici non troppo ampi.

Lo stile musicale di Knussen prende avvio da un modernismo moderato, sulla scia di Alban Berg e Benjamin Britten, temperato da un gusto sonoro debitore di Mussorgky, Ravel e Debussy. Le sue composizioni si muovono alla costante ricerca di mondi fatati e cristallini, prova il fatto che abbia prodotto ben due opere per l’infanzia: Hums and Songs of Winnie-the-Pooh e Where the Wild Things Are.

Fra le sue opere più celebri, Requiem – Song for Sue si distingue per il suo forte impatto emotivo, in un’atmosfera intima e antiretorica. La composizione è stata scritta nel 2006, come omaggio e ricordo alla moglie recentemente scomparsa, Sue Knussen. Il brano, nel titolo, si richiama alla plurisecolare tradizione del Requiem, discostandosi da tutti i clichè e i canoni del genere, configurandosi piuttosto come un anti-requiem.

Non si tratta di una lunga composizione, ma di un brano dalla durata relativamente breve, meno di un quarto d’ora. Knussen non utilizza la sterminata orchestra sinfonica ma un piccolo ensemble strumentale che, come dichiara il compositore stesso, vuole ricreare una sonorità autunnale: flauto, flauto contralto, due clarinetti, clarinetto basso, due corni, due viole, violoncello, contrabbasso, arpa, percussioni e celesta.

Il testo musicato dal compositore di Glasgow non è il tradizionale testo latino della missa pro defunctis ma quattro poesie di differenti autori: Emily Dickinson, Antonio Machado, Rainer Maria Rilke, W. H. Auden. A dispetto del titolo si tratta più di un eterogeneo e laico ciclo di lieder che non un brano sacro.

La composizione si apre su un  gesto di disperazione “Is it true, Sue?”, così canta in modo violento la voce del soprano. Tuttavia dopo la collera iniziale il piglio rabbioso della musica pare acquietarsi in un rifiuto del sentimentalismo, cercando piuttosto una razionalità di scrittura. Il dolore viene inizialmente esibito, quasi ad essere esorcizzato. Ma il patetismo viene presto abbandonato. La bellezza e il candore sono il miglior tributo alla memoria della moglie scomparsa.

Tema comune alle prime due liriche è quello del vedere e non-vedere, del cercare di attraversare il vuoto per poter completare il proprio amore. La musica si muove in modo ambivalente, con continui scatti d’umore, denunciando una presa di coscienza della propria disfatta interiore: prima il compositore sembra accettare la perdita ma poi questa conquista vacilla ed ecco la musica rimpiombare nel tumulto, seppur breve.

La musica diventa una ricerca poetica sulla misteriosa connessione di amore e morte nel mondo naturale. Avvicinandosi al finale la sonorità diviene più languida, più pacata, quasi a voler rendere manifesta una diversa presa di coscienza rispetto al dissidio iniziale.

La risposta sta nella musica stessa. La scrittura strumentale non copre mai la voce ma di volta in volta la illumina in modo diverso, creando nuovi riflessi cangianti. Il compositore da vita a nuvole di suono. L’impalpabilità delle figure strumentali denuncia l’impossibilità di dire il bene che si è voluto. La consolazione sembra un obiettivo irraggiungibile, la perdita dell’amore consegna l’individuo nelle mani di una malinconica amarezza.

Mattia Sonzogni

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