L’avversario dentro di sé

Disegno di Giulia Pedone per l'articolo di Alessandro Crea: "L'avversario dentro di sé".
Disegno di Giulia Pedone

Un caso di cronaca nera sconvolge un piccolo paese nel nord della Francia. Un medico rinomato e conosciuto da tutti, Jean-Claude Romand, stermina la propria famiglia: moglie, figli e genitori. Dopo anni e anni di menzogne è giunto il momento di combattere contro l’avversario più grande di tutti, sé stesso. Un viaggio nella mente di un assassino con l’obiettivo di indagare il lato oscuro dell’anima umana. 

L’avversario di Emanuel Carrére viene pubblicato nel 2000 e la casa editrice Adelphi lo ripropone, tredici anni dopo, in una delle sue collane di punta, «Fabula», probabilmente sulla scia del successo di Limonov, pubblicato appena un anno prima.

Fin dalla prima pagina, l’incipit dell’opera richiama la tragedia che vede protagonista Jean-Claude Romand: «La mattina del sabato 9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. […] Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro» [1].

Oltre ad evidenziare il faits divers che sconvolge una comunità di qualche migliaio di abitanti nel nord della Francia, l’incipit de L’avversario suggerisce anche l’atteggiamento con cui Emanuel Carrére decide di affrontare il tutto. Creando un parallelismo tra le due realtà famigliari, infatti, l’autore non può non richiamare un elemento di compartecipazione empatica con la vicenda di Romand. Carrére non riesce a raccontare in maniera oggettiva e distaccata il dramma, poiché fin dalla prima pagina, elemento paratestuale di rilevanza fondamentale, emerge, di fatto, una partecipazione, un possibile confronto tra la sua vita e quella dell’assassino.

Opera dalla morfologia di genere incerta, L’avversario «si presenta come una sorta di non fiction novel in cui si mescidano reportage, autobiografia e lettere private» [2]. Il libro di Carrére ha come elemento genetico un fatto di cronaca nera realmente accaduto: l’assassino di moglie, figli e genitori da parte di Jean-Claude Romand. 

Una famiglia (apparentemente) perfetta con pochi amici ma sinceri, apprezzata dalla comunità e felice della propria normalità; quella normalità che presto, necessariamente, dovrà rifrangersi in tragedia in grado di far emergere anni e anni di menzogne.

Se inizialmente il dramma dei Romand è stato imputato ad un incendio, dopo pochi giorni di indagini emerge, finalmente, la verità: Jean-Claude Romand non è chi ha sempre raccontato di essere. Per diciotto anni, infatti, il rinomato medico dell’OMS di Ginevra ha interpretato un ruolo, perché in realtà «dietro la facciata sociale lui non era niente» [3].  

Jean-Claude Romand è riuscito, nel corso del tempo, a costruire «un’identità seconda con cui coprire una voragine vuota e senza misura. Ma quando ha avvertito che il castello di carta stava per cadere, non ha saputo reggere; e questa storia ha assunto i tratti di una fosca, incomprensibile tragedia» [4].

L’incomprensibilità è, innanzitutto, sensazione primaria della piccola comunità francese. Luc Ladmiral, amico di Jean-Claude, sente crollare sotto i propri piedi tutte le certezze e le sicurezze di un rapporto che credeva caratterizzato da sincerità fraterna. Come comprendere razionalmente quello che è successo? 

Romand ha raccontato per anni solamente menzogne, con il tentativo di cercare di supplire a un’esistenza vuota e fatta di fallimenti, salvo però rimanere comunque nella vacuità, nell’inesistenza più assoluta, quella fatta di lunghe giornate nei parchi, memoria forse di un’infanzia problematica ma comunque ricordata con amara melanconia. 

Arrivato al limite, immerso nei debiti, e caduto ormai vittima di sé stesso, la soluzione per Jean-Claude è solo una: raccontare, finalmente, la verità. Ma Romand non riesce, non l’ha mai fatto. Troppa è infatti la paura di deludere tutti, o forse emerge più che altro il timore più profondo di riconoscere il proprio fallimento. Ecco che allora il finto medico dell’OMS progetta di uccidere tutti. Un atto tragico, incomprensibile e inspiegabile, nato dalla disperazione di un uomo tremendamente solo e inutile al mondo.

