La strana storia dell’anziano bambino

Fotografia di Luca Torriani per l'articolo "Benjamin Button: la strana storia dell'anziano bambino"
Fotografia di Luca Torriani

Il curioso caso di Benjamin Button (2008), basato sull’omonimo racconto breve del 1922 di Francis Scott Fitzgerald, è un film che racconta di come il tempo può trascorrere in modi diversi, e che “invecchiare” non è sempre la diretta conseguenza del “crescere”.

Cosa succederebbe se, con il passare degli anni, corpo e mente non maturassero contemporaneamente? Questa è la domanda da cui parte Il curioso caso di Benjamin Button: attraverso un flashback che dura tutta una vita, la narrazione ripercorre la lunga vicenda di un uomo che, crescendo, ringiovanisce a ogni tappa, ma invecchia nello spirito e nei sentimenti. Il film, che non racconta solo la classica love story, è diretto da David Fincher ed è stato pluripremiato agli Oscar del 2009.

La vicenda viene introdotta attraverso le pagine di un diario, il dispositivo della memoria per eccellenza: una giovane ragazza legge alla madre morente in un letto di ospedale la storia di uno strano uomo, Benjamin Button (Brad Pitt), la cui esistenza può essere definita più che curiosa.

Benjamin nasce nel 1918 e, nonostante l’apparenza da neonato, mostra sul suo corpo molteplici segni tipici della vecchiaia: rughe, artrosi, cataratta e sordità spaventano a tal punto il padre da convincerlo ad abbandonare il piccolo sulla soglia di una casa di riposo. Viene quindi accolto dalla governante Queenie (Taraji P. Henson) che lo salva e lo fa visitare da un medico. La diagnosi indica che le deformità sono dovute a uno stato di invecchiamento precoce, conosciuto con il nome di “progeria”. Convinta che non gli rimanga molto tempo da vivere, Queenie si prende cura di Benjamin all’interno della casa di riposo come uno dei pazienti.

Trascorrono così i primi anni del piccolo vecchio Benjamin, costretto su una sedia a rotelle come se avesse 80 anni e circondato dalla presenza della morte. Poco per volta, però, iniziano a manifestarsi una serie di progressi che permettono al bambino-uomo di acquisire sempre più autonomia e sicurezza: all’età di 7 anni Benjamin muove i primi passi grazie al sostegno di un bastone e può finalmente uscire all’aperto; a 12 anni, invece, stringe una profonda amicizia con la nipote di una donna che dimora nel suo stesso istituto. Il rapporto con questa bambina, Daisy (Cate Blanchett), è il filo rosso che attraversa tutti gli anni successivi.

Ormai raggiunta l’adolescenza, ma costretto nel corpo di un settantenne, Benjamin si imbarca come mozzo su un rimorchiatore. Durante i primi viaggi in mare, il giovane vecchio viene iniziato al sesso e all’alcol, sempre sostenuto dalla sua ingenua e vivida curiosità. L’energia che lo contraddistingue inizia a farsi più palese e intensa con il passare del tempo, tanto da rispecchiarsi anche nel fisico: i capelli sono meno radi, le rughe scompaiono, i muscoli si tonificano e la statura aumenta. La trasformazione che lo porta a ringiovanire nell’aspetto, però, non va di pari passo con le esperienze di vita, che man mano si accumulano e fanno di lui un uomo (ad esempio, partecipa a una battaglia navale nel 1941, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in cui perde tragicamente molti compagni). Tornato a New Orleans, sua città natale, incontra Daisy che ormai è diventata un’affascinante donna e promettente ballerina. Tra i due nasce un sentimento che va oltre l’amicizia, ma l’aspetto fisico da uomo di mezza età contrasta eccessivamente con i 23 anni della ragazza.

Nonostante il tempo che passa, l’amore tra Benjamin e Daisy resiste. I due continuano a rincorrersi senza mai trovarsi, fino a quando la carriera da danzatrice di Daisy si interrompe a causa di un grave infortunio alla gamba. I rispettivi archi temporali finalmente si toccano, e in una seppur breve finestra riescono finalmente ad amarsi e costruire una famiglia. Ma i rintocchi dell’orologio invertono le sorti dei due protagonisti e, mentre lei inizia gradualmente a invecchiare, Benjamin appare come un giovane nel fiore degli anni. Il peso delle sue esperienze di vita decretano la sofferta decisione di abbandonare Daisy e la figlia piccola, Caroline. Benjamin è consapevole di non potersi prendere cura di loro, e per non privare la bambina di un vero padre se ne va, lasciando libera la donna di risposarsi e avere una famiglia “normale”.

Tempo dopo, l’ormai anziana Daisy viene informata dai servizi sociali del ritrovamento di un bambino di 12 anni in stato confusionale: in lui riconosce subito Benjamin, ormai affetto da un’avanzata demenza senile. Memore del profondo amore che li lega, l’ex ballerina decide di prendersi cura dell’anziano bambino fino alla sua morte, a 85 anni, quando ormai Benjamin è tornato ad avere le sembianze di neonato in fasce.

Il film si conclude con la ripresa della scena iniziale: è Caroline la giovane donna che legge il diario di Benjamin al capezzale della madre morente, Daisy, il cui ultimo desiderio è quello di svelare alla figlia l’identità (e la storia) del suo vero padre.

Nel corso della vicenda, il concetto di vecchiaia percorre due binari diversi ma paralleli: quello dell’aspetto fisico esteriore, e quello interiore delle esperienze di vita. In un’epoca in cui ognuno cerca di trovare una cura al passare del tempo, Benjamin Button insegna che a volte ringiovanire è una maledizione se non c’è armonia con la propria interiorità, e soprattutto se ciò significa dover rinunciare volontariamente a chi si ama.  

Martina Costanzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *