«Papà era l’uomo nero»: Ammaniti e la crescita oltre le favole

Disegno di Giulia Pedone

In Io non ho paura (Einaudi, 2001) Niccolò Ammaniti tratta la transizione drammatica e precoce di Michele dal mondo fantastico dell’infanzia alla realtà dell’età adulta.

Ad Acque Traverse d’estate il sole batte forte sulla testa e la sete toglie le forze: non c’è poesia nel caldo rovente che brucia la terra e nemmeno nei giochi dei bambini che per bandiera impalano una gallina. C’è però un vivissimo immaginario che nutre i pomeriggi di Michele Amitrano e degli altri ragazzini del borgo: un mondo di maiali mangia-bassotti e colline da conquistare in bici, grandi come panettoni giganti. Sono narrazioni fantastiche che s’imbatteranno in un incubo reale, a cui l’immaginazione di un bambino cercherà di dare una spiegazione. È il «posto pieno di buchi» in cui si è trasformata la Terra, dove per Filippo Carducci, figlio di un industriale, sequestrato e nascosto in un tugurio, ora «sono tutti morti e vivono in buchi» [1].

Niccolò Ammaniti ambienta nella miseria di una campagna meridionale la storia di una crudeltà adulta raccontata nel linguaggio fantastico di bambini tutt’altro che intaccati dalla durezza della vita. Filippo viene sottratto dalla sua famiglia e lasciato marcire in una fessura del terreno per mesi, ma la vera vittima della narrazione è forse Michele, che scoprirà che il carnefice dell’amico trovato nel buco è suo padre.  Non è un’infanzia edulcorata quella del piccolo Amitrano e la scelta stilistica dell’autore non nasconde il travaglio della povertà del paese con una tensione al realismo che «appare molto più naturalmente come un dato di fatto, quasi un’impossibilità di non rappresentare» [2].

Tra gli autori più noti di Gioventù cannibale – antologia del 1996 che inaugurò un breve ma appariscente fenomeno letterario erede del pulp americano – Ammaniti fa suoi «un generale abbassamento del linguaggio letterario» e «una tensione all’oralità, che si indirizza non tanto verso l’orizzonte dialettale, quanto in una semplificazione lessicale e sintattica influenzata dalla lingua e dalla retorica dei mass media» [3]. L’azione nel racconto ha la velocità dei tempi televisivi e la parlata essenziale degli spot, in cui il messaggio si presenta direttamente in ciò che appare, scevro da ogni sovracostruzione. Ecco quindi il «rifiuto dell’introspezione e dell’analisi psicologica» che Castaldi in un articolo su Italica rintraccia nei “cannibali”: «i personaggi si realizzano sulla mera superficie della pagina, superficie che è appunto composta da oggetti, gesti e scatti» [4]. Così dunque il coraggio di Teresa, mamma di Michele, è evidente nella foga con cui lotta a mani nude contro Felice Natale, il quale, dietro al perenne cattivo umore, non nasconde niente di più dell’amarezza per non essere riuscito ancora ad andarsene dal paesino. 

La realtà cruda dei “cannibali” mutua dal pulp americano un gusto per l’horror che non nasconde i dettagli anche più raccapriccianti della narrazione: così «dal petto» della gallina impalata «usciva la punta della canna» e «un nugolo di mosche metallizzate le ronzava intorno e si affollava sugli occhi, sul sangue» [5]; mentre le croste sulle palpebre di Filippo sono «dure e spesse […] come le croste dei cani» [6] e il vomito di Michele è «una pappa gialla e acida» [7]. Se la produzione dei “cannibali” è «attratta da tutto ciò che è brutto, ignobile e volgare, è anche perché vuole gettare in faccia a una civiltà culturalmente ed eticamente allo sbando tutto il marcio, tutto il sudicio e il vuoto morale che ha dentro. […] L’operazione […] intercetta e soddisfa un bisogno largamente presente nella società odierna, inquietata dagli efferati delitti commessi da folli, mostri, serial killer o individui esasperati, di cui riceve quotidiana notizia dai telegiornali: quello di esorcizzare le proprie paure inconsce» [8]. Ammaniti, non a caso, ambienta il romanzo nel 1978, anno del sequestro di Aldo Moro ed epoca in cui erano molti i rapimenti a scopo di estorsione: il dramma di Michele smaschera il terrore di un intero Paese.

Lo sguardo che registra questa realtà non è, però, quello di un oggettivo studio sociologico, ma quello di un bambino che trova la sua famiglia dalla parte “sbagliata” del crimine: Michele è figlio dei carnefici, ma decide di farsi salvatore della vittima. L’attenzione di Ammaniti non ricade sulla denuncia della situazione italiana di crimini e povertà, quanto invece sulla crescita di un bambino che è stato precocemente chiamato a farsi uomo, dopo aver conosciuto la crudeltà dei genitori. Io non ho paura «è una storia di iniziazione alla vita, un romanzo di formazione. Nel protagonista avviene una metamorfosi: da una sorta di paradiso in cui vive, deve scontrarsi con qualcosa di inaspettato e drammatico» [9].

