La tragedia del senno: davvero la vecchiaia rende saggi?

Fotografia di Manuel Monfredini

Le opere tragiche – dall’Antigone sofoclea al Re Lear shakespeariano – mostrano un incontro-scontro tra personaggi giovani e anziani in cui non sembra che la parte della saggezza ricada tutta da un lato, ma neanche che sia legata all’anzianità come i personaggi più attempati vorrebbero far credere.

Sarà proprio vero che è la vecchiaia a fare l’uomo saggio? Creonte, nel condannare Antigone duramente senza offrire una via al dialogo, senza ascoltare le voci che gli si affollano intorno richiamandolo a una misura, fa chiaro riferimento all’assenza di saggezza dei giovani, che non avrebbero quindi diritto di prendere parola contro la sua decisione. In risposta al disperato discorso del figlio Emone – che vorrebbe salvare la promessa sposa – è proprio alla mancanza di saggezza dei giovani che si fa riferimento. Anche Emone richiama da parte sua questa concezione, dicendo al padre che a lui, seppur giovane, in questa vicenda spetta la parte del saggio.

È forse l’età a donare saggezza? Questa sembra essere la posizione della Grecia del V secolo, questa la posizione di Aristotele innanzitutto. Secondo il filosofo i giovani non possono essere saggi poiché la phronesis è una conoscenza pratica, che deve essere maturata tramite l’esperienza, un’esperienza che ai giovani non può che mancare.

Com’è allora possibile che proprio ai giovani, o meglio ad alcuni giovani sembri toccare la parte del saggio proprio nelle tragedie greche? Emone mostra molto più buon senso del padre, e così anche Ismene. Certo, forse non si può dire lo stesso per Antigone, ma questi personaggi mostrano come la divisione saggezza-incoscienza non possa essere pienamente sovrapposta alla linea vecchiaia-giovinezza.

Questo fatto appare ancor più evidente se si considera il Re Lear di William Shakespeare. Il contesto è cambiato molto rispetto a quello dell’Antigone sofoclea: non più l’Atene del V secolo, ma l’Inghilterra elisabettiana. Eppure la tragedia si gioca ancora in gran parte sulla contrapposizione tra un personaggio anziano, e teoricamente più assennato, e una giovane, che si mostra decisamente più saggia del padre. A scatenare la tragedia saranno infatti la richiesta del re di una dimostrazione d’amore – o meglio, adulazione – da parte delle figlie e il rifiuto della minore, Cornelia, che lo ama davvero, di sottostare a una falsa donazione d’affetto. Quando arriva il suo turno per lusingare il sovrano e “guadagnarsi” così la sua eredità Cornelia si ritrae e sostiene di non avere nulla da dire («Nothing, my Lord» [1], risponde alla richiesta di Lear su cosa dirà dopo le sorelle). In risposta al successivo discorso composto di Cornelia Lear la diserederà e, nonostante la finale riconciliazione, gli eventi porteranno alla morte di entrambi i protagonisti.

La linea vecchiaia-giovinezza torna a ripresentarsi, quindi, all’interno della tragedia a secoli di distanza, senza che il peso della saggezza possa ricadere sul piatto della vecchiaia: si parla di vecchi re, o tiranni, che detengono sia per età che per posizione un potere che nessuno dovrebbe poter contrastare, e soprattutto non le figlie o nipoti. L’oltranza del personaggio più anziano nel portare alle estreme conseguenze regole da lui stesso stabilite convoglia anzi la simpatia del lettore verso il personaggio giovane, apparentemente più trasgressivo ma più vicino al senso comune di giusto e sbagliato.

Entrambi i personaggi mostrano in ogni caso un’oltranza nel perseguire ciò in cui credono, la loro regola interiore, senza possibilità di venirsi incontro: proprio per questo non si può neanche ribaltare la situazione dicendo che nella tragedia la saggezza stia dalla parte dei giovani. La contrapposizione sembra piuttosto funzionale alla creazione di quel contrasto necessario per innescare gli esiti tragici che trova nella dicotomia vecchiaia-giovinezza un terreno sociale propizio, allora come ora. La saggezza in questo contesto non si trova né da un lato né dall’altro, ma nel compromesso, nel venirsi incontro che si trova nel mezzo, proprio quel giusto mezzo aristotelico, a cui però nella tragedia si arriva sempre troppo tardi. E proprio al giusto mezzo fa riferimento infine il coro dell’Antigone, ammonendo gli uomini a non perorare nella loro oltranza.

Elena Sofia Ricci


[1] William Shakespeare, King Lear, atto I, scena I

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