Gli “asiatici non meglio identificati” d’America

Romanzo-sceneggiatura di Charles Yu, Chinatown Interiore mette in scena la condizione di invisibilità e stereotipizzazione degli americani di origine asiatica, una massa indistinta di guest star nella società statunitense.

Chinatown interiore
Fotografia di Henry & Co.

Willis Wu vive nel condominio iper affollato sopra il Tempio d’oro, ristorante cinese adibito a set principale delle atmosfere orientali in salsa occidentale di Hollywood, e sogna di sfondare nell’industria cinematografica arrivando al ruolo più importante assegnato agli uomini asioamericani che recitano: il Fenomeno del Kung Fu. Le sue skills sono: «Kung fu (competenza moderata) / Inglese fluente con accento orientale / Capace di assumere l’Espressione della grande vergogna su richiesta» [1].

Chinatown Interiore di Charles Yu, romanzo del 2021 tradotto da Claudia Durastanti per La Nave di Teseo, racconta l’esperienza di “essere giallo in America” – per dirla con le parole del suo autore -, una condizione di marginalizzazione di matrice razzista che le minoranze asiatiche sperimentano sulla propria pelle ancora e oggigiorno negli Stati Uniti.

Infatti, l’alterità di chi ha origini asiatiche sembra non poter riguardare una società manichea di Bianchi e Neri. Il carattere multietnico della popolazione statunitense si estrinseca in una gerarchizzazione di tipo razziale (e razzista) che al vertice della scala prevede l’essere bianchi, prerogativa di accesso a uno smaccato privilegio socioeconomico e giuridico. La discesa nei bassifondi delle minoranze più abusate non contempla l’arrivo alle persone di origine asiatica, come se quest’ultime costituissero, in ultima analisi, un a parte della storia americana, qualcuno di esterno alle dinamiche sociali degli USA.

L’essere percepiti come stranieri nel proprio Paese è uno stato evidenziato dalla rappresentazione stereotipata degli asioamericani nell’industria culturale. Willis recita più volte interpretando ruoli diversi sul set della serie tv Bianca e Nero, come se non avesse una vera faccia e la sua individualità fosse interscambiabile nel grande indistinto del ruolo di “Asiatico non meglio identificato”. Pochi fortunati – quelli che riescono a sostenere lo sforzo disumano di spersonalizzazione richiesto dai copioni a senso unico – raggiungono la vetta, la massima ambizione dei maschi asiatici aspiranti attori: appunto, il maestro/fenomeno del kung fu, impersonato per anni dal padre di Willis.

Ming Chen-Wu, infatti, è “Sifu, il misterioso maestro di kung fu”. Un ruolo reiterato e meccanico la cui mitizzazione è uno specchietto per le allodole: talmente abituato ad essere sovrapposto al ruolo in cui recita, “Sifu” è ormai incapace di essere altro che un vecchio saggio esperto di arti marziali.

Lo stesso Willis, che dopo lunghi anni in lista d’attesa riesce a coronare il suo sogno, rischia di perdersi definitivamente nella maschera a lui assegnata. È un pericolo rubricato dalla stessa struttura del romanzo, giocato su due registri diversi: quello della prosa romanzesca con narrazione in seconda persona per il racconto della storia di Willis e quello della sceneggiatura per i copioni da lui recitati. Il confine fra i due piani comincia a farsi meno netto quando lo stesso Willis è quasi incapace di distinguere la sua vita dal ruolo che impersona sul set e la narrazione viene condotta esclusivamente sottoforma di sceneggiatura.

Per intrappolare migliaia di persone nel ruolo di “guest star” c’è bisogno del set, un vero e proprio ghetto. Il titolo del romanzo, infatti, fa riferimento ai diversi interni di Chinatown in cui vengono girati film e serie tv. Gli oggetti sono fondamentali per la costruzione della versione occidentalizzata, kitsch ed esotica di un mondo volutamente tenuto a distanza, sono il mezzo tramite il quale si cristallizza una sua fantomatica essenza: assassinii efferati, luoghi misteriosi e pericolosi, passioni intense e sanguigne, cibo forte ed eccentrico. Enormi vasche dove sonnecchiano aragoste e crostacei vari, lanterne cinesi a illuminare l’oro pesante delle effigi che richiamano i templi shintoisti, cubi dove far danzare la “ragazza asiatica dagli occhi a mandorla” di turno rigorosamente vestita di rosso con abiti succinti. Le cose prevaricano sui soggetti, li alienano dal mondo esterno tenendoli rinchiusi nella loro post realtà.

L’unica strada percorribile per evadere da Chinatown Interiore e Interiorizzata, allora, è quella di rompere il legame con le cose, liberarsi dai condizionamenti di un ambiente costruito ad hoc per annientare la propria individualità. È quello che accade a Fratello Maggiore.

Chinatown Interiore ha vinto il National Book Award e il Prix Médicis étranger. Charles Yu riflette in modo comico sul dramma di vite massificate e relegate al confine, scrivendo un romanzo attualissimo nel contesto delle recenti ondate di razzismo perpetrate a danno degli asioamericani in USA.

Giulia Annecca


[1] Charles Yu, Chinatown Interiore, Milano, La Nave di Teseo, 2021, p.7.

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