L’autore, che già più volte ha reso bambini e adolescenti protagonisti dei suoi romanzi, riconferma l’interesse per «la trasformazione dall’infanzia all’età adulta», che definisce «una fase in cui si cambia sia mentalmente sia fisicamente» e in cui «si genera un conflitto tra l’educazione ricevuta e la capacità di interpretare il mondo» [10]. Sempre Ammaniti, in altra sede, afferma che nell’adolescenza ci sia «la necessità di vivere il lutto per quel mondo riparato e felice che è l’infanzia, per approdare all’età adulta, che è sì indipendenza, ma una indipendenza che va cercata e conquistata, anche attraverso lo scontro con i genitori» [11].

La crescita di Michele in Io non ho paura avviene proprio nella celebrazione della morte di quel mondo immaginario fatto di narrazioni fantastiche e quindi finte, che lo proteggeva da una realtà di spigoli e lacerazioni: il piccolo Amitrano entra nell’età adulta quando vede le sue fiabe fallire difronte alla realtà e comprende che in quest’ultima «papà era l’uomo nero» [12].

«Il sistema per non fare brutti sogni» e «fregare i mostri» [13] che Michele ha collaudato funziona solo per le creature – come la strega Bistrega e gli zingari in forma di volpi – nelle quali la sua immaginazione ha condensato tutto il male che un bambino può temere. È davanti alla crudeltà del reale, invece, che il sistema fallisce e che, assieme a tutto il bagaglio di favole, è destinato a svanire. Ironicamente sarà lo stesso padre a mettere in guardia il figlio: «i mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri» [14].

Ammaniti è, però, lontano dal discriminare in maniera manichea il “puro” dal “corrotto” nella distinzione tra mondo dei bambini e universo degli adulti: la differenza sta piuttosto tra la finzione, in cui i buoni sono ben distinti dai cattivi, e la realtà, in cui il confine tra queste due categorie è ben più labile. Michele completa la transizione all’età adulta proprio quando conosce l’umanità dei genitori, che comprende sia la dedizione di un padre che viaggia chilometri per non far mancare il pane ai figli, che la perversione di un sequestratore pronto a uccidere il figlio di un suo antagonista. Umanità è qua inteso come termine neutro, che semanticamente, oltre che fonicamente, rima con la realtà di individui che vengono definiti da un unico colore solo all’interno della visione semplicistica che caratterizza le narrazioni infantili e che protegge i bambini da uno sguardo più complesso del reale.

Michele ha solo nove anni e avrebbe tutto il diritto di tenersi ancora stretto questo mondo immaginario che lo difende dalla vita adulta, ma non è possibile programmare i tempi della crescita e la chiamata a maturare arriva anche se non si è pronti ad accoglierla. A nove anni Michele diventa adulto, perché tale è il coraggio che dimostra nello scegliere la fazione per cui lottare e ancora più maturo diventerà se troverà la forza di perdonare l’umanità degli adulti.

Alice Dusso


[1] N. Ammaniti, Io non ho paura, Einaudi, Torino 2001, p. 114
[2] S. Castaldi, Pulp e avanguardia: realismo nella narrativa italiana degli anni Novanta, “Italica”, American Association of Teachers of Italian, estate-autunno 2007, vol. 84,  p. 372
[3] Ibi, p. 369
[4] Ibi, p. 370
[5] Ammaniti, Io non ho paura, p. 20
[6] Ibi, p. 117
[7] Ibi, p. 139
[8] G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Pearson 2016, vol. 3b, p. O57
[9] N. Ammaniti, Io non ho paura: dal romanzo al film, a cura di Fulvia Degl’Innocenti, “Famiglia Cristiana”, 28 giugno 2017, https://www.famigliacristiana.it/articolo/io-non-ho-paura-il-racconto-di-formazione-di-niccolo-ammaniti-diventato-subito-classico.aspx, (ultima consultazione 9 marzo 2021)
[10] Ibidem
[11] N. Ammaniti, Ammaniti, storie di adolescenti: «perché sono il cambiamento», a cura di Alessandra Galetto, “L’Arena”, 2 giugno 2016, https://www.larena.it/argomenti/cultura/ammaniti-storie-di-adolescenti-perché-sono-il-cambiamento-1.4905565?refresh_ce, (ultima consultazione 9 marzo 2021)
[12] Ammaniti, Io non ho paura, p. 92
[13] Ibi, p. 118
[14] Ibi, p. 54
 

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