Andiamo? Sì, andiamo!

Disegno per l'articolo di Alessandro Crea: "La banda Bellini di Marco Philopat: Andiamo? Sì, andiamo!"
Disegno di Giulia Pedone

La banda Bellini di Marco Philopat (Agenzia X) racconta le contestazioni e le rivoluzioni che hanno caratterizzato la città di Milano tra anni Sessanta e Settanta. Condotte «sul ritmo sincopato dell’underground» le rievocazioni memoriali di Andrea Bellini diventano un romanzo dal quale emerge la rabbia e l’inquieta spavalderia di una generazione. 

Nel quartiere Casoretto non c’è niente da fare. Si è lontani dal centro, dallo sviluppo, dalla modernità. «Via Porpora via Pacini via Montenevoso – via Mancinelli via Leoncavallo piazza Durante – le panchine – i giardinetti – il bar per le gazzose e la liquirizia a spirale. Al Casoretto non c’è mai niente da fare – ci si rompe i coglioni di brutto» [1].

Occorre animare la vita, l’esistenza di un quartiere popolare quasi anonimo, invisibile. Per farlo è necessario «l’empito rabbioso di un gruppo di giovani che vuole cambiare il mondo per cambiare la propria esistenza, in aperto e polemico confronto con le dinamiche di sviluppo della collettività urbana» [2].

La banda Bellini (2015 [3], Agenzia X) è un romanzo di Marco Philopat dedicato alla Banda Bellini del Casoretto, gruppo costituitosi per la difesa dei cortei durante le manifestazioni del ’68. Il romanzo è liberamente tratto dai racconti di Andrea Bellini, giovane protagonista dell’attivismo antifascista milanese negli anni Settanta, originario del quartiere popolare. Il protagonista del romanzo è un ragazzo di un metro e novanta e che di fatto incarna il contestatore simbolo di quegli anni, appartenente ad un immaginario collettivo che si mostra al mondo con una vera e propria divisa: biondo, capelli lunghi, trench e immancabili Ray-Ban. 

Il ragazzo, poi uomo, diventerà il leader della Banda Bellini, insieme di giovani militanti dell’estrema sinistra con l’obiettivo di combattere non solo i fascisti ma la società tout court e di portare un cambiamento radicale in quelli che erano i diktat del tempo. Uno scontro di classe, ma non solo: uno scontro generazionale, una rivolta contro i padri, contro la tradizione, contro modelli che ormai puzzavano di vecchio, di inutile, di passato. Una guerra contro i regolari, i borghesi, i conformisti; una battaglia combattuta attraverso assemblee, manifestazioni, contestazioni, cortei ed occupazioni che in quegli anni infiammavano ferocemente il capoluogo lombardo. 

Innanzitutto, uno scontro di classe, esemplificato benissimo dal primo impatto con il liceo: «Aveva ragione Nicola – l’ambiente scolastico è una porcheria – tutti in giacca e cravatta – tanti fascisti – le ragazze non ti guardano neanche di striscio – i fighetti con la grana vengono a prenderle in macchina all’uscita […] – questo è l’Einstein – liceo scientifico». [4]

L’elemento che muove non solo l’intreccio romanzesco, ma soprattutto il percorso formativo del protagonista è proprio la rabbia che quest’ultimo, insieme ai compagni, prova nei confronti della realtà che sta vivendo. In un’intervista Andrea Bellini dirà che loro, i «Barboni», i ragazzi del quartiere popolare, potevano finalmente andare a scuola, frequentare gli altri: è scontro brutale. Bellini definisce Milano una città schifosa, dilaniata da differenze sociali enormi. I giovani ricchi da un lato e dall’altro loro, figli di partigiani, bersaglio di borghesi benpensanti che vedevano in loro dei comunisti, dei ribelli, dei sovversivi anticlericali.

Il romanzo di Philopat fa emergere proprio questo scontro, questa dicotomia sociale nella gioventù di quegli anni. Racconta gli scontri, le proteste e gli attacchi subiti, come ad esempio l’episodio nel quale un gruppo di fascisti vestiti da boy-scout pestano violentemente Bellini e gli altri. La prima parte del romanzo è segnata da un germe di iniziativa dei figli di popolani che decidono in qualche modo di ribellarsi a questa situazione, specchio di un’Italia che ormai doveva necessariamente mutare. 

L’osservatorio privilegiato non è il centro, il Duomo, i luoghi simbolo della città, ma la periferia, le anonime vie del Casoretto. È lì che i giovani possono esprimere quella che Giovanna Rosa ha felicemente definito la nostalgia di futuro, «un’ansia di futuro tanto più ricca di solidarietà generazionale quanto più miope per velleitarismo politico». [5]

Arrivano poi i cambiamenti sociali e culturali di quegli anni che, a detta dello stesso Bellini, hanno cambiato il volto della città. Il mutamento culturale del ’68 e tutto ciò che ha significato viene visto soprattutto dal punto di vista della sessualità: «Mi sono accorto che è arrivato il ’68 perché le donne hanno cominciato – da un giorno all’altro – a darla via senza problemi – a socializzare il corpo con noialtri maschi proletari». [6]

Ribadisce Bellini: «Quando è arrivato il ’68, eravamo talmente gasati da crederci tanti Che Guevera» [7]. Il ’68 è rottura, lotta, cambiamento eccitato ed entusiasta ma non privo di inquietudini e violenze. La rabbia giovanile si riversa nelle strade, luogo elettivo della rivoluzione. I protagonisti del romanzo intraprendono questo percorso fatto di ribellione e di scontri. La vera natura e il motivo originario di tali lotte è da sempre indagato: coscienza politica o semplice rabbia? Al di là di questioni storiche e sociologiche che hanno caratterizzato numerosi dibattiti da anni, quello che emerge nel romanzo è la voglia di cambiamento sotto ogni punto di vista. 

La narrazione di Philopat tocca il ’68, la strage di piazza Fontana del ’69, fino agli scontri avvenuti a Milano nel ’77. Tutti gli avvenimenti testimoniano un’urgenza: quella di modificare la realtà, la condizione asfittica di una generazione che si sentiva irrequieta, desiderosa, finalmente, di trasformarsi, di portare quel cambiamento e di esserne l’elemento caratterizzante. Ragazzi e ragazze che avevano deciso di intraprendere la strada della politicizzazione e della militanza per evadere, fuggire da un sistema che poco a poco inglobava nelle sue reti tutti i giovani di quegli anni, pronti a diventare schiavi. Così il Duomo diventata sfondo di una lotta, l’Università Statale era il simbolo di una rivoluzione spesso con risvolti tragici tra feriti e morti ammazzati. 

Come si diceva, il romanzo è tratto dai racconti di Andrea Bellini. Marco Philopat decide infatti di portare su carta le registrazioni delle rievocazioni memoriali dell’antifascista. Bellini riversa sul registratore di Philopat la sua esperienza, che si rifrange in pagine di romanzo caratterizzate da sequenze ora ribelli, eversive e ora commoventi e tragiche, sul quale sfondo si stagliano gli eventi che hanno caratterizzato l’ultimo quarto del ‘900. 

Tuttavia, il romanzo fa tristemente emergere spesso la violenza combattuta con la violenza. La rivoluzione, la voglia di mutamento si rifrange in uno strabordare di atti violenti, di guerriglie, di scontri privi, forse, di una vera energia creativa, energica e pronta davvero a cambiare le cose. Vuoi per la giovane età dei protagonisti, vuoi per la ribellione inquieta e spavalda che caratterizza, ieri come oggi, i giovani: nel romanzo emerge poca coscienza critica. Manca davvero l’elemento storico, la riflessione, il ragionamento criticamente polemico nei confronti della vita. Va bene la rabbia, la voglia di sfogarsi, ma farsi paladini di un cambiamento non può riverberarsi in mera accozzaglia di violenze gratuite e francamente banali.

Anni ’60 e 2020. Sono cambiate tante cose, la rabbia però è rimasta. Quest’ultima deve trasformarsi in creatività, idee, fame di cultura, voglia di non sottostare al piattume contemporaneo ma di volare alto. E si volta alto formandosi e costruendo, non rompendo vetrine per sfogare una rabbia repressa frutto di un’educazione fallita, di una mancata adiacenza al reale, di un’incomprensione prima di tutto di sé stessi e mascherata da voglia di cambiare un mondo che però non si ha la capacità di comprendere.

L’elemento però formidabile de La banda Bellini rimane lo stile. Uno stream of consciousness, un discorso privo di punteggiatura, un libero sfogo arrabbiato e di rottura anche verso una tradizione linguistica, una struttura romanzesca ormai passata, antica. La vera ribellione è legata alla costruzione del romanzo, alla narrazione. Una scrittura deflagrante, che smonta e disfa continuamente la narrativa passata. 

Una scrittura e uno stile che mimano il ritmo sincopato ed ellittico di un nastro registratore, risultato di un discorso orale e che fa dell’oralità l’elemento più interessante da rifrangere nelle pagine di un romanzo; una finta autobiografia di Bellini stesso che si racconta e chiede compartecipazione ai propri ascoltatori e, poi, ai propri lettori. 

«Non l’ho mai raccontata per intero questa storia, solo a episodi da Rattazzo, al Giamaica, o in qualche altro bar milanese all’ora dell’aperitivo, quindi aprite bene il cervello e quando alla fine vi chiederò: «Andiamo?» Voi dovete rispondermi senza esitazioni: «Sì, andiamo!» [8]

Lo stile di Philopat è dunque uno stile percussivo: «Gli scarponcelli – splash splash – inzuppati di melassa rossa nella pozzanghera ancora calda» [9] e poi, durante una manifestazione, «la pietra schizza in cielo con una parabola talmente alta da metterci un’eternità ad arrivare – i pulotti guardano allìinsù e dopo qualche secondo si rilassano – poi TTOOOOONG – sull’elmetto il rumore è bestiale – TOOOOONG CRAAAACCCK». [10]

Al di là delle questioni politiche e delle possibili riflessioni (e le legittime critiche), il romanzo sulle vicende di Bellini fa emergere con il suo stile l’atmosfera inquieta e ribelle di quegli anni e, soprattutto, il suo ritmo assordante. Il vibrante rumore di un decennio che ha caratterizzato la storia contemporanea, il suono, la rabbia, il disprezzo, la volontà di cambiamento spesso desiderata e fin troppe volte trasformatasi in mero triste e violento bordello.

Un decennio che ha lasciato tante cose, prime fra tutte, però, un monito, una lezione imprescindibile: quella di portare delle rivoluzioni costruttive, fatte prima di tutto di idee, di progetti, di creatività, e non di semplice violenza.

Alessandro Crea


[1] M. Philopat, La banda Bellini, Agenzia X, Milano, 2015, p. 24
[2] G. Rosa, Nella città che ha nostalgia di futuro, in V. Spinazzola (a cura di), Tirature ’09, Milano-Napoli. Due capitali mancate, Milano, il Saggiatore, FAAAM, 2009, p. 16
[3] La prima edizione del romanzo risale al 2002, mentre la nuova edizione, aggiornata, è del 2014.
[4] M. Philopat, La banda Bellini cit., p. 25
[5] G. Rosa, La città che ha nostalgia di futuro cit., p. 17
[6] M. Philopat, La banda Bellini cit., p. 39
[7] L’intervista è consultabile al sito http://storieinmovimento.org/2017/06/26/andrea-bellini-ledicola-che-non-ce/. Ultima visita 10 nov. ’20, h. 14:15
[8] M. Philopat, La banda Bellini cit., p. 10
[9] M. Philopat, La banda Bellini cit., p. 16
[10] M. Philopat, La banda Bellini cit., p. 51

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