Prodotto animale, prodotto umano

Meat di C.S. Malerich, e The Promised Neverland, serie anime diretta da Mamoru Kanbe (adattamento del manga scritto da Kaiu Shirai e illustrato da Posuka Demizu) esplorano la complessa dialettica della percezione di animali ed esseri umani come prodotti e come esseri viventi.

Fotografia di Nikolas Noonan

Le due prospettive non sembrano entrare in contrasto nel racconto Meat, pubblicato nella raccolta “Among Animals: The Lives of Animals and Humans in Contemporary Short Fiction” (Ashland Creek Press, 2014), o almeno non in apparenza. Il racconto, narrato secondo il punto di vista di una bambina di sei anni, assimila inizialmente la prospettiva egoistico-naif del padre: non c’è niente di strano nel prendersi cura di un animale sapendo dall’inizio che è destinato ad essere mangiato.

«I repeated what Dad had told me: “We feed her and take care of her now, and she’ll feed and take care of us later.” Perfectly reasonable. “So she can be part of the family now!”» [1]

Così la maialina viene “adottata” dalla famiglia per un esperimento ideato dal padre per evitare la carne degli allevamenti intensivi, sensibilizzato verso i maltrattamenti che gli animali vi subiscono, ed evitare al tempo stesso di diventare vegetariano.

Non si perde mai di vista lo scopo dell’animale, essere mangiato. Questo viene messo in evidenza già dal titolo, che, come si chiarisce sin dalle prime righe, corrisponde al nome affibbiato alla maialina, un nome significativo: «I was six when we got Meat. That’s what we named her because Mom said, “That’s what she’s going to be.”» [2].

Da prodotto, oggetto dal destino prefissato, Meat si fa anche altro, parte della famiglia, amica, quasi sorella della protagonista, senza però mai perdere paradossalmente il suo connotato di prodotto che dovrà essere consumato. Se il prendersi cura di lei è infatti finalizzato a farle vivere una buona vita, ciò asseconda però anche il fine di consumo del padre: si dice infatti che in questo modo la sua carne sarà molto più buona.

Il rapporto tra Meat e la bambina protagonista è segnato da questo doppio movimento: da un lato la percezione di Meat come cosa, prodotto non viene mai del tutto meno, anche quando sembrerebbe di sì, dall’altro la maialina diventa per la bambina quasi uno specchio di sé. Frequenti, man mano che il racconto procede, si fanno i paragoni identificativi della bambina che narra tra se stessa e l’animale. Il loro rapporto può essere ben illustrato tramite la percezione iniziale che la narratrice ha di Meat non appena inizia a vivere con loro: «She was my new toy and my new playmate» [3]. Si vede in questa affermazione sia la percezione di Meat come un oggetto sia però un possibile rapporto affettivo che si fa via via più stretto con il procedere del racconto.

Le due “amiche” inter-specie iniziano a vivere nella stessa stanza, a mangiare dallo stesso piatto, addirittura a farsi il bagno insieme. La crescita di Meat viene registrata dalla bambina tramite il paragone con se stessa: « I liked feeding her—and she liked eating—so much that after a year, Meat outweighed me» [4]. La frase richiama però subito il lettore all’avvicinarsi del destino che attende Meat, che non ha mai abbandonato la sua sorte di prodotto. Meat è cresciuta, abbastanza per essere mangiata. Così in una sorta di gita di famiglia la maialina viene condotta al macello: persino questo momento, che sembrerebbe segnare un mutamento nella prospettiva della famiglia, fatta eccezione per il padre, personaggio piatto dall’inizio alla fine, non cambia in realtà nulla.

Il padre ha trovato un macellaio che agisca nel rispetto dell’animale in modo da causarle la minore sofferenza possibile e alla bambina è stato chiesto di presenziare alla morte in modo da non spaventare Meat: tuttavia non riesce a non dirle addio e l’animale sembra cogliere qualcosa di strano. La bambina si accorge allora della paura di Meat e la vede forse per la prima volta: i suoi occhi non le paiono più vuoti e amichevoli, come quelli degli animali, come li aveva descritti nel momento fraterno di un bagno insieme, ma sono ora occhi spaventati, occhi che la guardano, occhi che ricorderà e sognerà negli incubi notturni delle settimane seguenti. È allora che il castello di carte delle convinzioni paterne sembra vacillare nella sua mente e di fronte a quegli occhi che lentamente si spengono vorrebbe fermare tutto, si chiede se sia già troppo tardi. Lo è. Non solo, il cambiamento di prospettiva è solo apparente: le cose iniziano ad andare meglio per lei quando mangiano la carne di Meat, infine prodotto consumato, e definitivamente bene quando arriva Drustick, cioè “coscia di pollo”. E la storia si ripete.

Allo stessa duplice natura di esseri viventi senzienti e bestiame, prodotti di lusso per il consumo ci richiamano i protagonisti di The Promised Neverland: non si tratta di animali stavolta ma di esseri umani. In una realtà in cui il mondo è stato diviso a metà tra uomini e demoni alcuni esseri umani sono stati lasciati nella parte destinata ai demoni in cambio della pace: il loro fato e quello della loro prole è quello di essere allevati a loro insaputa per essere divorati dai demoni, che così possono mantenere le loro fattezze, evitando quella che viene chiamata “degenerazione”, la trasformazione in demoni selvaggi, mostri privi di intelligenza. Così Emma e i suoi compagni, cresciuti in un istituto che a loro insaputa è in realtà un allevamento di lusso, scoprono questa tragica sorte e la combattono, evadendo e facendo evadere il resto del bestiame delle fattorie. La storia per loro si conclude decisamente meglio che per Meat: richiama tuttavia pur con il suo lieto fine al trattamento e alla sorte di tanti animali. La dialettica tra essere vivente e prodotto non è risolta: e la storia si ripete.

Elena Sofia Ricci


[1] C.S. Malerich, Meat, in “Among Animals The Lives of Animals and Humans in Contemporary Short Fiction”, curata da John Yunker, Ashland Creek Press, 2014.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.

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