È Carrère stesso che dichiara il proprio obiettivo, il proprio intento: «Ho tentato di raccontare con precisione, giorno dopo giorno, questa vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare cosa gli passava per la testa durante le lunghe ore vuote, senza progetti né testimoni, che avrebbe dovuto trascorrere al lavoro e invece passava nei parcheggi autostradali o nei boschi del Jura. Di capire che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi ha toccato così da vicino. E tocca, credo, ciascuno di noi» [5]

È interessante, infatti, concentrarsi sull’effetto che una storia simile può avere nei confronti del pubblico. Parlando di tragedia è impossibile non fare riferimento alla Poetica di Aristotele. È nel VI cap. che vi è una definizione del termine tragedia: «Tragedia è, dunque, imitazione di un’azione elevata e conclusa, dotata di grandezza, […], la quale attraverso pietà e paura porta a compimento la catarsi di tali passioni» [6]. Per Aristotele è imprescindibile, dunque, che la tragedia susciti pietà e paura per raggiungere la purificazione. 

Si potrebbe ragionare su questi aspetti rapportandoli alla vicenda raccontata da Carrère. Il pubblico non prova pietà per l’assassino. E questo non perché la compartecipazione empatica nei confronti dei criminali è impossibile, anzi. Ma perché Carrère ci mostra un Romand che in prigione ha quasi trovato la propria serenità, appare felice, addirittura avvicinato alla religione, vista come un mero strumento per cercare della redenzione. Viene mostrato un individuo che non soffre, che non chiede perdono e che quindi non si dimostra pentito per nessun motivo.

Non potendo esserci nessuna forma di pietà nei confronti di Romand, ecco che la catarsi risulterebbe impossibile. 

Rimane un altro elemento, però, fondamentale: la paura. La paura che ciò che viene raccontato, l’atroce tragedia dei Romand, possa accadere anche al lettore intento ad addentrarsi nella vicenda raccontata dall’autore.

Terminato il libro, infatti, emerge un’inquietudine. Un dubbio che percorre la vita di ogni lettore, la paura che in realtà ogni individuo possa essere circondato da menzogne, da false identità che se in apparenza sembrano normali, in realtà sono attori, interpreti di una bugia pronta a trasformarsi in tragedia. 

Ma forse la paura più grande è un’altra. La paura che le bugie, le azioni malvagie, gli atti tragici possano riguardare in prima persona chi legge. L’opera di Carrére fa emergere il dramma, quasi incomprensibile razionalmente, di come dalla più semplice normalità possa nascondersi l’altro da sé, l’alterità, un lato oscuro e, ovviamente, il timore che questa dimensione dell’io possa, un giorno, emergere, e portare la tragedia nella propria vita. 

Carrére, cercando di indagare la natura di Romand, prova a dare una spiegazione al suo gesto, arrendendosi di fronte all’impossibilità di capire, alla difficoltà di spiegare, alla paura di immedesimarsi, la stessa paura che pervade il lettore, che al termine del libro inizia a porsi domande sulla propria vita e su quella degli altri accanto a lui, chiedendosi fin dove si è realmente cechi di fronte alle menzogne altrui. 

Alessandro Crea


[1] E. Carrére, L’avversario, Milano, Adelphi 2013, p. 9
[2] D. Valtolina, “Un crimine o una preghiera”: «L’avversario» di Emmanuelle Carrère, disponibile al link https://www.labalenabianca.com/2014/02/10/un-crimine-o-una-preghiera-lavversario-di-emmanuel-carrere/
[3] E. Carrére, L’avversario, op. cit., p. 15
[4] D. Valtolina, cit. 
[5] E. Carrére, L’avversario, op. cit., p. 24
[6] Aristotele, Poetica, Milano, Mondadori 2018, p. 15

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